La pericope di MM (quasi un haiku)

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Chi è senza peccato,
Pecchi,
E la smetta di lanciare pietre!

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I chiodi, il martello, le martellate e il martellare

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Imperversa nelle scuole, in rete e sulle riviste di didattica un dibattito che contrappone conoscenze e competenze; un luogo comune della retorica dei nostri tempi che finirà per diventare una sottospecie di genere letterario, una sorta di disputa medievale, tipo la “Razón de amor y los denuestos del agua y el vino“, la “Disputa dell’anima e del corpo”, il dibattito sulla superiorità dei chierici sui cavalieri o la superiorità dei cavalieri sui chierici, la “querelle des Anciens et des Modernes“, il sostegno a Bartali versus il sostegno a Coppi, la doccia di sinistra contrapposta al bagno di destra (o era il contrario?)…

Insomma, si cerca di affermare una parte annullando o escludendo l’altra, come se potesse esistere una competenza assoluta che prescinda da ogni conoscenza o come se si potessero acquisire delle conoscenze senza mettere in moto tutta una serie di competenze che servono a far sì che le conoscenze diventino parte stabile e integrante della nostra enciclopedia personale.

Mi viene in mente l’apologo indiano dei sei saggi ciechi che si trovarono per la prima volta nella loro vita al cospetto di un elefante e, per descriverlo, cominciarono a toccarlo.
Il primo saggio, avendogli toccato l’orecchio, definì il pachiderma come un grande farfalla.
Il secondo gli toccò la zampa e pensò al tronco di un albero.
Il terzo, con ancora la coda tra le mani, disse che l’elefante era simile a una corda.
Il quarto, dalla punta della zanna, pensò a una lancia acuminata.
Il quinto, palpandogli gli enormi fianchi, affermava che si trovavano al cospetto di una muraglia movente e il sesto, toccandogli la proboscide, assicurava che si trattasse di una specie di serpente.
Tutti illusi che la loro parziale rappresentazione potesse descrivere la totalità e la complessità dell’elefante.

Mi pare che, escludendo nel processo formativo una volta la conoscenza (il sapere) e un’altra la competenza (il saper fare), ci comportiamo proprio come i sei ciechi dell’apologo indiano.

Cerco di spiegare cosa intendo con degli esempi.
1. Un bambino che impara a vedere l’ora acquisisce una competenza che non può prescindere dal sistema numerico decimale e dalla numerazione per 5 (poco importa se parliamo di numerazione, progressione aritmetica, tabellina o tavola pitagorica).
2. Similmente, fare in modo che gli alunni sappiano fare un’analisi testuale non può prescindere dal far acquisire loro la conoscenza dei generi letterari, delle figure retoriche, della metrica e, al limite, anche delle coordinate culturali che ci permettono di riconoscere l’appartenenza di un autore a una determinata corrente letteraria…
3. Imparare i verbi della propria lingua o di una lingua straniera presuppone una serie di competenze molto raffinate che servono a inserirli in categorie che grosso modo chiamiamo tempi e modi e in sottocategorie che definiamo tempi semplici e tempi composti, voci attive e voci passive, modi definiti e modi indefiniti… E credo che non ci sia dubbio che comprendere il sistema verbale di una lingua aiuti anche alla sua memorizzazione ed all’uso corretto della consecutio temporum e dell’attrazione modale, in un naturale intreccio di competenza e conoscenza.

D’altronde, nemmeno la tanto vagheggiata buona scuola dei tempi che furono era tutta basata sulle conoscenze. Il vecchio liceo classico (quello che formava la classe dirigente), non insegnava solo le declinazioni greche e latine e la vita e le opere di Cicerone e Demostene, ma soprattutto offriva agli alunni le competenze per leggere un testo in lingua latina o greca, ragionare sulla sua struttura e tradurlo in buon italiano. E anche lo studio della filosofia e della letteratura non si basava su semplici nozioni da mandare a memoria, ma tendeva a fornire capacità di ragionare sui sistemi, operare confronti, esprimere giudizi critici…

Non ha senso parlare di scuola della conoscenza o di scuola della competenza. A scuola si imparano cose e si impara a fare cose. Come nella vita. Dove appendiamo quadri al muro dopo aver conosciuto il muro, i quadri, i chiodi e il martello e dopo aver imparato a martellare senza puntarci il martello sul dito. Ahi!

