Il passato che non si cancella (da archive.org a splinder.it)

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La memoria perenne del web mi fa ritrovare le pagine perdute di aitanblog.splinder.it/.com e tanto altro che credevo perduto. E io non so se sia un bene.


Nata in California nel 1996, Internet Archive (https://archive.org) è un’immensa biblioteca digitale, che custodisce e mette gratuitamente a disposizione di tutti i naviganti:

– milioni di libri in versione digitale (anche in connessione con biblioteche virtuali di mezzo mondo)
– software (da copie ISO di sistemi operativi in disuso a giochini “vintage” o a libera distribuzione)
– file audio (inclusi brani musicali)
– video (anche interi film)
– immagini (provenienti da centinaia di collezioni)
– pagine di siti web (anche scomparsi dalla rete).

Il suo obiettivo dichiarato è offrire la possibilità di un “accesso universale alla conoscenza”, il sogno, insomma, di una cultura libera e accessibile a tutti.

La parte più cospicua di questa sconfinata raccolta di dati digitali è l’archivio web (web.archive.org) costituito da una collezione di 377 miliardi di “istantanee” (snapshot) del World Wide Web archiviate secondo la data di acquisizione. Non si tratta, dunque, di semplici screenshot, ma di pagine dinamiche funzionanti in ogni loro aspetto; una risorsa importantissima per ritrovare siti scomparsi dalla rete o visualizzare i cambiamenti storici di siti ancora esistenti. In pratica, una macchina del tempo virtuale in cui, caricato l’URL di un sito sulla barra di ricerca del web-archivio, si scorre su un calendario la sua cache memory, visualizzando quello che quel giorno avrebbe visto chi vi avesse avuto accesso.


Ho messa alla prova questo sterminato contenitore di pagine web cercando la prima versione del mio blog personale ospitata sulla piattaforma Splinder.
Splinder fallì nel 2011 facendo sprofondare nell’oblio una parte cospicua della blogosfera italiana che, a quei tempi, era ancora molto attiva e vitale (nel 2011 Facebook non aveva ancora fagocitato il mondo dei blog: allora il social network di Zuckerberg & Co. si limitava a 7-800 milioni di utenti contro gli oltre due miliardi di oggi).
Il mio blog (tuttora attivo e resistente su wordpress) è stato ospitato da Splinder (prima nella versione splinder.it poi nella versione splinder.com) dal 2003 al 2011.
In questi anni le sue pagine sono state state “riprese” da archive.org una sessantina di volte, il che mi ha permesso di rivedere oggi aitanblog come era allora, con la formattazione scelta da me e tutte le immagini e i giochini (per lo più, in javascript) che caricavo; mentre nella migrazione che feci illo tempore su wordpress.com molto era andato perduto o risultava formattato in modo differente dalla versione originale.

Ho scelto, pertanto, di conservare qui il link delle pagine che mi sono parse più indicative (e meno ripetitive), anche al fine di attingervi per mettere ordine alla versione wordpress attuale (compatibilmente col tempo che non ho):

