Papere dal becco buono e le ali rotte che starnazzano e si dimenano in acque stagnanti e imputridite

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‘Nu paese co’ pizzo bbuono e ‘i scelle rotte.
Questo siamo diventati.
Sempre pronti a mettere il becco nei piatti migliori e nelle discussioni più ardite; ma ce mancano ‘e scelle, non abbiamo ali buone per buscarci da soli il cibo e per raggiungere le fonti per abbeverarci e toglierci la sete senza intossicarci e sprofondare dal Guatemala al Guatepeggiore.
L’acqua che c’è intorno è scarsa, stagnante e imputridita. Ma noi ci sguazziamo dentro e continueremo a berla fino al prosciugamento totale dello stagno, del regno e del regio lagno. Come se non ci fosse un domani e come se ci importasse poco o niente di questa nuova generazione di papere edoniste e starnazzanti che stentano a mantenersi a galla mentre si imbellettano le piume e parlano di guerra, valori e tradizioni occidentali che conoscono poco e non preservano per nulla.

Insomma, el agua es poca y el pato no flota (además de tener el pico bueno y las alas rotas), ma s’avessa ‘mparà a galliggià o a vulà, sta papera, pecché si no nun se va annanze e cca fernesce tutto cose senza ca nasce primma ‘nu munno meglio ‘e chisto ca fino ‘a mo amma scurtecato, sfrantummato, sfrarecato e visto, comme si ‘o fatto nun fosse ‘o nuosto. ‘Ate ca storie!

International Jazz Day (gioco di musica e parole)

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  • “Quando la gente comincia a credere nei limiti, ne diventa parte integrante.”
  • “Se sei sincero, puoi suonare un laccio della tua scarpa.”
  • “Chiunque può rendere complicato quello che è semplice. La creatività consiste nel rendere semplice quello che è complicato.”
  • “La cosa più importante che cerco in un musicista è la sua capacità di ascoltare.”
  • “Padroneggia il tuo strumento. Padroneggia la musica. E poi dimentica tutte queste cazzate e mettiti a suonare.”

Scopri a chi si attribuiscono queste citazioni e leggile in lingua originale (senza i limiti della mia traduzione), seguendo questo link a un’altra pagina di aitanblog.

 

A big Mess – Scelte difficili in acque torbide

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C’è molta confusione in giro. È difficile scegliere e quasi impossibile discernere. Una coltre di fumo opacizza ogni cosa e quelli che dovrebbero aiutarci a capire contribuiscono a intorbidirci la realtà con vagonate di acque fognarie che salgono ogni giorno di livello e ormai lambiscono le nostre labbra e ci rendono difficile aprire la bocca per respirare o per parlare.

Io, per esempio, mi chiedo se siano più deleterie e socialmente dannose le organizzazioni non governative che lucrano sulla pelle degli immigrati o i politici leghisti e pentastellati che vanno a caccia di consensi e di voti, facendo leva sulla paura per gli immigrati.

E poi vorrei anche riuscire a stabilire
– se sia peggio Donald-(Duck)-Trump o Kim-(facciadapirla)-Jŏng-ŭn
– se sia più forte Tarzan o Sandokan
– se sia più attendibile Robertosaviano o Luigidimaio
– se (al netto delle loro capacità distruttive) siano stati più sanguinari Erode o Attila, Gengis Khan o Hitler, Stalin o Nixon, Franco o Mussolini
– se sia meglio il centrosinistra che guarda a destra o il centrodestra che guarda a sinistra
– se sia peggio la Pepsi o la Coca Cola
– se siano più mortali l’alcol o l’eroina; il tabacco o la cocaina; lo zucchero o il sale fino
– se sia più giusto andare in bici e finire sotto una macchina o andare in macchina e rischiare di mettere sotto un pedone, un ciclista o l’autista di un furgone
– se sia preferibile incorrere negli effetti collaterali delle vaccinazioni o rischiare che da grandi non si possa neanche dire “scelgo da solo, sono adulto e vaccinato”
– se sia peggio più Europa, più Russia, più Cina o più Stati Uniti
– se sia meglio il lavoro nero, il lavoro sottopagato o il lavoro nero sottopagato ma legalizzato da voucher e creste dello Stato
– se siano più nefaste le mafie, le camorre, le ndranghete, le banche o le burocrazie
– se, automatizzando e digitalizzando i processi di produzione, ci libereremo dalla fatica o se perderemo il diritto al lavoro e il lavoro
– se siano più ragionevoli i borbonici, i neoborbonici, i savoiardi o i garibaldini
– se risulti più buona e giusta per i singoli cittadini del pianeta e per il pianeta intero una dieta vegetariana, vegana, onnivara, carnivora, cannibale o mediterranea
– se sia di maggior beneficio chiudersi in un fottuto guscio o aprirsi alle eventualità e ai rischi dell’altro da sé
– se per lo Stato e per i singoli cittadini sia auspicabile un incremento di autonomia e indipendenza o maggiore unità e partecipazione
– se sia più opportuno cavalcare il cambiamento o difendersi da ogni mutazione
– se sia meglio la canna al gas o un colpo alle tempie; un salto nel vuoto o un overdose di coca, zuccheri, sale o eroina.

