Confessioni di un perdente nato

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Sono poco competitivo e naturalmente perdente. Se mi giro indietro non vedo mai nessuno.

Alle corse e ai concorsi arrivo sempre ultimo. É stato sempre così: sono sempre stato in fondo ad ogni elenco, lista o graduatoria e, se si faceva un sorteggio, ero l’ultimo anche al sorteggio. Quando si giocava a pallone non mi volevano mai in squadra. Ma se si trattava di giocare a tressette a perdere, accumulavo decine di punti e… perdevo.

Forse l’unica volta che sono arrivato primo in una competizione risale a quando ero ancora uno spermatozoo e vinsi la corsa per la vita.

La corsa per la vita!

Boh!?

Mi viene il dubbio che quella sera (o quel mattino… non so) gli altri spermatozoi dormissero oppure si fossero fermati a vedermi arrancare tra le cosce di mia madre. Avevano intuito che non valeva la pena affannarsi tanto per guadagnarsi uno schifo di mondo extrauterino.

Insomma, a pensarci bene, sono stato l’ultimo anche quella volta: gli altri avevano intuito la menata e mi avevano lasciato passare.
Ora sto facendo un esercizio di scrittura intitolato “Gli ultimi saranno i primi”.

Sarò l’ultimo a consegnare e primeggerò nei contenuti; ma la docente del corso ci dirà che in questo compito, come da titolo, i primi saranno gli ultimi e gli ultimi saranno i primi.

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Valutazione numerica e quantitativa

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Fa parte della dinamica delle relazioni umane: l’altro da te, se gli dai 1, prende 2; se gli dai 2, prende 4; se gli dai 4, prende 5 e pretende 10; se gli dai 10, prende 20 e vuole tutto. Ecco perché è necessario mettere dei paletti: spiegare subito che se date 1, più di 1 non siete disposti a dare. Oppure bisognerebbe mettere tutte le proprie risorse in comune e vivere in un mondo non fondato sulla quantità e sullo scambio del “DO UT DES” (dove, appunto, si dà 2 – ovvero D1 e O2 – per ricevere almeno 3 – ovvero D1, E2 ed S3. Ça va sans dire che in questo schema ho semplificato molto, visto che, tra le altre cose, ho supposto a priori che D, O, E ed S abbiano pari valore e mi sono soffermato, per amor di sintesi, sul mero dato quantitativo senza considerare affatto eventuali differenze di qualità tra i dati a mia disposizione).

Ma, fuor di parentesi, confesso di non sapere bene cosa significhi “mettere tutto in comune e vivere in un mondo non fondato sulla quantità” e, in realtà, non mi è del tutto chiaro nemmeno il resto di questa considerazione. Tuttavia, spero che voi sappiate prenderla per il verso giusto, senza avere null’altro a pretendere ed accontentandovi del niente che vi ho dato senza che, arrivati alle ultime righe di questo testo, vi venga in mente di chiedere risarcimenti od oneri per il tempo che vi ho sottratto.

“Resumé” di Dorothy Parker ed altri suicidi da ridere

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Razors pain you;
Rivers are damp;
Acids stain you;
And drugs cause cramp.
Guns aren’t lawful;
Nooses give;
Gas smells awful;
You might as well live.

(by Dorothy Parker)


Traduco, molto liberamente:

I rasoi ti provocano dolori;
I fiumi sono umidi;
Gli acidi ti lasciano macchie
E le droghe causano crampi.
Le pistole non sono consentite dalla legge;
I cappi cedono;
Il gas ha una puzza terribile;
In fin dei conti, è meglio vivere.


La prima versione di questa breve poesia di Dorothy Parker fu pubblicata negli anni ’20, nel decennio che si aprì con tre celebri cortometraggi comici che rappresentano una lunga serie di suicidi frustrati: “Haunted Spooks” (“Il castello incantato”, 1920) e “Never Weaken” (“Viaggio in paradiso”, 1921) di Harold Lloyd e “Hard Luck” (“Fortuna avversa”, 1921) di Buster Keaton. Ma questa mi pare la rappresentazione più divertente della paradossale assurdità del suicidio.