L’ultimo giorno di lavoro

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È una settimana che sto pubblicando su FB e su Tumblr una selezione di video di versioni sghembe, creative, inaspettate e originali di alcune delle mie canzoni preferite. Un brano veramente bello si presta a continue riletture e reinterpretazioni che ci fanno scoprire ogni volta sapori nuovi e sfumature che ci erano sfuggite.

Oggi, in coincidenza con la festa dei lavoratori, ho scelto una serie di cover di “Construção”, capolavoro assoluto di Chico Buarque; una delle più belle canzoni mai scritte; un testo eccezionale con una struttura unica e inscindibile dal senso del brano; una costruzione del testo che sembra ripetersi davanti ai nostri occhi, “mattone su mattone, in un disegno logico“, come la costruzione edile in cui è impegnato nell’ultimo giorno della sua vita il lavoratore che è il protagonista del brano.
La descrizione di una tragica giornata portata avanti con 41 versi di 14 sillabe ciascuno, tutti terminanti con parole sdrucciole che danno al canto un ritmo ripetitivo che sembra ricalcare la giornata di questo operaio che negli ultimi versi della prima parte del brano inciampò nel cielo come un ubriaco fradicio / e fluttuò nell’aria come se fosse un passero / e finì a terra come un sacco flaccido / e agonizzò in mezzo al passaggio pubblico; / morì contromano disturbando il traffico; e nella seconda parte della canzone, con un leggero slittamento di senso: inciampò nel cielo come se sentisse musica / e fluttuò in aria come se fosse sabato / e finì a terra come un pacco timido, / agonizzó in mezzo al marciapiede naufrago; / morì contromano disturbando il pubblico; e, infine, nella terza e ultima parte, fluttuò in aria come se fosse un principe / e finì a terra come un pacco ubriaco; / morì contromano disturbando il sabato.

La descrizione tragica e mozzafiato di un fatto comune e unico come una morte sul lavoro condotta con un andamento crescente e un testo ipnotico, “mattone su mattone, in un disegno magico“; come se fossimo improvvisamente sprofondati in un incubo.

La prima versione di questo capolavoro è stata pubblicata in un album del 1971 che contiene anche una cover brasiliana di “4 marzo 1943” di Paolo Pallottino e Lucio Dalla (qui intitolata “Minha Historia”) e un bellissimo brano scritto con Vinícius de Moraes che ho sempre considerato la fonte di ispirazione di “Poster” di Claudio Baglioni, una cover non dichiarata; insomma, un plagio, non so quanto volontario (l’originale di Buarque-De Moraes si chiama “Valsinha”, andatevelo a sentire, magari nella versione italiana realizzata da Sergio Bardotti e cantata nel ’72 sia da Patty Pravo che da Mia Martini; sempre di cover d’autore si tratta, e negli anni ’60 e ’70, in Italia, se ne facevano tante e molte, belle assai).

In ogni modo, la versione di “Construção” che riporto qui è quella di Mônica Salmaso, un’interprete brasiliana molto dedita al canzoniere di Chico Buarque de Hollanda.

Ma vi consiglio di ascoltare anche la versione spagnola del cantautore uruguaiano Daniel Viglietti.

E, ancora di più, quella in italiano (sempre tradotta da Bardotti) interpretata in modo intenso, struggente e creativo da Enzo Jannacci:

Perché di lavoro si può anche morire.

Saggi come lumache

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Dovremmo tornare alla saggezza della lumaca.

