Persa dietro una mascherina

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Greetings from the Yellow Zone

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Colonna sonora: Caetano Veloso su musica di Nino Rota

Prima e unica attrice: Stefania, la figlia di aitan

Foto ed effetti visivi esagerati e debordanti: aitan (che si scusa per la sovraesposizione)

La lingua batte e l’inglese duole

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Tra anglismi e language impoverishment

A scorrere dall’alto in basso la pagina Facebook del programma di Radio 3 “La lingua batte” sembrerebbe che risieda nella progressiva anglicizzazione dell’italiano il rischio più grosso che corre la nostra meravigliosa lingua.
Ma non credete che sia ancora più grave l’impoverimento lessicale e la semplificazione strutturale che porta a un uso sempre più vago ed impreciso del linguaggio, anche da parte di chi si occupa di comunicazione in modo professionale (giornalisti, esperti di questo o di quello, presentatori televisivi, insegnanti, youtuber, influencer e, perfino, scrittori)?
Per non parlare delle nuove generazioni sempre meno avvezze a leggere testi lunghi scritti con un linguaggio mediamente complesso e abituate ad usare un lessico che difficilmente va oltre le 2000 parole citate da Tullio De Mauro come “fondamentali”.

Per certi versi, l’uso di parole inglesi potrebbe perfino arricchire la qualità della nostra comunicazione; soprattutto quando le parole nuove di ascendenza inglese indicano nuove realtà, nuove invenzioni o nuovi concetti concepiti in territori anglofoni. Senza contare che, in molti casi, questi anglicismi sono prestiti di ritorno, parole di origine greco-latina che rientrano, rimesse a nuovo, nella nostra area linguistica attraverso l’inglese e, soprattutto, attraverso l’American English (mi riferisco a termini come scanner, televisione, media, sponsor, campus, forum, infodemia, influencer e, perfino, computer, da “computare”…).

Poi, non lo nego, ci sono casi in cui si abusa dell’inglese in modo inopportuno, non funzionale ed anche poco elegante (tipo il diffuso uso di “realizzare” – da “to realize” – al posto di “rendersi conto” o anche tipo quegli articoli di economia, di sociologia o di sport infarciti di parole inglesi che vengono utilizzate un po’ a casaccio, anche quando esiste un più calzante e più chiaro corrispettivo italiano). Di peggio c’è solo lo snobismo (parola di origine inglese che, senza un reale fondamento, si fa derivare dalla locuzione latina “sine nobilitate) di chi fa abuso di parole straniere per darsi un tono, per sorprendere il proprio interlocutore o per apparire più colto o più profondo di quanto effettivamente si sia.

In ogni modo, dal canto mio, insisto a sostenere che trovo più grave (ed anche più dannoso) l’impoverimento del linguaggio e l’uso di parole inesatte o approssimative da parte di parlanti italiani che usano male il nostro vocabolario e non trovano un appoggio nemmeno in quello di qualche lingua straniera.
Non c’è pensiero se non ci sono le parole per pensarlo e per dirlo.

That is the question!

Io non li sopporto i poeti

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Io non li sopporto i poeti
Sempre a caccia di parole
e di concetti che le parole
non possono o non sanno
esprimere

Io non li sopporto i poeti
Sempre pronti a re-citarci
versi che non si ha voglia
di sentire

Io non li sopporto i poeti
Incapaci di ascoltare voci
che non escano dal
proprio cortile

Io non li sopporto
non li sopporto i poeti
Togli la dieresi e puzzano
come peti che si spandono
per la rete senza che nessuno
ammetta di averlo fatto



Io non li sopporto i poeti
Chiusi nel proprio
orto contorto
e incapaci
di uscire

Io non li sopporto i poeti
Sempre alla ricerca
di costrutti di parole
messe lì apposta
per non farsi
capire

Io non li sopporto
Non li sopporto
i poeti
Troppo concentrati
sul proprio io io io

Io non li sopporto
i poeti
Non li sopporto

Ma a volte
mi capita
di leggere
autentiche
poesie

Non testi
con insistiti a capo
come quello che hai
avuto la pazienza
di scorrere
fino a
qua

There was a boy

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A very strange enchanted boy

Nature Boy” il capolavoro degli anni ’40 di eden ahbez (il compositore naturista che fu un precursore dei figli dei fiori) in una delle sue versioni più belle; quella di Miles Davis con un gruppo stellare che includeva Britt Woodman (al trombone), Teddy Charles (al vibrafono), Charles Mingus (al contrabbasso) ed Elvin Jones (alla batteria). Teddy Charles, poi, era anche arrangiatore di questa stupenda registrazione.


