Napoli, Sabato 26 Febbraio, Galassia Gutenberg
Scrivere fuori o dentro la rete?
Moderato dibattito –  II parte

Alla fine del mio primo resoconto, avevo scritto che avrei continuato a parlarvi dell’incontro galattico il giorno dopo (domani), il giorno dopo il giorno dopo (dopodomani) o mai (domai o dopodomai). E, invece, contraddicendo allegramente tutte e tre le promesse, torno a scriverne oggi, a tre o quattro giorni di distanza.
Lo faccio perché, MMMMMM, credo che, rispetto allo scorso anno, quell’incontro abbia avuto Meno Mordente Ma Molti Messaggi Memorabili che potrebbero volatizzarsi, se qualcuno (chi se non io) non si prendesse la briga di fermarli su un nastro registrato, su una memoria di massa, su un foglio o su una di queste pagine mobili (nel parlato, le parole si scrivono sull’acqua, in rete le scriviamo sulla sabbia; ma è bello che di tanto in tanto ci sia qualcuno che si trovi a passare prima della prossima onda.)

Dunque, da quello che mi ricordo, quel 26 febbraio, il primo a discettare fu Vittorio Zambardino presentandosi come giornalista e professionista del web pagato per scoprire come trasformare la rete in commercio. Cercando di assumere il tono provocatorio dello scugnizzo simpatico, VZ si compiaceva nel definire i blogger come un’avanguardia ideologica ed i blog come un mezzo fatto apposta da un élite di scienziati perché un élite di persone di cultura possa sentirsi élite. Più tardi avrebbe affermato come una sorprendente scoperta la differenza tra il suo status di giornalista con un editore alle spalle pronto a garantirne la qualità della scrittura, rispetto ad un blogger che deve sempre stare a conquistare e meritare l’attenzione del lettore. A suo parere, molti dei più celebri blogger radicali si sarebbero prima o poi istituzionalizzati (secondo il classico percorso che, da incendiari, ci vede trasformati in zelanti pompieri). In ogni modo, il fulcro del suo intervento si basava sul concetto di disintermediazione: è forse il caso di spiegare che la parolona bi-suffissa sta a indicare la sparizione di intercessori, intermediari e mezzani; in pratica, come le compagnie aeree possono raggiungere i loro clienti scavalcando distribuzione ed agenzie di viaggi, i blogger possono arrivare ai lettori senza che si frappongano di mezzo editori o librai. (Dunque con la disintermediazione abbiamo raccolto un’altra declinazione del concetto del superamento del guardiano della soglia portato alla ribalta da Tiziano Scarpa lo scorso anno. (Anticipo che nelle battute finali del dibattito Gilgamesh  ha informato il pubblico galattico che in realtà quel concetto risale alla scuola di McLuhan che già aveva parlato da qualche altra parte, non a Fuorigrotta, di gatekeeper molto prima di quel fatidico 14 Febbraio del 2004)).

Mentre VZ si trastulla col telefonino ed Herzog si ripete la teoria dell’intelleguale, Giuseppe Granieri esordisce ricordandoci che i blog rappresentano un network di 10 milioni di persone che (tutti insieme animosamente) formano una (meravigliosa) macchina per interpretare la realtà. A suo parere, in rete cambia molto il rapporto tra chi scrive e chi legge, ma non viene intaccato l’atto creativo che resta tale e quale a quello dell’era pre-bloggistica. Di seguito GG rievoca le primitive esperienze di Fabula e di Bookcafe, quando si cominciò a capire che la rete rappresentava una nuova occasione per  pubblicare testi senza affrontare costi di edizione. Alla base soggiaceva l’idea che ogni opera avrebbe prima o poi trovato il suo naturale lettore. (Mioddio! quanto tempo è passato da allora? Mandai anch’io un paio di cose a Bookcafe. Una, la peggiore, era troppo lunga per essere letta in rete, ma mi fece vincere il primo libro della collana AltriStrumenti curato dallo stesso Giuseppe Granieri per le edizioni Literalia. Nulla di strano, visto che lì si avanzava in classifica in virtù della benevolenza degli amici che votavano le tue parole. D’altronde, mi pare di ricordare che nemmeno il libro in palio fosse granché). Le esperienze di Fabula e la prima versione di Bookcafe fallirono, ma poi arrivarono i blog a moltiplicare l’attenzione dei lettori ed intensificare lo scambio (io leggo te, tu leggi me, tutti e due leggiamo x§c, effe o bookcafé).