La poetessa bambina e il cretino cresciuto e pasciuto

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Benedetto Croce ha scritto da qualche parte che “Fino a diciotto anni tutti scrivono poesie; dopo, possono continuare a farlo solo due categorie di persone: i poeti e i cretini“.
Stefania ha cominciato presto, a 6 anni non ancora compiuti e con la scrittura incerta di chi frequenta da poco più di un mese la prima elementare.

Se da adulta sarà una poetessa o una cretina, al momento non posso saperlo (come non mi è dato sapere con certezza quale delle due opzioni sia più indicata per me, che non ho mai smesso, pur avendo cominciato anch’io a scrivere versi prima dei 18 anni, ma almeno un lustro dopo gli anni che ha ora la mia piccola).

In ogni modo, stamattina Stefy è venuta col foglio che ho inserito in foto alla fine di questo post e mi ha detto che aveva composto una canzone (lei non vuole che si parli di poesie, in verità):*

L’AMORE
SCORRE
DALLE VENE
PER L’AMORE
SERVE
FIDUCIA

Di seguito, incoraggiata dal mio compiacimento, ha scritto anche la seconda strofa (più bella e preziosa, a mio parere) ed ha aggiunto la pomposa (ed errata) firma che vedete a destra di questo riquadro:

SULLE
RIVE
DEL
VENTO
LA
NATURA
LE
MIE
CANZONI
SONO
FAMOSE
STEFI
VRGARA

Quello che mi impressiona sono gli “insistiti a capo prima che si arrivi alla fine del rigo” (altrimenti détti “versi”) e l’ellissi verbale -la frase nominale, la sintesi icastica, la metatassi, ‘nsomma, la mancanza di verbo- della seconda strofa.

i primi versi di stefania vergara

Forse davvero “tutti i bambini nascono artisti. Il difficile è come continuare ad esserlo dopo essere cresciuti” (questo era Picasso).
Forse, il mio compito consiste nel lasciar crescere da solo l’albero folto della sua creatività, preservandolo dalla siccità, dalla grandine e dalle tempeste di vento.

Prometto solennemente di provarci. Non perché un domani sia un’artista, ma perché non sia un’assoluta cretina.
E poi, mal che vada, l’esercizio della creatività la aiuterà a sentirsi meno sola e inconsolabile… Un viatico per i momenti più difficili e disperati della vita che sarà.



* Quando la piccola mi dice che non vuole che le sue canzoni siano definite poesie mi viene in mente che sosteneva più o meno la stessa cosa anche Fabrizio De Andrè, citando proprio la frase di don Benedetto di cui sopra

Benedetto Croce diceva che fino all’età dei diciotto anni tutti scrivono poesie. Dai diciotto anni in poi, rimangono a scriverle due categorie di persone: i poeti e i cretini. E quindi io precauzionalmente preferirei considerarmi un cantautore.”

Che sorprendente coincidenza, nevvero!?

Autumn Deca-Dance Reloaded

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Lungo la strada
cadono i vecchi
e nelle case
i secchi
e gli specchi
Cadon
dal mio capo
i residui capelli
in sulle sciarpe
le scarpe
e gli orpelli
Cadono i sassi
dai cavalcavia
Cade la nonna
e cade la zia

Cadono i calcinacci
dai consunti balconi
e gli immigrati
da barche e barconi
Cadono i governi
e gli amori eterni
come i caduti
caduti in guerra
Cadon le vite
sull’asfalto
e per terra
mentre un amore
t’abbatte
e ti atterra

Cadono i denti
e i decadenti
come i neonati
appena alzati
e i neonazi
mal cresciuti
e pasciuti
Cadono
i vati
e i deputati
Cadon
gli Stati
e gli operai
mal pagati

Cadon
le teste
cadon
le braccia
Cadon le feste
le trecce
e la faccia
Cadono
i tetti
e gli edifici
con gli artifici
del tempo
che fu
Cado io
e cadi
anche tu

Cadono
i fichi
a un tanto
al chilo
e le parole
che vi rifilo
come tessere
di un domino
che non domino

Solo le foglie
non cadono più

Perché
gli alberi
erano già
tutti giù
per terra
da tanto tempo fa

Molto
prima
che cadesse
un altro autunno
sulle nostre vite
sfiancate
dal caldo
di un’altra estate
e dal timore
del freddo
che verrà