C’è molta confusione in giro. E in molti rischiamo di dibatterci tra le antinomie e di scegliere di non scegliere.
C’è una coltre di fumo che opacizza ogni cosa e in tanti restiamo immobili a guardare il livello crescente delle acque marroni; e resteremo là finché i liquidi pestilenti non arriveranno all’altezza degli occhi impedendoci pure di vedere e di sentire.

A G.F., ai suoi amici e ai suoi cari

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Che l’asfalto scuro
non rubi più
nessuno di voi alla vita!
Che nessuna madre
e nessun padre
debba più vedere
il sorriso del proprio figlio
stampato su una lapide gelida.
Che nessun banco vuoto
debba per sempre aspettare
le arguzie, i guizzi,
i lazzi e gli sberleffi
di un ragazzo
che non calpestarà più
il pavimento
di quest’aula
e di questi corridoi.

Se credete che prima o poi
siamo tutti destinati a cadere,
fottetelo, il fottuto destino,
e arrivateci corazzati
all’impatto col suolo.
Prima che sia troppo tardi
scappate sui vostri piedi
lontano da questa pece
indurita dalle lacrime
e dal sole.

Non voglio e non posso
crederlo che
la terribile caduta
di quel corpo
pieno di vita
sia la messa in atto
di un copione già scritto.
Io credo che siamo
fatti per morire vecchi,
quando i rimpianti
sono più dei desideri.

Io non ci voglio credere
che il maledetto destino
potrebbe prendersene
un altro
da un momento all’altro.
Ora stesso.

Io credo che siamo destinati
a morire vecchi,
quando ancora
non riesci ad accettarlo
che possa finire tutto
da un momento all’altro,
ancora così giovani, forti
e pieni di vita.
Ancora così giovani e
pieni di attesa
di nuove gioie
e promesse
infinite.

Cosa vuol dire essere di sinistra

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Porca miseria, caro Sancho,
cambiare il mondo

non è né follia né utopia; 
è giustizia!

(Don Chisciotte apocrifo)

Per me essere di sinistra vuol dire credere nell’uguaglianza sostanziale di tutti gli esseri umani e, credendoci, battersi per raggiungere la giustizia sociale e la redistribuzione del reddito dentro e fuori dal proprio paese. Per me essere di sinistra vuol dire essere dalla parte di Sandokan (quello di Mompracem, più che quello di Casale) e unirsi nella lotta contro gli oppressori di ogni ideologia, credo, longitudine e latitudine.
Per me chi è veramente di sinistra si sente scomodo anche quando sta comodamente sprofondato nella propria poltrona, finché sa che qualcuno non ha nemmeno uno sgabello su cui sedersi e un tetto per proteggersi dalla pioggia e dal sole.

Per me essere di sinistra vuol dire non avere paura dei cambiamenti ed essere disposti a combattere con tutte le proprie forze (va be’, si fa per dire) contro la predominanza del capitale sull’uomo. Per me essere di sinistra vuol dire arrabbiarsi per come va il mondo e provare ribrezzo per la sinistra annacquata degli aperitivi e dei cazzi propri e per i compagni che gestiscono la cosa pubblica come una casa privata in cui si affamano le puttane con stipendi da fame.

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Per me essere di sinistra vuol dire incazzarsi quando si sente dire che non esistono più la destra e la sinistra, perché, finché ci sarà ingiustizia e oppressione, ci sarà esigenza di una visione della realtà che preveda un cambiamento dell’esistente e l’annullamento dei soprusi, delle sperequazioni e dell’alienazione economica.

Per me essere di sinistra vuol dire incamminarsi verso la realizzazione dell’eutopia dell’anarchia e il raggiungimento di uno stato di assenza del dominio dell’uomo sull’uomo.



In appendice, qualche verso da una cosetta che ho scritto qualche anno fa e si chiamava Comunista come l’acqua che scorre da tutti i rubinetti.

Forse, Saramago, sono comunista anch’io,
perché vorrei che l’acqua potesse arrivare
a tutte le case
e sgorgare limpida e buona da bere
così come è,
senza filtri, additivi e infingimenti.

Forse sono comunista anch’io,
perché non vorrei più vederla imbottigliata
in assurdi contenitori di plastica ed etichettata
con improbabili specchietti per gli allocchi.

[…]

Forse, Saramago, sono comunista anch’io,
perché non vorrei più vedere camion di bottiglie
scorrazzare per il paese da nord a sud e da sud a nord
e quintali e quintali di plastica che invadono le strade
nell’attesa di un riciclo che non si può fermare.

Forse sono comunista anch’io,
e brindo alla tua salute con un altro sorso
di rosso buono bevuto direttamente
dalla bottiglia di vetro riciclato e puro
che passo al compagno
che mi siede accanto
per allargare il giro

(perché l’allegria è un bene
che più lo condividi,
più si moltiplica
e ti ritorna
grato)

..
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