amara terra mio e amaro mare

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ogni giorno un numero maggiore di cadaveri galleggiano nel mare

e poi vanno a fondo quando le cavità si riempiono d’acqua

e l’aria e i gas fuoriescono dai corpi in decomposizione

ogni giorno un numero maggiore di cadaveri galleggiano nel mare

in cui avremmo tutti voglia di sciabordare e dimenticare

perché se ti fermi a pensare ti muore dentro la voglia di remare o rimare

con rime facili e scarpe marinare

quanno ce vo’, ce vo’; ecchecacchio

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(a colloquio con il prof del figlio)

a me non me ne passa neanche per il cazzo che mio figlio si impari l’inglese, il frangese o quando fu impiccato musollini, a me mi importa solo che quello stronzo si impari un po’ di italliano, anche se viene bocciato, perché tanto il lavoro lo stesso non lo trova, che quella tanto la fatica mo non ci sta propio e non la trovo nemmanco io che prima travagliavo 5-6 giorni a settimana come frarecatore e mo il padrone mi dice sempre, se vuoi, puoi pure startene a casa, che oggi manco si alza la cardarella; quello almeno il mio primo figlio ha visto la mala parata e ha lasciato il professionale per fare il parrucchiere, ma questo non c’ha nessuna passione e non ci importa niente di niente; ma tu ora non li puoi neanche picchiare che quello mo nemmeno più sulle mogli si possono alzare le mani che dicono questo fatto della violenza sulle donne e sui criaturi e poi uno passa pure un guaio, che torna da lavoro e prima si poteva sfogare con qualcheduno, ma ora nemmeno questo si può più fare; e santiddio, ma questa che razza di vita è che hai sempre preso mazziate, le continui a prendere, e poi non puoi nemmeno prendere a calci in culo tuo figlio o tua moglie, che prima, una volta che te l’eri sposata, potevi farci quello che cazzo ti pareva e mo pure per farti una chiavata devi chiederle il piacere e pure ai tuoi figli devi chiedere tutto per piacere e quelli ti rispondono pure a cazzi in culo, mannaggia la miseria e questi caspiti di telefonini che ce li stanno inguaiando tutti quanti e nessuno fa più il suo dovere vero in questo mondo di debosciati e puttanieri da quattro soldi e mille pretese; prufesso’, questi c’hanno tutti quanti il pizzo bbuono e le scelle rotte, epperò voi a ‘mme mio figlio me lo dovete promuovere perché se no io lo tolgo dalla scuola e lo metto a faticare, pure se ci danno la metà di quello che ci danno ai neri che vanno a cogliere le pummarole o alzano la cardarella col masto mio; va be’, arrivederci, e se fa lo scostumato o non fa quello che deve fare, dategliene quattro voi, che tanto ve l’ho detto io, e state sicuro che non sono uno di quelli che se la pigliano coi maestri che mazzeano ai figli che debbono essere mazziati, che quello mazza e panella facevano i figli belli, e così siamo crisciuti noi, e quanno ce vo’, ce vo’, pecchè po’ mo cu’ panella senza mazza parono tutti stronzi e pazzi e c’hanna rutto ‘o cazzo cu tutte chisti vizi e sfizie ca se vonno luva’ senza fatica’ e senza aizza’ né ‘a penna e nemmanco ‘a cardarella; ecchaccacchio


lessico minimo per quelli che stanno troppo a nord per capire:

– cardarella = recipiente metallico a forma di cono tronco per mescolare, impastare o sciogliere la calce o altri materiali usati in edilizia. In napoletano dire “alzare la cardarella” equivale a dire “fare lavori manuali che non implicano nessuna attività mentale”
– fatica = lavoro
– frarecatore = muratore
– masto = capo, padrone, ma anche maestro artigiano
– mazziare = picchiare
tene’ ‘o pizzo bbuono e ‘e scelle rotte = letteralmente: “avere il becco buono e le ali rotte”, cioè ambire a una vita costosa, ma non avere capacità per procurarsi il denaro
– travagliare = lavorare

