Risoluzione

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Quel mattino, tutta tutta la città si svegliò con lo stesso identico pensiero che faceva capolino di testa in testa:

– Basta, stamattina esco! Tanto stanno tutti chiusi nelle loro case e non mi può succedere niente. Non incontro nessuno…!

Das Opium des Volkes

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Bisogna stare attenti. Si deve dubitare di tutto e di tutti. Delle fonti ufficiali come della controinformazione.
Non bisogna farsi ipnotizzare dalle notizie e dalle citazioni.
Soprattutto da quelle che rimbalzano ossessivamente sui social.

Come diceva Karl Marx:

Facebook ist das Opium des Volkes

ovvero

Facebook è l’ oppio dei popoli“.

Il brano proviene dall’introduzione a “Per la critica della filosofia hegeliana del diritto“, scritto nel 1843 e pubblicato postumo, ma l’introduzione che contiene la famosa citazione era già stata riportata separatamente nella raccolta di articoli e saggi marxiani “Deutsch-Französische Jahrbücher“, gli “Annali Franco-Tedeschi” editi nel 1844 in collaborazione con Arnold Ruge.

Ma fermiamoci a leggere la citazione completa, non accontentiamoci degli spezzoni:

“Facebook è la teoria generale di questo mondo, il suo compendio enciclopedico, la sua logica in forma popolare, il suo solenne completamento, il suo universale fondamento di consolazione e di giustificazione. Esso è la realizzazione fantastica dell’essenza umana, poiché l’essenza umana non possiede una realtà vera. Facebook è il sospiro della creatura oppressa, è l’anima di un mondo senza cuore, di un mondo che è lo spirito di una condizione senza spirito. È l’oppio del popolo. Eliminare Facebook in quanto illusoria felicità del popolo vuol dire esigere la felicità reale. L’esigenza di abbandonare le illusioni sulla sua condizione è l’esigenza di abbandonare una condizione che ha bisogno di illusioni. La critica a Facebook, dunque, è, in germe, la critica della valle di lacrime, di cui Facebook è l’aureola.”

Impressionante, no!?

Ogni giorno mi dibattito tra il pessimismo dell’intelligenza e l’ottimismo della volontà

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Vedo in giro brutti segni e temo che questo sia solo l’inizio.
Di questo passo saremo sempre più divisi e lacerati, oltre che distanti.
Lavoratori autonomi contro lavoratori statali. Operai contro impiegati. Dottori contro infermieri. Infermieri contro insegnanti. Insegnanti contro dirigenti. Dirigenti contro ministri, personale di segreteria e bidelli. Maschi contro femmine. Meridionali contro Settentrionali. Giovani contro vecchi. Tutta l’Italia contro l’Europa e il resto del mondo.

Nella vita non ho mai evitato lo scontro.
“Without contraries is no progression. Attraction and repulsion, reason and energy, love and hate, are necessary to human existence.”
Dallo scontro può nascere la stella danzante, l’angelus novus… Ma resto atterrito quando vedo questi spauracchi vuoti, questi simulacri dello scontro autentico, queste schermaglie condotte a colpi di vomiti, piccole invidie e urla sconnesse. Come in un vecchio show di Funari come uno show finto-nuovo di DeFilippi/Giletti/Bonolis. Come in uno stadio pronto a far esplodere la rabbia delle masse e deviarla sul piano del campanilismo, dello sciovinismo e della tifoseria.
E poi temo che tanta rabbia trovi le strade sbagliate per manifestare il suo sfogo, la sua scappatoia, la sua via di fuga.
Temo che si scatenerà un tremendo odio sociale, una guerra tra poveri che farà solo il gioco dei nababbi che stanno a guardare e manipolano tutto quello che possono manipolare per trarre vantaggio dai cadaveri schierati sul terreno.

Si sta covando molto fuoco sotto le ceneri.
La paura della morte sta rallentando tutto, anche lo spaccio, la prostituzione, l’abusivismo edilizio, la corruzione, lo sfruttamento dell’uomo sul uomo.
Tantissime attività, legali e illegali, non riusciranno a sopravvivere a una pausa così lunga. Altre risorgeranno dalla polvere con riconversioni, guizzi di ingegno o manovre spietate.
Ci saranno fallimenti, ci saranno licenziamenti, ci saranno più disoccupati sul mercato. Aumenteranno le tasse; aumenteranno i furti, le rapine, i pizzi e gli scippi; crescerà il disagio e dilagherà il malcontento.