http://web.archive.org/web/20031213223726/http://aitanblog.splinder.it/
http://web.archive.org/web/20040206011639/http://aitanblog.splinder.it/
http://web.archive.org/web/20040414111434/http://aitanblog.splinder.it/
http://web.archive.org/web/20040526062359/http://aitanblog.splinder.it/
http://web.archive.org/web/20040614062307/http://aitanblog.splinder.it/
http://web.archive.org/web/20040814124138/http://aitanblog.splinder.com/
http://web.archive.org/web/20040924082746/http://aitanblog.splinder.com/
http://web.archive.org/web/20041128180318/http://aitanblog.splinder.com/
http://web.archive.org/web/20050201052329/http://aitanblog.splinder.com/
http://web.archive.org/web/20050207023756/http://aitanblog.splinder.com/
http://web.archive.org/web/20050305092135/http://aitanblog.splinder.com/
http://web.archive.org/web/20050408163130/http://aitanblog.splinder.com/
http://web.archive.org/web/20050606235408/http://aitanblog.splinder.com/
http://web.archive.org/web/20050716022127/http://www.aitanblog.splinder.com/
http://web.archive.org/web/20050929190354/http://aitanblog.splinder.com/
http://web.archive.org/web/20051124174523/http://aitanblog.splinder.com/
http://web.archive.org/web/20051210074450/http://aitanblog.splinder.com/
http://web.archive.org/web/20060219040426/http://www.aitanblog.splinder.com/
http://web.archive.org/web/20060614182413/http://www.aitanblog.splinder.com/
http://web.archive.org/web/20060721093604/http://aitanblog.splinder.com/
http://web.archive.org/web/20060831140307/http://aitanblog.splinder.com/
http://web.archive.org/web/20060914014444/http://aitanblog.splinder.com/
http://web.archive.org/web/20061004114504/http://aitanblog.splinder.com/
http://web.archive.org/web/20061208001219/http://aitanblog.splinder.com/
http://web.archive.org/web/20070202234728/http://aitanblog.splinder.com/
http://web.archive.org/web/20070224232655/http://www.aitanblog.splinder.com/
http://web.archive.org/web/20070322012431/http://aitanblog.splinder.com/
http://web.archive.org/web/20070404235731/http://aitanblog.splinder.com/
http://web.archive.org/web/20070518010646/http://www.aitanblog.splinder.com/
http://web.archive.org/web/20070521232856/http://aitanblog.splinder.com/
http://web.archive.org/web/20070714073629/http://aitanblog.splinder.com/
http://web.archive.org/web/20070829220140/http://aitanblog.splinder.com/
http://web.archive.org/web/20071026040635/http://aitanblog.splinder.com/
http://web.archive.org/web/20071124021747/http://aitanblog.splinder.com/
http://web.archive.org/web/20071212043539/http://www.aitanblog.splinder.com/
http://web.archive.org/web/20080119233652/http://aitanblog.splinder.com/
http://web.archive.org/web/20080129001059/http://aitanblog.splinder.com/
http://web.archive.org/web/20080511214750/http://aitanblog.splinder.com/
http://web.archive.org/web/20080521145149/http://www.aitanblog.splinder.com/
http://web.archive.org/web/20080915103732/http://aitanblog.splinder.com/
http://web.archive.org/web/20081104060540/http://aitanblog.splinder.com/
http://web.archive.org/web/20090105152321/http://www.aitanblog.splinder.com
http://web.archive.org/web/20090228042121/http://aitanblog.splinder.com/
http://web.archive.org/web/20090728083331/http://aitanblog.splinder.com/
http://web.archive.org/web/20110826211701/http://aitanblog.splinder.com/
http://web.archive.org/web/20110826211701/http://aitanblog.splinder.com/
http://web.archive.org/web/20111006152059/http://aitanblog.splinder.com/
http://web.archive.org/web/20111103044248/http://aitanblog.splinder.com/


Una prova ulteriore che il passato, una volta pubblicato in rete, non si cancella e resta là /qua, a futura memoria, anche quando vorremmo liberarcene e tenerlo lontano dagli occhi indiscreti di questo eterno presente.


 

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La spada incandescente

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– Liberiamo la terra dai fuochi in città e in ogni parte del mondo. Prima che sia troppo tardi.
– Ma che dici? Che caspita vuoi liberare? Non vedi che siamo accerchiati dal fuoco di migliaia di roghi?