Dopo GG, ha dominato la scena Herzog per ricordarci (con fare da simpatico tribuno):
– che i blog servono a riempire spazi vuoti (qui sono proprio d’accordo, anche se magari quando parliamo di spazi pensiamo ognuno a campi e zone diverse l’una dall’altra)
– che sulla rete siamo tutti sullo stesso piano
– che siamo tutti testuanti (definizione, questa, felicemente trovata da manginobrioches)
– che i testi dei blog vengono ri-scritti con la partecipazione dei lettori
– che un blog permette la diffusione del proprio pensiero e del proprio talento in una scrittura viva
– che, se è vero come è vero che sono pochi i blog di qualità letteraria, neanche tra i volumi che riempiono le librerie passa tutta questa letteratura; non è certo il formato di carta rilegata a garantire patenti di letterarietà.
(Via via, buon Herzog, non mi pare che ti fossi dimenticato tutte le cose importanti che avevi da dire; il tuo intervento non si è ridotto a quella che hai definito una IP (ignobile pantomima) e che altrove altri ben più titolati hanno raccontato meglio di me immortalando le tue cavalleresche gesta. Non rammaricarti per non aver diffuso a pieno il verbo intelliguale, tanto c’è la rete dove tutto passa se merita di passare (o giù di lì)).

Raccolti i suoi diligenti appunti, la Lipperini, pur riconoscendo la portata rivoluzionaria dei blog, sostiene che non c’è crasi tra libro e rete né antagonismo tra editoria e letteratura (e come potrebbe dire diversamente la giornalista letteraria di Repubblica e l’editor della "Notte dei Blogger"?); anzi LL ritiene cosa utile pubblicare qualche blogger ogni tanto per non far sfuggire cotanti talenti a potenziali lettori non informatizzati. La rete, dunque, può essere luogo di scouting e di discussione letteraria. (In verità, la simpatica Lipperini mi pare che abbia il dono del sincretismo, quello che ti porta ad assumere le posizioni dell’altro, quelle del contrario dell’altro e quelle di chi da entrambi diverge; così, alla fine del dibattito ti risulta chiaro che l’essere è, ma è anche divenire; né si può negare che "ciò che è" è nulla, e tutto).

Jacopo De Michelis  torna a rievocare l’esperienza di Fabula (e ne ha ben donde per esserne stato tra i fondatori) e mette a fuoco qualche (utile) concetto:
– la rete è qualcosa come la somma della Biblioteca di Alessandria più la Cloaca Massima (puoi trovarci di tutto. L’acqua che ti disseta è la stessa dentro cui puoi affogare).
– nei blog si scrivono testi aperti che si costruiscono in interazione coi lettori, come nei feuilleton ottocenteschi
– nella blofosfera i guardiani della soglia (arieccoli!) sono i lettori stessi che decretano il successo di questo o di quello nella grande competizione per l’attenzione
– non sempre un bel post avrebbe una buona resa passando dai monitor alla carta stampata.

Concluso il dibattito intorno al tavolo, la parola passa al pubblico appollaiato in penombra. Ma l’atmosfera è piuttosto pigra, o forse sono tutti intenti a rimuginare i corposi concetti riversati in sala.
Finalmente, dopo qualche esitazione, prende la parola Palmasco per affermare due caratteristiche che considera salienti in un blog:
– la presenza di link
– la diffusione di contenuti legati all’esperienza concreta dell’autore.
Di seguito Gilgamesh dà a McLuhan & Co quello che è di McLuhan & Co e solleva la questione di Libero-blog che pirata senza consenso i post dei blogger in contrasto con le licenze Creative Common che sottostanno più o meno esplicitamente a tutti i blog.
Infine Sarmac riafferma la specificità della scrittura bloggistica rinvenendone nella sinteticità una caratteristica che porta a ridurre la quantità di parole per non appesantire il carico dei lettori (i quali avranno notato che questo post è di gran lunga debordante rispetto ai contenuti medi di questa pagina. Ergo, qui mi fermo e null’altro aggiungo passando ad altri il compito di "cercare il succo di tutta la storia"; se mai ve ne fosse uno).

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