eden ahbez (scritto così, in minuscolo, come lui voleva che si scrivesse) era il nome che si era dato George Alexander Aberle (1908–1995).
ahbez deve gran parte del suo successo proprio a Nature Boy, che nel 1948, cantata da Nat King Cole, salì al primo posto delle classifiche statunitensi per otto settimane. Ma fu difficile trovarne l’autore, dato che faceva una vita ritirata da hipppy ante litteram nelle campagne della California. Si dice che dormisse all’aria aperta con la sua famiglia, che mangiasse solo frutta e verdura, che studiasse testi mistici orientali e che seguisse le teorie dei movimenti Lebensreform (in tedesco, “riforma della vita) e Wandervogel (in tedesco “uccello vagabondo”) fondate su un radicale ritorno alla natura e su un allontanamento dalle convenzioni borghesi.

Per certi versi era proprio e.a. lo strano nature boy di cui parla il testo della canzone. A very strange enchanted boy che si diceva avesse “vagato molto lontano, molto lontano / Per terra e per mare / Un po’ timido e dall’occhio triste / Ma molto saggio.”
Non a caso i seguaci californiani del movimento Lebensform si facevano chiamare proprio Nature Boys (sul modello dei Naturmensch tedeschi) e propugnavano uno stile di vita naturale fondato sui valori dell’agricoltura biologica e del veganismo, come forma di rifiuto contro le conseguenze negative dell’industrializzazione, dell’urbanizzazione e del materialismo. Una vita peace and love, insomma, in cui “La cosa più bella che imparerai mai / È solo amare ed essere amati…” (The greatest thing you’ll ever learn / Is just to love and be loved in return).
Vista così, “Nature Boy” può essere riletta come una sorta di canzone-manifesto di questi movimenti che imperversavano in California negli anni ’40 del secolo scorso e che aprirono la strada alla filosofia hippie degli anni ’60 fino alla “Summer of Love” di San Francisco.

Quella che ascoltiamo qui è una versione strumentale del capolavoro di ahbez; un’interpretazione “pianoless” intensa, concentrata e cameristica che apre il lato A dell’album “Blue Moods“, pubblicato dalla Debut Records* nel 1955 a nome di Miles Davis.

Tutti sono sul pezzo: Miles in stato di grazia con la sua tromba sordinata, Teddy Charles e Elvin Jones che creano con discrezione un meraviglioso tappeto sonoro insieme al contrabbasso di Mingus il grande, il quale, al quarto minuto, aggiunge al brano un assolo stupendo, una sessantina di secondi di vera goduria che si assommano alla goduria che arriva prima e dopo.

Non so dirvi quante volte ho risentito questa composizione negli ultimi 40 anni della mia vita; ma mi dà sempre i brividi.

Vi consiglio di ascoltarla anche nell’interpretazione cantata di Ella Fitzgerald e Joe Pass, in quella strumentale di Ike Quebec (struggente) e in quella modernizzata di David Bowie con i Massive Attack.

Aggiungo che esiste anche una versione in italiano di “Nature Boy” intitolata “Ricordati ragazzo”. Fu cantata da Luciano Tajoli nel 1949 e ripresa da Bobby Solo nel 1966.

Le mie, ve le risparmio.
E dovreste ringraziarmene, diobbuono!


* La Debut fu fondata da Charles Mingus e da sua moglie Celia insieme con Max Roach per evitare i compromessi cui i musicisti si dovevano sottoporre lavorando per le major. Purtroppo, però, ebbe breve vita e chiuse nel 1957, dopo circa cinque anni di attività e una trentina di album prodotti. Tra i “debuttanti” si annoverano il pianista Paul Bley, i trombettisti Kenny Dorham e Thad Jones e i sassofonisti Hank Mobley e Teo Macero (futuro produttore di Miles Davis).
Ma incisero per la Debut Records anche altri artisti di diversa estrazione, generazione e provenienza come Bud Powell, Oscar Pettiford, Kenny Dorham, Jimmy Knepper, Coleman Hawkins, Eric Dolphy, Cecil Taylor, Albert Ayler, Don Byas e Palle Mikkelborg. Una miniera tutta da esplorare.