Lumache - by Gaetano Aitan Vergara, 2014

La lumaca costruisce la sua casa sovrapponendo delle spire che aumentano in progressione geometrica; ma ad un certo punto si rende conto che il suo guscio sta raggiungendo la taglia massima in rapporto alle proprie dimensioni e comincia gradualmente a rallentare, fino ad arrivare ad arrestare del tutto la costruzione della sua casa-conchiglia. Da questo momento, si dedicherà solo a riparare eventuali scalfiture o rotture di quel guscio che, fin dalla nascita, la protegge dai predatori e dalle insidie dell’ambiente circostante.

Avrebbe potuto continuare a crescere indefinitamente, ma poi non avrebbe saputo come trasportare la sua casa e, molto probabilmente, sarebbe finita schiacciata sotto il peso della sua costruzione.

Insomma, è meglio dedicarsi a preservare e consolidare quello che abbiamo, piuttosto che morire sotto il carico incombente della nostra stessa crescita. È meglio capire che ci sono casi in cui meno è meglio, piuttosto che finire soffocati nell’abbondanza o soccombere sotto gli scarti della nostra stessa opulenza.

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(La prima foto è mia e risale a quattro anni fa; la seconda è una rielaborazione fotografica di beeple_crap intitolata “Snail Mail”.
La teoria della lumaca si deve, invece, a Ivan Illich ed è stata ripresa sia da Serge Latouche che da Maurizio Pallante nei loro studi sulla DECRESCITA felice, programmata, …necessaria.)

La favola della bomba intelligente

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Nel finale della storia
la bomba intelligente
solidarizzò con gli operai
delle fabbriche nemiche
di armi chimiche,
esplosivi
e carri armati,
lasciandosi
brillare in cielo
senza corpo ferire
né terra distruggere.

“In fondo,
eravamo entrambi
governati da padroni
stupidi, avidi
e un po’ coglioni.
Lontani da loro
voi sarete liberi
di usare meglio
i vostri neuroni
e io di fare
fuochi d’artificio
senza danni
a case,
cose,
chiese,
donne,
uomini
e intere
nazioni.”

Nel finale
della storia
gli operai
andarono
in un campo
a coltivare
peperoni
e zucchine
e cantarono
così forte
da non sentire più
la voce
dei padroni,
degli idioti,
dei rincretiniti
e dei coglioni.

Era l’inizio
di un mondo nuovo,
più felice,
più contento
e più bello.
Aveva imboccato
un’altra strada
la storia.
Alleluia,
gloria,
pane,
olive,
cicoria,
pace in terra
e tanta gioia
da venirne a noia
e sentire il ghiribizzo
di cominciare
un’altra guerra.
Ma
con secchiate
d’acqua,
lanci
di pomodoro
e cuscini.

Chiacchiere da bar di un trentenne senza arte né parte

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L’imperativo che ti hanno stampato in testa è produrre; produrre e consumare.
Consumare, consumare fino a consumarti. Consumare tutto… Il tempo, gli oggetti, l’aria, gli affetti, la frutta del supermercato e questo schifo di birra cinese. Devi consumare, devi consumare tutto e soprattutto il denaro che guadagni e ti consuma…

Ci hanno messo al mondo solo per questo, per farci spendere, spandere e sperperare senza limiti e senza freni, e per farlo non dobbiamo dipendere da nessuno, dobbiamo guadagnare, dobbiamo sistemarci, fare dei figli, mettere al mondo delle fottute nuove macchine da produzione e consumo…

Ma è chiaro che per realizzare tutto questo, devi prima avere un maledetto posto di lavoro… come tuo padre, come tuo nonno e come il padre del padre di tuo padre…
Non puoi spezzare questa maledetta catena di consumi e schiavitù.
Devi lavorare! Devi lavorare, porca miseria! Devi lavorare, lavorare e lavorare!
Forza, ti dicono, rimboccati le maniche e non startene con le mani in mano, che qui non c’è altro tempo da sprecare!