[Coro]
– È troppo tardi, ormai! Brucia tutta la contea e non c’è più riparo che tenga o muro o steccato che ci protegga o difenda.
– I ponti li abbiamo abbattuti; non possiamo neanche cercare rifugio sull’altra riva del fiume; ammesso che dall’altra sponda abbiano già sedato le orde infiammate e i roghi sparsi di campo in campo, di prato in prato e di terra in terra.
– Sono mesi ormai che non sappiamo più niente di loro.
– Potrebbero anche essere tutti morti, arsi vivi o crepati in un qualche tentativo di fuga, schiantati da una trave, da una pioggia di calcinacci o da un albero divelto…
– Precipitati in un burrone o dilaniati dalla fame e dalle fiamme.
– Tutto d’un tratto, potrebbe ardere al fuoco anche il crine di cavallo che regge la spada che incombe sulla nostra testa. Non lo vedete che il ferro è incandescente…? Può piombarci addosso da un momento all’altro, oppure ora stesso.
– Sento già la puzza di bruciato e il calore che si spande dal selciato.
– Silenzio, silenzio! C’è poco da parlare e molto da fare. Anche se nessuno sa cosa.
– E ormai non ci sono più nemmeno nemici su cui addossare colpe né acqua per spegnere il fuoco e lenire le pene.
– Non facciamo in tempo ad estinguere un rogo da una parte, che qualcuno…
– O qualcosa…
– …Appicca un incendio dall’altra.
– Non c’è più speranza.
– Secondo me sono ancora loro, altro che morti.
– Ma no, non inciampiamo sempre sulle stesse pietre. I responsabili sono altrove.
– O dentro noi stessi.
– Sì, ma che parliamo a fare, ora?
– Prendete vecchi e bambini e scappiamo verso il fiume. Sono giorni che sull’altra sponda non si intravedono fuochi o nuvole di fumo.
– Portate asce, seghe, chiodi e martelli. Proveremo a ricostruire il ponte…
– A ricostruire la contea…
– A rifare il mondo!

– E inciamperemo sulle stesse pietre di prima.

Esse aut videri, that’s the question.

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Frammenti di filosofia del presente.

La questione non è più tanto essere o non essere, e neanche la dicotomia avere o essere regge di fronte alla realtà virtualizzata del nostro presente (tanto eterno all’apparenza quanto effimero nella sostanza, come ogni altro presente susseguito nella storia dei fatti dell’umanità e dell’ambiente che l’uomo ha modellato e modella a misura della sua avidità e della sua volontà di potenza e di apparenza; ma mi sto anticipando, e non sta bene anticiparsi e dilungarsi tanto in una parentesi aperta all’inizio della dissertazione).

La questione, dicevo, non è più tanto essere (to be) o non essere (not to be), e neanche la dicotomia avere (to have) o essere (to be) regge di fronte al presente…, la questione ormai è, più che altro, essere (to be) o essere visti (to be seen).

Per dirlo in latinorum, il dilemma odierno si riassume nella formuletta “esse aut videri“, dove “videri” vuol dire tanto “to be seen” (essere visto) quanto “to seem / to look“, ovvero “sembrare”, “apparire”.

Non mi importa essere buono; non mi importa godermi un’alba, un tramonto o un’onda che si infrange sulla scogliera; non mi importa andare a un concerto o leggere un buon libro; non mi importa nemmeno che tu mi dica che mi ami. Mi importa apparire buono; mi importa essere visto di fronte a un’alba o a un tamonto oppure raccogliere “like” per la foto quadrata di un’onda che si infrange sulla scogliera; mi importa sembrare assorto e contento mentre ascolto una musica che nemmeno sento o mentre leggo un libro che non ho letto e non leggerò mai; mi importa che tu lo scriva su Facebook che mi ami e posti in Instagram il nostro bacio perfettamente inquadrato.
Non mi importa essere felice, quello che voglio è sembrarlo ed essere visto mentre lo sembro.

Videor, videris, visus sum, videri” è l’imperativo categorico dei nostri giorni. Perché di fronte all’isolamento autistico delle nostre vite, solo l’essere visto ci dà la certezza di essere vivi.
E, in fondo, anch’io sono quello che vedi, e se smetti di vedermi, scompaio e smetto di esistere.
Da sempre e per sempre.

Il che conferma l’esistenza dell’altro e dell’ambiente che gli fa da sfondo: l’altro c’è, sta là ed esiste, almeno per confermare che io ci sono, sono qua ed esisto. Per quanto ognuno, chiuso nel suo monitor, sembri negare ad ogni momento che esista altro al di fuori di sé; e l’altro urla, si dibatte e si dimena per farsi vedere e chiedere un like, un piccolo cuore, una lacrima, un gesto di considerazione e di commiserazione. Prima che finisca il mondo (o, almeno, prima che finisca un testo come questo che null’altro vuole che essere visto e premiato con un pollice eretto o un fottuto cuoricino; anche se lo sa che non sta bene elemosinare consenso e dilungarsi più di tanto in una parentesi chiusa in conclusione).