“Solo per loro”, il secondo romanzo di Aniceto Fiorillo

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Recensione a caldo

Ho appena concluso la lettura del romanzo breve di Aniceto Fiorillo “Solo per loro“, pubblicato lo scorso anno per la collana Intrecci del marchio editoriale Dialoghi.
Il libro è un moderno Bildungsroman, un romanzo di formazione che narra la vita sentimentale e lavorativa di Antonio, giovane della periferia napoletana che, dopo essere stato licenziato da una fabbrica in cui è stato prima apprendista e poi manutentore, si arruola nell’esercito e vive la crudeltà della guerra dei Balcani.
Al rientro si trova coinvolto nei traffici di una Napoli criminale e tossica, “una città in perenne tensione” da cui decide nuovamente di scappare.
Il fil rouge che lega le tre parti del romanzo è la costruzione della personalità di Antonio e la sua storia d’amore con Matilde (di cui preferisco non dire nulla per non rischiare di anticipare troppo). Un cammino verso una disincantata consapevolezza. Come nei romanzi picareschi del siglo de oro.

La lettura è scorrevole e piacevole ed è bello anche il fatto che il ritmo delle tre sezioni (scandite da tre opportune citazioni classiche) sia molto mutevole. Dal tono più disteso del lavoro in fabbrica, a quello tragico e riflessivo della guerra in Kosovo e poi a quello frenetico e violento del rientro in una Napoli gomorristica.
Dappertutto affiora una vena di ironia e un tono moralistico di denuncia sociale verso le bassezze umane, inquadrate sotto forma di problemi cocenti e contemporanei, come la spietatezza della globalizzazione, la mancanza di mobilità sociale, la scarsezza di prospettive per i giovani del Sud Italia, i disastri della guerra chimica, la ricerca di denaro facile e la mancanza di qualsiasi scrupolo per raggiungerlo.

Leggendo viene da chiedersi quanto ci sia di esperienza di vita vissuta, quanto di vita reale ascoltata da terzi e quanto di vita letta in romanzi, saggi e fumetti o vista in film e serie TV.
L’impressione è che Aniceto, nei suoi 40 anni di vita, abbia “fatto cose e visto gente…”.
Ma in fondo questo importa poco.
L’importante è quello che resta su pagina.
E vi garantisco che non è poco.
Memorabili le parti conclusive della seconda parte dedicate alla guerra in Kosovo e l’episodio dell’elefante indiano fatto venire dal capoclan nel quartiere dei Miracoli.

A margine, mi chiedo perché alcuni toponimi, marchi di fabbrica e nomi propri siano realistici (Napoli, Giugliano, Secondigliano, Castel Volturno, Piazza del Gesù, Via Tribunali, Sanyo…) ed altri inventati, ma modellati su evidenti nomi di località, marche e marchi realmente esistenti (Largo Ameno, Via dei Regibus, “Sasalese”, Riemens, Texa, Fuji, Genstar, 27 Gran…).

Concludo con un paio appunti stilistici.
L’abuso del dimostrativo “tale” e l’introduzione di qualche parola e qualche spiegazione di troppo in singole frasi che, a mio modo di sentire, avrebbero funzionato meglio se espresse con più asciuttezza.
Questo fin dall’incipit del romanzo:

“Nel cielo azzurro si muovevano sinuosamente banchi di nuvole e l’aria sui nostri visi era tiepida, aveva il sapore della primavera.”

Io avrei scritto:
“Nel cielo azzurro si muovevano le nuvole e l’aria sui nostri visi era tiepida, aveva il sapore della primavera.” (p.7)

O perfino:
“Nel cielo azzurro si muovevano le nuvole e l’aria aveva il sapore della primavera.”

Qualche ulteriore esempio in cui metto in parentesi quadra le parti che trovo superflue:

“Mia madre aveva portato i piatti a tavola e ci stavamo sedendo, la tv [trasmetteva televendite con le quali] invitava a comprare materassi ortopedici.” (p.9)
“Il vialone era immerso in una fitta vegetazione, mi sembrava di essere in una foresta equatoriale di un [qualsiasi] Paese sudamericano.”(p.18)
“Avevamo frequentato insieme le scuole elementari e [di seguito] le medie.” (p.19)
“il mio amico continuava a creare con il motorino dei cerchi concentrici [,] perfetti [dal punto di vista della forma geometrica]” (p.21)
“In fabbrica, ognuno di noi aveva un soprannome [in base alle caratteristiche fisiche o comportamentali].” (p.24)
“All’interno diversi clienti, alcuni stranieri, erano rimasti allibiti [nell’assistere a tale rappresentazione].” (p.104)

Chiaramente queste sono questioni di gusto che hanno tutti i vizi della soggettività.
Personalmente, preferisco una narrazione ellittica che offra maggiore spazio al lavoro di ri-creazione del lettore.
Mi sento quasi offeso quando mi si dice troppo.