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Previous Version:

https://aitanblog.wordpress.com/2015/10/17/autumn-deca-dance/

Bòtti d’Artificio e Bótti Catalane

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​’Na botta ‘o circhio e n’ata ‘o tumpagno è un proverbio derivato dall’attività dei “bottari” catalani che usavano dare un colpo al cerchio e un altro alla base della botte per cercare di dare un assetto alle doghe e tenerle unite, ma indipendenti dal resto della cava, celler, bodega o cantina. Il modo di dire si riferisce a chi tituba, tentenna e temporeggia nel prendere una decisione, cercando modi funambolici per arrampicarsi sugli specchi e barcamenarsi tra due situazioni in cui si teme che si abbia comunque qualcosa da perdere.
Ma a un certo punto una decisione bisogna pur prenderla, per mettersi l’anima in pace e uscire dal proprio stato di catalexit. “Omnis determinatio est negatio“, direbbe quell’ebreo ispano-olandese di Spinoza. Ed è proprio humana y trágicamente così, ogni scelta è una negazione: non si può tenere insieme troppo a lungo le capre, i cavoli, le bótti piene e le mogli ‘mbriache. Prima o poi la capra si fionda nella botte e la moglie si scaglia sui cavoli e scopre che sono amari e poco adatti alla merenda. Ma questa, forse, è già un’altra storia.

Interludio storico e magistrale

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La Maestra Storia a colloquio coi genitori:

– Signora cara, non è che io sia una cattiva maestra, sono i suoi figli che sono piuttosto distratti e dovrebbero impegnarsi di più.
In fondo, quel Mister Huxley aveva le sue ragioni nel ritenere che il fatto che gli uomini non imparino molto dalle mie lezioni sia la lezione più importante che io insegni. Ma, mi creda, non è tutta colpa mia… e forse dovreste farvi un’esame di coscienza anche in famiglia.
Mi scusi se sono stata così esplicita, ma insegno da tanti anni e ormai sono piuttosto stanca e sfiduciata. E poi non è per niente facile andare avanti sentendo ogni tanto qualcuno ripetere che scivoli a ogni pié sospinto dalla tragedia alla farsa; quando non sostengono perfino che ormai sei finita. Ma si rende conto? ….Finita!
Va be’, mi scusi lo sfogo e mi saluti suo marito. E’ stato anche lui un mio alunno, sa? Un nanerottolo sule spalle di giganti sempre con lo sguardo dritto e aperto nel futuro, a quei tempi.

L’impegno, la cura e i tuoi piedi

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La fortuna più grande

che potrai avere

è capire

cosa è

davvero importante

nella vita.

La gioia maggiore

il prendertene cura.

. . .

Un pezzo di terra,

la tua musica,

la tua moto,

la persona che ami

riamato o respinto,

la tua famiglia,

i tuoi amici

e i tuoi figli;

un albero,

una casa,

un giardino,

l’angolo di una strada,

un piccolo fiore,

una pianta di basilico,

salvia o rosmarino;

il quadro

che stai dipingendo

da mesi;

un sillabario,

un dizionario,

un blog,

un diario,

questi stupidi versi

che stai scrivendo

perché qualcuno legga

e in cuor suo condivida;

il menù del tuo ristorante,

la tua insalata e i frutti dell’orto,

le tagliatelle fatte in casa,

un gatto,

un vaso,

una pecora

o un cavallo;

non importa cosa.

. . .

Quello che importa

è l’impegno

e l’amore

che metterai

in tutto ciò

che fai

e farai.

Perché preservando,

facendo e rifacendo,

farai la tua vita

ed ogni vita.

. . .

Ma tutto questo

resta solo

una puttanata

se negherai

il diritto alla cura

ad ogni donna,

ad ogni uomo

e ad ogni pianta,

riva, rivolo o ruscello

della tua città,

del tuo paese

e del pianeta intero,

dall’emisfero bianco

al continente nero,

dall’Alpi alle piramidi,

dal Manzanare al Reno

e in ogni altro lido,

monte, fiume o terreno

su cui poggerai

il tuo impegno

e i tuoi piedi.