Woodstock 50 anni dopo – 3 Hours of Peace & Music

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Tre ore di pace e musica al “Mediterraneo Reading Festival” di Frattamaggiore

Per la terza e ultima serata del MRF abbiamo chiesto a una serie di amici musicisti e cantanti di restituirci qualcosa del clima dell’ultimo periodo degli anni ’60. Lo spunto era il cinquantenario delle tre giornate di Woodstock che videro raccolto il movimento hippie, ad agosto del ’69, in un grande appezzamento di terreno affollato da almeno 400.000 persone; più di quanti ne abitino a Bologna, a Bari o a Firenze, per intenderci.

Un evento epocale della storia del rock e della cultura PEACE & LOVE, ma, per certi versi, anche il canto del cigno della generazione dei figli dei fiori, l’inizio del declino di quel movimento informale che aveva protestato contro la guerra in Vietnam (1955-1975), chiedendo di sostituire le chitarre coi fucili, predicando l’amore libero, cercando l’allargamento degli stati di coscienza attraverso le droghe e il ritorno alla natura e alla vita comunitaria.

Erano tempi in cui un crescente numero di giovani manifestava un rifiuto per le norme imposte e il conformismo della vita borghese dei padri, riecheggiando lo spirito contestatario che si era sviluppato con la beat generation a ridosso della seconda guerra mondiale.
A ben vedere si tratta di temi che si muovono su binari paralleli e intrecciati con quelli dei giovani protestatari di ogni tempo e con quelli delle onde di indignados a di ambientalisti odierni; anche se sono radicalmente cambiati i meccanismi di creazione e fruizione degli eventi culturali e noi, con questa rievocazione, abbiamo voluto anche guardare a quegli anni con l’affetto che nutriamo per le cose perdute dei tempi andati. Per quanto, in molti casi, abbiamo dovuto frapporre anche la giusta distanza ironica con quella generazione di perdenti beat (perché è evidente che il movimento, in larga parte, perse e si disperse nei meandri del tempo, anche se di tanto in tanto ne riemergono rivoli carsici).
Nel corso della serata abbiamo ascoltato brani che si sono suonati a Woodstock e brani che si sarebbero potuti suonare a Woodstock, alternandoli con canzoni italiane sempre risalenti a quei fatidici anni che vanno dal ‘68 agli inizi degli anni ‘70.

Il concerto si è aperto con Emanuele Picozzi, artista locale di respiro internazionale, che ha presentato il classico beatlesiano Hey Jude.
In realtà, i Beatles non parteciparono di persona al festival di Woodstock, ma, visto che nel ‘69 si era nel pieno della beatlesmania, alcune delle loro celeberrime canzoni furono interpretate da Joe Cocker (il padre putativo di Zucchero ‘Sugar’ Fornaciari) e da Richie Havens (quello di Freedom e di Gay Cavalier, canzone di lancio di un album prodotto nel 1983 da Pino Daniele e, incredibilmente, mai stampato su CD). Su quel palco Joe Cocker cantò una delle più belle versioni di “With a Little Help from My Friends” che si ricordi e Havens reinterpretò, da solo con la chitarra acustica, quello stesso brano insieme con “Strawberry Fields Forever” e, per l’appunto, “Hey Jude”.
Di seguito Emanuele Picozzi ci ha fatto ascoltare “Io vivrò” di Mogol/Battisti, brano pubblicato prima dai The Rokes, nel ‘68, e poi da Battisti stesso, nel ‘69, nel pieno della musica beat all’italiana.

Filippo Piccirillo e Silvana Silvestri (2/6 del tostissimo gruppo Rall’n”FACC band) hanno proposto una loro personale versione di “Summertime” (in ricordo della versione acida del capolavoro di George Gershwin presentata a Woodstock da Janis Joplin) ed uno struggente brano di Ornella Vanoni, “Una ragione di più”, riletto da Filippo, nella parte finale, in chiave prog.
Infine, ci hanno deliziato con un omaggio agli Alunni del Sole eseguito attraverso l’esecuzione di “L’Aquilone” e di “Concerto”, entrambi rigorosamente del 1969, ovvero brani che hanno 50 anni ma se li portano benissimo. Gli Alunni del Sole sono tra gli antesignani del beat italiano (e napoletano) e, insieme con gli Showmen, aprirono la strada “rhythm & blues” all’italiana.