Da questo punto di vista, il finale del romanzo mi pare perfetto.
Ma non ve lo racconto.
Vi consiglio di leggerlo e di scoprirlo da soli.

Ad Aniceto, invece, nel fare i miei complimenti, consiglio un più attento lavoro di editing per le sue prossime pubblicazioni.

La nuova tegola di MetaFacebook caduta sulla testa degli utenti ignari

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Ormai è una decina di giorni, una decina di mesi e una decina di anni che “Domani inizia una nuova regola di Facebook…”

Ma possibile che ai tanti condivisori di questi messaggi non venga mai il dubbio che si possa trattare di una bufala?
Non destano qualche sospetto quei punti esclamativi ripetuti!!!, quel linguaggio che fa leva sulla paura (“può essere usato nei contenziosi contro di te”), il solito incitamento a fare qualcosa che “non ti costa niente…” e l’abuso delle MAIUSCOLE (suvvia, non indugiate e “FATE COPIA/INCOLLA”)? Non fa accendere qualche lampadina la ripetitività ciclica di questi messaggi sulla proprietà delle nostre foto o su presunti metodi per bypassare le regole di Zuckeberg e apparire ai primi posti sulle bacheche dei nostri amici virtuali?

Come se stessero nelle nostre mani le regole del gioco…

L’unica variazione sostanziale della bufala di questo nuovo anno consiste nel citare il cambiamento di nome (reale) da Facebook a Meta. Un classico espediente dei diffusori di fake news: mischiare un fatto reale con una fandonia per rendere il pacco più verosimile e spendibile.

Certo, si tratta di bufale piuttosto innocue. In fondo, veramente non costa niente fare copia e incolla: un gesto innocente e superstizioso che ha un che di vagamente apotropaico, tipo cambiare strada quando passa un gatto nero (“non è vero, ma ci credo); ma a ‘mme continua ugualmente a preoccuparmi questa incessante diffusione acritica di post altrui, questo copia/incolla indiscriminato e compulsivo.
Quasi una prova di forza dei diffusori di bufale (se posso fargli credere questo, posso fargli credere qualsiasi cosa).

E allora, per l’ennesima volta, cerco di fare un po’ di chiarezza sulla questione (veramente annosa).

Innanzitutto, deve essere chiaro che non si possono cambiare le regole del gioco incollando sulla nostra pagina personale dei post che non sono altro che una versione contemporanea e amplificata delle vecchie (e odiose) catene di Sant’Antonio. Il testo che state contribuendo a diffondere come un virus epidemico serve solo a intasare le bacheche con un messaggio ripetuto ad infinitum et ad cazzum di canem.

Le vere regole sulle “autorizzazioni concesse dall’utente a Facebook” si possono leggere sulle loro pagine ufficiali evitando così di diffondere sciocchezze e creare allarmismi:

https://m.facebook.com/terms?locale=it

Certo non tutto è chiarissimo, ma in buona sostanza si capisce che Meta non ha alcun interesse a riutilizzare i nostri contenuti e la nostra proprietà intellettuale per farne commercio in modo diretto. Ve lo immaginate Zuckerberg che vende a Pink Pallin una vostra foto o una vostra filastrocca, e magari dice pure che l’ha scritta lui?

Zuckerberg & Co. fanno affari attraverso i nostri dati e i nostri comportamenti (soprattutto i nostri comportamenti compulsivi, tipo copincollare inutili catene di Sant’Antonio), non vendendo a terzi le nostre immagini o i nostri futili messaggi (compreso questo, naturalmente).

Facebook ce lo dice chiaramente che paghiamo la sua gratuità con i nostri dati personali e – in questa pagina – ci lascia pure controllare quali dati vengono usati per mostrarci le inserzioni. Si legge, tra l’altro:

Anziché richiedere all’utente un pagamento per l’utilizzo di Facebook o degli altri prodotti e servizi coperti dalle presenti Condizioni, Facebook riceve una remunerazione da parte di aziende e organizzazioni per mostrare agli utenti inserzioni relative ai loro prodotti e servizi. Utilizzando i nostri Prodotti, l’utente accetta che Meta possa mostrargli inserzioni che Meta ritiene pertinenti per l’utente e per i suoi interessi. Facebook usa i dati personali dell’utente per aiutare a determinare quali inserzioni mostrare all’utente.
Facebook non vende dati personali dell’utente agli inserzionisti […]. Al contrario, gli inserzionisti possono indicare a Facebook elementi come il tipo di pubblico di destinazione delle proprie inserzioni e Facebook mostrerà tali inserzioni agli utenti che potrebbero essere interessati. Forniamo agli inserzionisti report sulle prestazioni delle proprie inserzioni per consentire loro di comprendere in che modo gli utenti interagiscono con i loro contenuti.”