Ma voglio provare a essere ottimista.
Quando usciremo da questo brutto sogno, avremo anche una gran voglia di spendere, spandere e tornare ad abbracciarci e lavorare insieme.
In questi giorni, il commercio si sta fermando, ma si stanno anche incrementando i risparmi della classe media impiegatizia.
Chiusi in casa, tutti stiamo spendendo poco o niente. Questa forzata decrescita significa anche meno sprechi, meno soldi spesi in benzina, viaggi, prodotti superflui, ristoranti, pub, pizzerie, spritz, caffè, giocattoli, automobili, ninnoli, belletti, balocchi e profumi…
Sono chiusi anche i centri scommesse (finalmente).
Solo l’e-commerce continua impavido e senza freni.
Questo comporta un consolidamento della capacità di acquisto della classe media.
Se non ci faremo prendere della paura, quando tutto questo sarà finito si tornerà a fare la spesa e un po’ anche a sprecare denaro, e io spero tanto che si privilegeranno i negozi di prossimità evitando la folla e la follia dei centri commerciali.
Spero che riscopriremo la salumeria e il negozietto sotto casa. Magari evitando di portare altro denaro a quei commercianti che in questi giorni hanno approfittato della contingenza per vendere le salsicce a 25 euro al chilo e l’amuchina a peso d’oro. Spero che ci resterà anche qualche soldo da spendere in libri, dischi, concerti e spettacoli di ogni tipo e che usciremo tutti da questo lungo incubo un po’ più adulti e responsabili. Magari anche più uniti, umani e solidali.
Spero, voglio e pretendo che dalle ceneri venga fuori una società rinnovata, fondata sul bene comune e non sugli interessi di pochi. Una società, anche, più pronta ad affrontare le emergenze senza disgregarsi e darsi addosso reciprocamente. Una comunità fondata sull’interesse collettivo e la salvaguardia delle fasce più deboli.

Come realizzare tutto questo deve essere il nocciolo del nostro impegno a venire.

L’insonnia di Dámaso Alonso

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Madrid è una città di più di un milione di cadaveri (secondo le ultime statistiche).

A volte nella notte io mi rigiro e mi rialzo in questa nicchia in cui sto imputridendo da 45 anni,

e passo lunghe ore sentendo gemere l’uragano, o latrare i cani, o fluire blandamente la luce della luna.

E passo lunghe ore gemendo come l’uragano, latrando come un cane infuriato, fluendo come il latte dalla mammella calda di una grande vacca gialla.

E passo lunghe ore chiedendo a Dio, chiedendogli perché imputridisce lentamente la mia anima,

perché imputridiscono più di un milione di cadaveri in questa città di Madrid,

perché mille milioni di cadaveri imputridiscono nel mondo.

Dimmi, che orto vuoi concimare con la nostra putrescenza?

Temi forse che ti si secchino i grandi roseti del giorno, i tristi gigli letali delle tue notti?


Sono versi di Dámaso Alonso (storico eterodosso, acuto filologo e sensibile poeta madrileno nato nel 1898 e morto nel 1990). Sono tratti da “Hijos de la Ira”, libro pubblicato in prima edizione nel ’44.
La traduzione è mia. L’originale è qua e suona come una tetra profezia:


Insomnio

Madrid es una ciudad de más de un millón de cadáveres (según las últimas estadísticas).

A veces en la noche yo me revuelvo y me incorporo en este nicho en el que hace 45 años que me pudro,

y paso largas horas oyendo gemir al huracán, o ladrar los perros, o fluir blandamente la luz de la luna.

paso largas horas gimiendo como el huracán, ladrando como un perro enfurecido, fluyendo como la leche de la ubre caliente de una gran vaca amarilla.

Y paso largas horas preguntándole a Dios,  preguntándole por qué se pudre lentamente mi alma,

por qué se pudren más de un millón de cadáveres en esta ciudad de Madrid,

por qué mil millones de cadáveres se pudren lentamente en el mundo.

Dime, ¿qué huerto quieres abonar con nuestra podredumbre?

¿Temes que se te sequen los grandes rosales del día, las tristes azucenas letales de tus noches?

Tutto tornerà come prima

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Impressioni di fine marzo

L’impressione è che a Nord non abbiano saputo e, (ai livelli più alti dell’economia e della politica) non abbiano nemmeno voluto, frenare a tempo debito il treno in corsa.
L’impressione è che si siano fermati solo quando i primi vagoni sono precipitati nell’abisso, e ora rischiano di trascinarsi dietro anche gli altri; pure se il treno è fermo ma ancora palpitante.
L’impressione è che molti dei caduti di Bergamo, Brescia, Mantova, Milano e di tutto il Lombardo-Veneto siano stati vittime di una meccanismo produttivo che non si è fermato nemmeno quando l’hanno messo di fronte alle prospettive più tragiche; che si stanno tragicamente inverando.