Non accettare regali dagli sconosciuti

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La vita è troppo breve per fare una sola cosa.
Spero di riuscire ad essere sempre dispersivo 
come sono e non smettere mai di imparare
ogni giorno cose nuove.
(Gaetano Vergara)

Il mattino dell’ultimo giorno un mendicante slavo gli regalò un libro dalla copertina di pelle rossa. Non c’era nessun titolo, ma la prima pagina diceva che era la storia della sua vita e raccontava il giorno in cui sua madre incontrò suo padre in un bar di periferia. Incredibile, su quella pagina c’era proprio nero su bianco il nome suo, accanto a quelli di mamma, di papà e dei suoi due fratelli, e c’era pure scritto che i suoi, quando lui nacque, vivevano in case separate e tornarono insieme il giorno del suo primo compleanno. Inebriato, sfogliò in un minuto tutte le pagine del libro sbirciando qua e là qualche parola o qualche rigo. Nessun dubbio, tutto vero, tutto com’era accaduto, era proprio la sua vita vergata punto per punto da una mano misteriosa.

L’ultima cosa che fece prima di stramazzare al suolo con il libro aperto sull’ultima pagina del libro fu correre a leggere che sarebbe morto scorrendo con lo sguardo e con il dito l’ultima parola di quell’ultimo rigo.

“Incipit”, ovvero “In principio era il romanzo”

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“Dai 17 ai 20 anni pensavo che nella vita avrei scritto romanzi. Dopo ho preferito viverli…”

Potrebbe essere un aforisma del cazzo, uno di quelli firmati dai tanti pseudo-bukowski che affollano la rete, oppure l’incipit di un racconto, di un’opera di finzione, di un’autobiografia più o meno romanzata…, l’inizio di uno di quei fottuti romanzi che pensavo che avrei scritto quando avevo 17-20 anni.

Ma quello che state leggendo non è niente di tutto questo. Quello che state leggendo è solo un post di un blog di periferia che finisce già qui, senza nulla a pretendere né niente apportare al mondo delle lettere o a quello dei network sociali che fanno rimbalzare frasette da schermo a schermo per gente distratta pronta a condividere le architetture di parole che meglio suonano ai loro orecchi poco avvezzi ai flussi di parole; gente distratta abituata solo a cliccare un rapido Mi piace con buona pace dello scrittore che versò lacrime di lettere e rivoli di finto sangue fatto della stessa sostanza delle lettere e delle parole. Un sangue finto che ora mi macchia le dita e la tastiera e minaccia di riempirmi la stanza e la gola fino a farmi affogare in un mare di parole, se non fermo qui questo flusso sconsiderato che non porta a nient’altro che al punto che interrompe il mio vomitio e la vostra lettura. E dopo il punto presento già un sospiro che dalle viscere attraversa la bocca ed esprime il senso di sollievo che viene dal fatto di non trovarsi più davanti al vuoto di altre parole parole parole che per fortuna non si prolungano nei tempi e negli spazi d’un romanzo, ma formano solo un testo che sembra un altro pretesto per non parlare della crisi in cui fui messo e mi misi. E arriva, così, il punto in cui davvero rifletto e mi fermo lasciando anche voi liberi di occuparvi d’altro.

Tra Storia e Memoria (tutta roba presa da Wikipedia)

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«Dicebat Bernardus Carnotensis nos esse quasi nanos gigantium humeris insidentes, ut possimus plura eis et remotiora videre, non utique proprii visus acumine, aut eminentia corporis, sed quia in altum subvehimur et extollimur magnitudine gigantea» (Giovanni di Salisbury, XII secolo)

ovvero

«Diceva Bernardo di Chartres che noi siamo come nani sulle spalle di giganti, così che possiamo vedere più cose di loro e più lontane, non certo per l’acume della vista o l’altezza del nostro corpo, ma perché siamo sollevati e portati in alto dalla statura dei giganti.»