Insomma, se continuiamo a copincollare falsi messaggi e probabile che poi ci ritroviamo in bacheca inserzioni che ci vogliono vendere il colosseo o post che ci incitano a votare per Trump, Biden, Renzi, Meloni, Salvini, De Luca o il futuro partito di Draghi.

Meditate gente!
Meditate e FATE COPIA/INCOLLA di questo messaggio su tutte le vostre pagine e in tutti i gruppi che conoscete o praticate.

((( parola di aitan )))
aitanblog.wordpress.com

Le 56 Balene di Mingus

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A 43 anni dalla morte del Barone di Nogales

Quarantatré anni fa, giusto 43 anni fa, moriva Charles Mingus, a Cuernavaca, nel Sud del Messico, un Paese che amava e in cui andava spesso a svernare e a spassarsela.
Ma quella volta no. Quella volta Charles Mingus non era andato a divertirsi e a gozzovigliare. Quella volta si era andato a mettere nelle mani stregate di una curandera.
Forse, anche se non lo confessava nemmeno a se stesso, dentro di sé Charles lo sapeva che era partito per morire, quella volta. E aveva scelto una terra tutto sommato vicina, ma del tutto distante dagli Stati Uniti del puritanesimo, del capitalismo sfrenato, della segregazione razziale e dell’odio per i non allineati. La terra sensuale e misteriosa che gli aveva ispirato capolavori come “Tijuana Moods” (1957-1962) e “The Black Saint and the Sinner Lady” (1963).

Un paio di anni prima di quel fatidico 5 gennaio del 1979, Mingus aveva scoperto di essere affetto da una rara forma di sclerosi che lo aveva costretto a vivere tra un letto e una sedia a rotelle. Dopo mille tentativi di cure tradizionali, aveva fatto le valigie e aveva attraversato la frontiera che dagli USA portava agli Stati Uniti Messicani.

Il giorno dopo la sua morte, seguendo una sua volontà, il suo corposo corpo fu cremato. Probabilmente pesava ancora più di un quintale, nonostante la malattia che negli ultimi due anni lo aveva fortemente debilitato e infiacchito.
Più tardi le sue ceneri sarebbero state portate in India e poi sparse dalla moglie Sue nelle acque sacre del Gange. Una cerimonia piena di fiori e tinte sgargianti.

Aveva solo 56 anni, Charles Mingus, in quella prima settimana del ’79.
Una leggenda alimentata da Joni Mitchell narra che nel giorno della sua morte 56 balene si arenarono su una spiaggia di Acapulco e scelsero anche loro di morire in Messico.

Fu così che quel 5 gennaio del ’79, se ne andarono insieme 56 balene e uno dei più grandi innovatori della musica afroamericana, un compositore di sorprendenti doti sincretiche e creative e un grande contrabbassista, uno di quelli che hanno dato centralità e protagonismo a uno strumento dei margini e delle seconde linee.

Ma Charles Mingus era anche un uomo grande e un grande uomo dalla personalità impegnativa, complessa e ingombrante. Un artista orgoglioso delle sue origini quanto mai composite e uno strenuo attivista nel campo dei diritti degli statunitensi non Wasp (quelli che non erano né bianchi né anglosassoni né protestanti): suo padre era mulatto di madre svedese e padre afroamericano; sua madre era metà cinese e metà pellerossa.

I am Charles Mingus. Half-black man. Yellow man. Half-yellow. Not even yellow, nor white enough to pass for nothing but black and not too light enough to be called white.”

Riferendosi in chiave sarcastica alla pluralità delle sue ascendenze, Mingus diceva di sé stesso di essere al di sotto di un cane bastardo (la sua autobiografia si intitola proprio così: “Beneath the Underdog“).

Era un uomo affamato di vita, di sesso, di alcol e di musica Charles Mingus (guai a chiamarlo Charlie!). Una personalità contorta e vorace. Irruento e capace di improvvisi slanci di nostalgia e tenerezza come la sua musica. Un artista in perenne ricerca e pervaso da una continua volontà di cambiamento.

I’m going to keep on finding out the kind of man I am through my music. That’s the one place I can be free. But the reason it’s difficult is because I’m changing all the time.”