La macchina del denaro ora si lecca le ferite, ma già pensa a come sfruttare il momento e i liberisti, che ora, nel pieno della bufera, chiedono gli aiuti dello Stato e l’intervento dell’Europa, domani, quando tornerà il sole, continueranno a pretendere che le volpi sguazzino libere nei liberi pollai. Chiederanno più privatizzazioni nella sanità, più tagli ai servizi pubblici e sistemi di tassazione agevolata per le imprese produttive. Continueranno a farci credere che la nostra felicità dipenderà dalla crescita del PIL e dalla salute delle loro imprese e ci renderanno ancora più vulnerabili e manipolabili.

Tutta questa tragedia sarà archiviata come un mero incidente di percorso e tutto tornerà come prima, ma con i cimiteri più pieni, i cantieri più liberi e iperattivi, i poveri sempre più poveri, i ricchi sempre più ricchi e la classe media in balia del vento. E la colpa del contagio sarà scaricata sul sistema alimentare cinese, su quelli che passeggiavano nei parchi e su chi faceva jogging da solo alle 6 del mattino.

“Voyage autour de ma chambre” con pc al seguito

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Da ragazzo, tra le centinaia e centinaia di tomi della collezione B.U.R. di casa mia, mi incuriosii un titolo che sembrava una soluzione ai miei pomeriggi di ozio e di noia. Si chiamava “Viaggio intorno alla mia camera“, e io, a quei tempi, non potevo di certo immaginare che a marzo del 2020 mi sarei ritrovato a ripercorrere i passi di quel celebre romanzo sentimentale di Xavier de Maistre scritto agli sgoccioli del ‘700.

De Maistre racconta che impiegò 42 giorni per compiere il suo viaggio di esplorazione vagando e divagando per la sua stanza.
42 giorni sono il tempo di una lunga quarantena e, al momento, non sappiamo se il nostro viaggio sarà più lungo o più breve, ma per ora non va poi tanto male e il tempo passa rapido, molto più rapido di quanto potessi pensare o temere. Sarà che il lavoro a distanza e l’intrattenimento formativo dei miei ed altrui figli mi sta impegnando oltremodo.
Ma non è di questo che volevo parlare. Volevo parlare, piuttosto, degli interstizi, del tempo che mi resta tra una cosa e l’altra, quando, come il savoiardo francese, lascio dialogare Madame Anima con la bestia e oscillo tra angosce, ricordi e ottimismo, passeggiando tra i mobili, gli album musicali e i libri accumulati in ogni angolo della casa (“Ignorante a ‘mme? Je tengo ‘a casa chiena ‘e libre. Tengo libre pe’ tutte parte. ‘Ncoppa ‘a libreria, int’a scrivania, inte ‘e dirette, int’all’armadio, ‘ncoppa ‘e tavule, ‘ncoppe ‘e bicchiere, ‘ncoppe ‘e purcellane, ‘ncoppe ‘e bumbiniere, int’a cantine, int’a cucina, abbascio ‘o garace… Quante è vera ‘a vista e ll’uocchie!“, come la suocera di Veronica a.k.a. Rosalia Porcaro).

La camera di Vincent ad Arles ai tempi del coronavirus (1888-2020) di Gaetano Aitan Vergara

E poi, in fondo e in superficie, libri a parte, ci sono tante cose interessanti da fare dentro questa stanza. C’è pure un PC che mi connette col mondo e una televisione che porta il conto dei morti e dei moribondi.
De Maistre non ce l’aveva.

Sì, è vero, questi schermi ci hanno fatto diventare tutti un po’ autistici. Ma può essere una fortuna, ora. Probabilmente non avremmo resistito a questa reclusione coatta se non fossimo già abituati a vivere una vita parallela nelle stanze delle nostre chat.
Il traffico veicolare si sta spostando sulla rete, lo spazio che occupavamo per le strade ora ingombra il web. Ci stiamo tutti hikkimorizzando e la terra sta prendendo un attimo di respiro, mentre noi scandagliamo ogni centimetro che ci separa da una parete all’altra delle nostre stanze di vita quotidiana.
Forse ne usciremo cambiati da questo viaggio. Un po’ migliorati o molto più scoglionati e coglioni.
Chi vivrà, vedrà, e sarà visto a sua volta in giro (se riprenderà l’abitudine ad uscire).

Un necroforo di paese

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Bellafronte ovvero la stranezza non è l’impossibilità

Bellafronte è un corto di Andrea Valentino e Rosario D’Angelo molto bello e ben recitato.
Dura una ventina di minuti che passano rapidissimi ed è disponibile fino al 22 marzo nella lista dei 100 film da vedere a casa nei tempi del coronavirus (un’iniziativa che si inserisce nel progetto ministeriale Solidarietà Digitale).