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“If I have seen further it is by standing on ye sholders of Giants.”
Isaac Newton, Letter to Robert Hooke (15 Febbraio 1676)

Varianti modernizzate:
“If I have seen further it is by standing on the shoulders of giants.”
o
“If I have seen further it is only by standing on the shoulders of giants.”

Ma, insomma, ci siamo capiti…

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E lo so che Aldous Huxley aggiunge che “That men do not learn very much from the lessons of history is the most important of all the lessons that history has to teach.”, sì… il fatto che gli uomini non imparino molto dalla storia è la lezione più importante che la storia ci insegna, ma oggi è il giorno della memoria, no?

Il mondo va avanti, ma non è chiaro quale sia il suo senso e la sua direzione

E pensare che qualche coglione parlava di fine della storia.
Come se potesse reggere un mondo con più di tre quarti di popolazione affamata e meno di un quarto che continua a sprecare risorse.
Basti pensare che un’ottantina di miliardari posseggono una ricchezza pari alla metà più povera del pianeta; negli ultimi quaranta anni il numero de paesi meno sviluppati è raddoppiato; miliardi di persone vanno a dormire affamati ogni notte; quasi la metà della popolazione mondiale vive con meno di un paio di euro al giorno.
E voi pensate che la storia sia finita e vi sconvolgete se qualche bomba bussa ogni tanto alle vostre porte? Avete applaudito alle magnifiche sorti e progressive di un mondo globalizzato e ora vi meravigliate della proliferazione dei supermercati cinesi, dei venditori di kebab e delle moschee.
Questa non è guerra e nemmeno guerriglia. Questa è una dissennata ricerca di senso in un mondo di rapper islamici; nababbi arabi e cinesi; cassintegrati e nuovi poveri europei; mafiosi russi con yacht a Capri e a Cannes; donne e uomini tedeschi e francesi figli di tedeschi e francesi che vanno in Siria a prepararsi alla jihad; petrolieri e ipervenditori telematici statunitensi che pensano che resteranno per sempre i padroni del pianeta e fanno di tutto per inverare il loro pensiero.
Le polveriere sono ovunque, e anche gli sciacalli pronti a sfruttare la contingenza favorevole; quelli che con le guerre si arricchiscono e qualche volta perfino le provocano. La fame cerca risposte dappertutto, anche nella religione e nei fondamentalismi. Soprattutto quando alla fame di pane si unisce la fame di certezze e ideologie forti.
La cultura occidentale, dopo la rivoluzione francese, ha saputo abbattere i valori dello status quo ante; ma non è riuscita a ricostruire un sistema di valori nel sentire dei suoi cittadini; fosse anche un sistema basato sulla mancanza del pensiero unico e sul diritto di esprimere le proprie idee in piena libertà e in piena libertà poter criticare quelle altrui. Forse, questa possibilità di vivere la propria vita senza imporre ad altri la propria ideologia è il messaggio più forte che l’Europa può dare al resto del mondo globalizzato. Ma è un messaggio che, per sua natura, non può essere imposto a nessuno, ma solo proposto. E invece siamo già qui a barattare la libertà con la sicurezza e a chiedere le solite leggi speciali; mentre, nel mondo fuori di qui, continuiamo a smerciare democrazia e offrire repressione per poi riempirci la bocca di diritti e perpetrare le leggi dello sfruttamento dell’uomo sull’uomo.

Mentre scrivo, mi rendo conto che è tutto ancora più complesso di così…
L’unica certezza è che non è finita la storia e di conflitti ne vedremo ancora tanti, dentro e fuori da queste case che non hanno più pareti, ma schermi infiniti come te che leggi e forse riecheggi nella tua mente una canzone di tanto tempo fa.

Questo blog, nel 2014; con tanti auguri per il 2015.

I folletti delle statistiche di WordPress.com hanno preparato un rapporto annuale 2014 per questo blog.

Ecco un estratto:

Una metropolitana a New York trasporta 1 200 persone. Questo blog è stato visto circa 4.500 volte nel 2014. Se fosse una metropolitana di New York, ci vorrebbero circa 4 viaggi per trasportare altrettante persone.

Clicca qui per vedere il rapporto completo.

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