Un disadattato, continuamente in analisi. Un epitome dell’artista genio e sregolatezza. Una personalità multipla come le sue origini proteiformi.

In other words I am three. One man stands forever in the middle, unconcerned, unmoved, watching, waiting to be allowed to express what he sees to the other two.
The second man is like a frightened animal that attacks for fear of being attacked.
Then there’s an over-loving gentle person who lets people into the uttermost sacred temple of his being and he’ll take insults and be trusting and sign contracts without reading them and get talked down to working cheap or for nothing, and when he realizes what’s been done to him he feels like killing and destroying everything around him including himself for being so stupid. But he can’t – he goes back inside himself.”

Ma quale di queste personalità era reale?
Tutte, tutte erano reali e tutte cooperavano a dare linfa alla sua arte musicale e al suo genio compositivo.


Onore e merito al Barone di Nogales e alla sua arte imperitura!

(Wow! Dammit e uanema, unanema ‘a bella!)


Fuori rete

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Dove torno a rimbalzare disordinatamente da Facebook al blog e viceversa

Tanti amici hanno già deciso o stanno decidendo in questi giorni di mettere i piedi fuori dal meta-flusso di Facebook, per non lasciarsi contagiare dalle sue acque torbide, per non farsi trascinare dalla corrente e per fare in modo che i loro dati e le loro emozioni non siano sfruttati per fini commerciali. Altri, semplicemente, riducono progressivamente la loro esposizione ai social cercando di liberarsi in modo morbido dall’assuefazione.
Io, invece, per il momento, ci resto ancora del tutto invischiato. Forse perché mi illudo di navigare a pelo d’acqua e di governare la rotta a mio piacimento. Sento, in qualche modo, di essermi mitridizzato. E poi, mi ripeto fino all’autoconvincimento che osservare il fenomeno dall’interno serve a farmi capire meglio le nuove generazioni e la deriva che sta prendendo la mia.
Eppure, tante volte, vedendomi dal di fuori, mi sento come un tossico che mentre assume la sua dose ripete a se stesso e al mondo io-smetto-quando-voglio.
E allora, vado dicendo in giro che restare in questo magma liquido mi serve pure per confrontarmi con amici, conoscenti e sconosciuti vicini e lontani; anche se constato ogni giorno che ci vuole molta pazienza per dibattere in uno spazio polarizzato, aggressivo, viscerale e umorale come il Faccialibro. Tanto più quando si intraprende una discussione in un gruppo pubblico o privato, dove, nella moltitudine, ognuno sembra perdere il suo senso del limite, il rispetto per l’altro e il valore della propria responsabilità personale. Un po’ come accade nei fenomeni di violenza collettiva (guerre, genocidi, lotte tra bande rivali, stupri di gruppo, tifoserie da stadio, atti di bullismo e di teppismo perpetrati da una massa di persone più o meno indistinta), dove, dal gregge, vengono fuori i ruggiti dei leoni da tastiera che si sentono protetti dalla distanza, dalla complicità della propria bolla di amici virtuali e, talvolta, anche dal loro relativo anonimato.


Alla luce di questa somma indistinta di ragioni e sensazioni, ritengo e ripeto spesso che era molto meglio quando si navigava nella “blogosfera“, quando, cioè, si interagiva, ognuno dal proprio blog personale, con un gruppo di persone che, di solito, era molto più limitato e circoscritto di quello degli attuali social. Mi pare che tra i blogger ci si leggesse reciprocamente con più attenzione, che i commenti fossero più ragionati, che le comunità fossero più salde. E poi si era più padroni dei propri post e perfino dell’impaginazione e della grafica dei testi pubblicati. (Sarà per questo che mi ostino a tenere vivo il mio vecchio blog in parallelo con i miei spazi feisbukkini e tante volte il Faccialibro lo uso anche come un trampolino per far rimbalzare i miei venticinque più affezionati lettori dal social ad aitanblog.wordpress.com).