Un racconto ben cesellato che si costruisce davanti ai nostri occhi fluidamente.
Una storia che si autoproclama vera, per quanto strana ed improbabile.
La storia del gigante solitario che improvvisamente incontrò l’amore.
Un intreccio disperato e grottesco dipanato con leggerezza e distanza (anche la telecamera spesso si allontana dalla scena per “comprenderla” di più e meglio).
Le musiche sono gradevoli, le inquadrature geometriche e ricercate.
Antonio Fiorillo grande, ma misurato. Francesco Paolantoni, molto in parte.
E poi si vede un Sud bello assai.

Il mio plauso a Rosario e ad Andrea che questo corto lo hanno scritto, coccolato e girato a quattro mani e due cuori pulsanti.

La colonna sonora di un recluso in una gabbia d’oro e amuchina

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Tre CD e un libro che ho comprato poco prima che cominciasse questa specie di ibernazione e che mi stanno facendo buona compagnia.

Il libro è una biografia scorrevole e ben documentata di Tom Zé, l’ultimo tropicalista. L’ha scritta Pietro Scaramuzzo e, per me, è soprattutto un’occasione per andarmi a riascoltare vecchie cose e per scoprirne di sempre-nuove di questo incendiario e irripetibile sperimentatore brasiliano.

Sheik tee Zappa di Stefano Bollani mi mancava, volevo prenderlo da tempo, e ho fatto proprio bene. 6 brani su 9 sono composizioni di Frank Zappa, ma il disco è di Bollani e suona a meraviglia. Quello il nostro pianista jazz internazionale ha il dono di far diventare facili le cose difficili e impreziosire anche quelle banali. E tutto scorre sempre che è una bellezza!

Le Nuove avventure di Capitan Capitone” è il terzo capitolo delle storie corsare di Daniele Sepe. Non delude e piace anche alla piccola; “Cazzimao (Pesciolini e Pesci a brodo)” l’avremo sentita già una ventina di volte.
A ‘mme mi fa allattare soprattutto la parte centrale dell’album, dove si ascoltano in fortunata sequenza il bluesaccio di “Chesta è ‘a vita mia” (cantato da nonno Mario Insegna insieme con Sabba Lamptelli ed Emilia Zamuner), “Se tu sei il mio vero amore” (versione italiana di un brano di Vitorino, cantautore portoghese che se non conoscete, conoscetelo!), “Lapo e Gonzalo” (esilarante duetto di Aldo Chivalà e Maurizio Capone) e “‘O Guardio” (uno pseudo-trap che ci ricorda che non si può morire a 15 anni; a prescindere!).
Ma sono godibilissime e ci fanno abballare a me e a Stefania pure “Zingari” (featuring Carmine D’Aniello e Marcello Coleman),  “Core e Pappavalle” (strumentale a tempo di bossa a la maniera di Pietro Umiliani e Piero Piccioni) e il “Romeo & Giulietta” rappato da Shaone.
Chiude l’album “Dino pesciolino fino” un duetto di Stefano Bollani (n’ata vota) con Valentina Cenni. Un bel regalino di Stefano all’amico Daniele e a noi altri.

Di “Uneven“, l’ultimo album di Stefania Tallini, avevo già detto appena era arrivato il CD.

Aggiungo solo che migliora ad ogni ascolto.


Era il 29 febbraio e nessuno pensava che le nostre vite sarebbero cambiate tanto.
Ma la moseca continua, anche se gli show sono quasi tutti fermi e io sono preoccupato anche per i tanti che di questo campano.

Apritevi, è primavera!

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Il virus ci tiene chiusi in casa. Perdiamo i contatti con gli altri. Ci manca l’aria. Il nostro sguardo è sempre fisso su uno schermo. Vaghiamo da una stanza all’altra e ci circondano sempre le stesse cose.

Cerco una soluzione.

Propongo un flashmob. Un altro. Ma veramente inedito.
#Striptease_sul_balcone di tutti quelli che sono o si sentono belli.
E noialtri restiamo a guardare.

Con @Francisco Goya…
@Édouard Manet…
@René Magritte…
@Pierre-Albert Marquet…
@Carl Holsøe…
e @Gerrit van Honthorst!

Partecipate e diffondete. Riempiamo la rete e i balconi di bellezza!

#Noistiamoacasa ma #vediamogente #facciamocose!


Da oggi comincia il countdown in attesa della primavera con il primo videoclip della serie ed il lancio sui social.