Ok, va bene, ho capito, ho capito, debbo lavorare, dico io… ma dove cazzo lo trovi oggi un lavoro? A meno che tu non voglia metterti a spacciare bamba o queste merdose birracce cinesi…
La produzione si è spostata in Romania, in Cina o in culo al mondo. Le fabbriche non hanno più operai, ma solo ammassi di ferraglia e teste quadrate, dico io. Nessuno ha più bisogno di te. D’un tratto vogliono che tu sia solo un consumatore.
Le cose che sprechi si fanno da un’altra parte… La frutta che mangi viene da un’altra parte… I tuoi vestiti… la tua moto… il tuo fumo… tutto viene da un’altra parte… Anche queste sedie, questo tavolo, queste schifose birre con etichetta italiana e manifattura asiatica o albanese…
Le macchine hanno preso il tuo lurido posto di schiavo della catena di produzione, dico io. Dovresti andartene altrove o travestirti da robot cinese, per riuscire a trovare uno straccio di lavoro. Oppure il lavoro te lo devi inventare, dicono…
Ma che cazzo vuoi inventare che qua hanno già fatto tutto!? E il resto di tutto lo stanno già pensando in Cina, in India o in Corea. E stai pur certo che lo faranno meglio e prima di te e di me, dico io!

Insomma, ti tengono lontano dalla catena produttiva e ti fanno vedere il lavoro come un miraggio, un obiettivo cui tendere, il fottuto sole che sta all’orizzonte. E tu, nel mentre, vivi alle spalle dei tuoi vecchi, che continuano ad ammazzarsi di fatica finché possono, e finché possono sostengono il prezzo dei tuoi consumi e quello dei tuoi vizi, dico io; almeno fino a quando non si innamorano della badante polacca e dedicano a lei tutte gli sforzi e quello che resta del patrimonio accumulato in decenni di schiavitù e di consumi.

Poi magari, all’improvviso, te lo fanno trovare anche a te un merdoso posto di lavoro e ti buttano nella produzione di servizi che non servono a niente e a nessuno, dico; e là ti lasceranno finché crepi. Ma ormai ti sei fatto antico pure tu. È da tanto che hai perso l’energia dei tuoi venti anni…

Cosicché, dopo tanta attesa, arriviamo ai nostri primi giorni di lavoro già stanchi e incazzati e mettiamo tutto il nostro impegno per lasciare il mondo peggio di come lo avevamo trovato, dico io…. Il che, a quanto pare, è l’unica cosa che riusciamo ancora a fare nel migliore dei modi possibili, dico.

E tu, smettila di guardarmi con quella faccia da paraculo e portami un’altra di queste sporche birre albanesi, che mi resta ancora qualche spicciolo dal malloppo che mi sono preso dal portafoglio del nonno. Prima che la pensione se la suga la polacca o il vecchiaccio si spende tutto all’enalotto, dico io!

È così poco il tempo che non posso limitarmi a fare una cosa sola.

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– Ma come hai potuto darmi una sola vita e tante cose da fare, apprendere e imparare?

Lo grido ripetutamente, a giorni alterni e a giorni contigui, rivolgendo la mia richiesta a qualcuno che non so e che, ne sono certo, seppure lo conoscessi, non sarebbe in grado di darmi ulteriori spiegazioni. La vita è troppo breve per fare una cosa sola. È un pensiero ricorrente, quasi un’ossessione in cui mi arrovello ripetutamente. La vita è troppo breve, il tempo troppo esiguo…

Spero di riuscire ad essere sempre dispersivo come sono e non smettere mai di imparare ogni giorno cose nuove.
Il corso dei giorni a venire è troppo limitato e ristretto per avere il tempo di sapere e fare le infinite cose che vorrei fare e sapere. Su questa meravigliosa vita c’è stampigliata una data di caducità illeggibile, ma di certo estremamente ravvicinata alla data di creazione.

La vita è troppo breve, ma è anche troppo bella per sprecarla a fare di malavoglia una cosa sola. Fatemi passare da un ramo all’altro ramo e fatemi restare con l’impressione che ogni impegno sia ozio e non negozio.
Non mi chiudete in una gabbia di prescrizioni e obblighi ripetitivi che lasciano poco o nessuno spazio per creare, cambiare e reinventare il mondo.