Insomma, diciamo che resto nel Faccialibro per vedere l’effetto che fa, ma anche per alimentare il mio personale narcisismo e, proprio per questo, mi spiace quando alcuni dei miei amici decidono di andare via e finiscono per lasciarmi più solo tra la folla sterminata del meta-coso.
Questo, naturalmente, non vuol dire che non capisca e non rispetti fino in fondo la scelta di chi lascia, né che non senta anch’io l’esigenza di tenermi per qualche tempo lontano da questa sovrabbondante autorappresentazione pubblica (l’io che parla a un voi) per tornare a praticare con maggiore intensità una comunicazione a tu per tu.
Non a caso, un giorno sì e l’altro pure avverto l’esigenza di disconnettermi per far sì che il tempo pubblico che passo su FB non eroda il mio spazio privato. Disconnettermi per riconnettermi con me stesso e con il mondo reale, insomma.
Anche perché temo che, sotto sotto, continuiamo a restare invischiati nei social perché ci risulta molto più facile e meno impegnativo fare dichiarazioni sulla pace universale in rete che prenderci cura di chi ci sta vicino (il prossimo), e più facile anche comunicare a una massa indeterminata di persone che chiamare un amico in difficoltà o parlare con chi si sente solo o abbattuto. Ma, soprattutto, so bene che per tutti noi è meno faticoso e più comodo fare parte di una comunità virtuale che fare comunità (e agire) nel territorio in cui viviamo.

Qualche tempo fa scrivevo in un altro contesto che “per noi boomers il mondo sembra essere tutto dispiegato sul Faccialibro e difficilmente siamo indotti ad affacciarci su quello che succede fuori dalla sua rete protettiva. Se ci debbono dire qualcosa, che lo dicano sul muro sicuro di quella bacheca. Anche perché fuori da quel microcosmo, considerato che non troveremo i nostri pollicioni, i cuoricini, gli abbracci e le faccine, non riusciremmo più ad esprimere un nostro giudizio, una nostra emozione o un pensiero personale.”
Insomma, la nostra bolla di “amici” di Facebook è diventata la nostra “comfort zone” e, il più delle volte, abbiamo poca o nessuna intenzione di uscirne
Sarà per questo che tendiamo a riversare in rete gioie, tragedie e dolori, che finiscono per diventare (in modo più o meno in/consapevole) dei meccanismi acchiappalike.
Perché, è inutile negarlo, se si scrive qua sopra, si cerca il consenso (o almeno la reazione) dell’altro; per quanto si tratti di un altro indistinto, moltiplicato per il numero degli “amici” che si hanno in bacheca. E il fatto stesso di scrivere a un voi indistinto e mobile fa adeguare il tono e lo stile della nostra comunicazione alla molteplicità degli interlocutori, rischiando anche un appiattimento di forma e contenuti. (Di questo io credo di essere abbastanza consapevole da selezionare in modo quasi automatico quello che voglio scrivere sul blog, quello che destino alla mia bacheca pubblica, quello che metto nella pagina dei vicini di aitan e quello che destino a gruppi di carattere più “politico” o, al contrario, a singoli amici ai quali sono legato da un rapporto di comunicazione più intima e personale. Magari anche fuori dalla rete, nel mondo extra-virtuale.)

Tuttavia, poi mi dico che, alla fine dei conti, anche uno scrittore di libri di carta (come un utente dei social) scrive ad un voi indistinto. Nessuno mette fuori le sue parole in forma scritta solo per rileggersele da solo (anche perché perfino l’io che rilegge i suoi propri testi, a distanza di tempo, risulterà sempre diverso dall’io del momento in cui li stava scrivendo).
Umberto Eco sosteneva che “c’è una sola cosa che si scrive solo per se stesso, ed è la lista della spesa. Serve a ricordarti che cosa devi comperare, e quando hai comperato puoi distruggerla perché non serve a nessun altro. Ogni altra cosa che scrivi, la scrivi per dire qualcosa a qualcuno”.
Il problema, certo, è che quel qualcuno, in un social network, per quanto indistinto, può essere più condizionante del pubblico dei lettori di carta. Perché in Facebook, anche se hai 5mila amici, ogni potenziale lettore ha un nome e un cognome (per vero o fittizio che sia). E, se fai il medico e parli di ospedali, finisci inevitabilmente per pensare che ti leggeranno anche gli infermieri, i pazienti, i colleghi e il primario. E poi quel qualcuno che ti legge sulla “tua” pagina Facebook ha diritto di parola su quello che scrivi e può interagire con te. E spesso lo fa (lo farà) in modo spiacevole, aggressivo o adulatorio.

Il mezzo, insomma, non è innocente. Nelle sue dinamiche chiunque entri resta invischiato (irretito), anche se con differenti gradi di consapevolezza, di disumanizzazione e di dipendenza. Fino alla perdita di controllo sulla propria vita e all’isolamento come deriva esistenziale.

Il rischio della disumanizzazione (e anche quello dell’alienazione) diventa ancora più forte nelle nuove generazioni. Noi boomers conosciamo la comunicazione dello spazio e del tempo extravirtuale; sappiamo che esiste anche una comunicazione a tu per tu non amplificata e deformata dalla rete. Il rischio è che le nuove generazioni conoscano solo questa modalità comunicativa io a voi e che non sappiano più cosa voglia dire avere una propria privacy, o sussurrarsi parole all’orecchio.

Sì è creato, insomma, un terribile circolo vizioso: ci isoliamo dal mondo, viviamo collettivamente come degli arcipelaghi legati dal mare che ci separa, e poi, navigando in quelle stesse acque, cerchiamo continue conferme che gli altri abbiano letto (e gradito) i messaggi che abbiamo lanciato senza mettere un preciso destinatario sulle nostre bottiglie da naufraghi. E quando non ci leggono (o non gradiscono) cresce in noi la frustrazione e lo sconforto.

Ma, beninteso, questo non è solo un problema dei millenials, di quelli della generazione Z o dei nativi digitali.
È brevissimo il passaggio dall’hikikomori adolescente che si chiude in una stanza di fronte a uno schermo al kodokushi (la morte solitaria) del cinquantenne ritrovato cadavere putrescente in una casa trasandata in cui si accumulano rifiuti tristezza e solitudine.
La mancanza di parole per dire agli altri il proprio disagio, lo sfaldamento di ogni relazione con un’altra singola persona a favore di una pseudocomunicazione con un gruppo indistinto di altri che più che interlocutori diventano “pubblico”, la rappresentazione falsata di se stessi attraverso lati buoni, labbra a culo di gallina, fotoritocchi e avatar non fanno che aumentare la nostra solitudine, fingendo di colmarla.
Un processo di disumanizzazione e alienazione che rischia di aumentare l’insoddisfazione e renderci peggiori.
Soprattutto quando è più forte la distanza tra la nostra vita virtuale (iperattiva) e la nostra vita extra-virtuale (passiva, spenta o inesistente).
Forse il segreto consiste nel presentarsi per quello che si è ed usare un linguaggio simile sia quando si è dentro che quando si è fuori dalla rete. Senza fotoritocchi, abbellimenti, trucchi, citazioni prive di fonte, appropriazioni indebite, risate stampate sulla faccia e ricerca spasmodica del lato buono.
Essere autentici. Presentarsi per quello che si è, con i propri difetti, le proprie mancanze, i propri pregi e le proprie contraddizioni. Rispettare gli altri, non alzare la voce e rispettarsi. Essere gentili. Mettersi in ascolto. Togliersi la maschera e restare umani! Anche quando si scrive e ci si rappresenta da dietro uno schermo protettivo, al riparo della rete.

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P.s. Ho scritto un testo molto lungo. Ma lo so bene, lo so che qui la distrazione regna sovrana. Tante volte, “la rete intrappola le nostre parole e lascia che il ragno fagociti i nostri pensieri senza alcun segno di interesse o attenzione.”


Molte di queste riflessioni si debbono a scambi di opinione a distanza che negli anni ho fatto con Mariasole Ariot, che a intermittenza fa capolino sui social, ma, fondamentalmente, non ci è mai stata.


interludio vacillante

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Ohibò, ma cosa successe otto anni fa che mi spinse a scrivere questo breve e preoccupato post di Facebook?
Due anni di covid mi hanno offuscato la memoria.
E quel fatto di “se ti dicono che rischi di morire, ti affidi ai dottori” e bla bla bla, era una metafora, vero?
Continuo a vacillare. In ogni senso.
Ma faccio il bravo e prendo le medicine.


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#vacillanti #dubitanti #incerti #no-novax

(Io non ho fede nella scienza, per non offenderla.)


Honoré Daumier (1808-1879)

Aspettate, aspettate, provo ad aggiungere una ventata di ottimismo chioscottesco. Almeno come buon augurio.

“Sappi, Sancio, che un uomo non vale più di un altro uomo, se non fa più dell’altro.
Tutte queste burrasche che ci capitano sono segni che presto il tempo dovrà volgere al sereno e le cose dovranno andarci bene; perché non è possibile che il male e il bene siano durevoli, e da ciò consegue che, essendo durato molto il male, il bene è ormai vicino.”

Miguel de Cervantes, “Don Chisciotte della Mancia“, Libro I, cap.XVIII (la traduzione è mia).

Il meme è una rielaborazione grafica di un’immagine pubblicitaria tratta da lamanchawines.com.

Ma… avercela davvero tutta questa fiducia sull’imminenza del momento buono della statistica!