Con i
CMPS Project from Caivano (Italy), siamo approdati sulle rive di Jimi Hendrix per ascoltare Little Wing, uno dei brani più coverizzato di sempre dedicato alla piccola ala, l’ispirazione che viene a consolare l’isolamento e la sofferenza degli artisti:

“Quando sono triste
viene a trovarmi
Con un migliaio di sorrisi
Per i quali
non chiede nulla in cambio

Va tutto bene, mi dice

Tutto bene
Prendi da me
quello che vuoi
Qualsiasi cosa

Continua a volare

Piccola Ala”.

L’anno dopo la performance di Woodstock sarebbero morti sia Hendrix (per un cocktail di alcol e tranquillanti, a settembre) sia Janis Joplin (per overdose, ad ottobre). Avevano entrambi 27 anni. La stessa età di Brian Jones, membro fondatore dei Rolling Stones, morto il mese prima della festa di Woodstock.
Giusto due anni dopo di lui (il 3 luglio del 1971) se ne andò Jim Morrison il cantante icona dei Doors.

Poi sarà la volta di Leila Diniz, eccentrica attrice brasiliana (1972), di Jean-Michel Basquiat, vulcanico artista pop (agosto 1988), di Kurt Cobain (aprile 1994) e Amy Winehouse (luglio 2011). Il club dei (J)27, la lunga sequela di artisti morti a soli 27 anni, quasi sempre per certe oscure contiguità con alcol e droghe. Perché magari l’uso di sostanze stupefacenti può pure allargare gli stati di percezione, ma di certo l’abuso accorcia la vita.
Va be’, bando ai moralismi d’accatto, l’esibizione rock dei CMPS Project è continuata con uno dei brani più famosi del progressive all’italiana, il classico della PFM Impressioni di settembre. In realtà, con il brano di Mussida, Mogol e Pagani abbiamo fatto un piccolo salto temporale e siamo arrivati al 1971. Ma siamo nella stessa atmosfera. E poi ci voleva un brano dedicato a questo incerto settembre, “il mese del ripensamento sugli anni e sull’età” (Guccini, “Canzone dei 12 mesi”).

Dalle fresche e giovani voci di Chiara Pezzella, al canto, e di Nicola Copertino, al sassofono tenore, abbiamo ascoltato un’intensa interpretazione di una canzone dei Jefferson Airplane, “Somebody to love”, e un brano in italiano degli stessi anni, “Ho difeso il mio amore”, impreziosito dal loro arrangiamento per sola chitarra, sax e voce.
“Somebody to love” è il primo grande successo della band di San Francisco. Un inno e una bandiera della “Summer of Love” dei giovani californiani che predicavano e diffondevano i loro ideali di pace, amore e libertà attraverso la musica e il loro look psichedelico e fricchettone.
E in Italia gruppi come i Camaleonti, i Corvi, i Dik Dik, l’Equipe 84, i Giganti e i Ribelli raccolsero il messaggio cantando loro traduzioni di canzoni beat inglesi e americane. Tra queste, la traduzione di Nights in White Satin dei Moody Blues, resa in italiano con “Ho difeso il mio amore”, un altro inno all’amore libero, fiorito e fluorescente della generazione hippie riproposto sia dai Profeti (nel ’68) che dai Nomadi (nel ’69).

In the meantime, nel frattempo, in Italia Nada cantava un brano bellissimo e struggente, “Ma che freddo fa”, che ci è stato riproposto dalla cantautrice Germana Grano insieme con “Storia d’amore” di Celentano. Germana è una cantautrice sensibile che si è formata con maestri del calibro di Brunella Selo e ha collaborato con il pianista Piero De Asmundis, oltre ad essere stata la vincitrice di una delle prime edizioni del Premio Bianca D’Aponte per giovani cantanti e autrici.
I due brani che ci ha proposto, ben radicati nella tradizione della canzone all’italiana, hanno dimostrato di avere poco o nulla da invidiare alle canzoni di taglio più rock e rockeggiante che abbiamo ascoltato durante la serata. Personalmente ho sempre amato Ma che freddo fa, capolavoro di Franco Migliacci e Claudio Mattone cantato a Sanremo anche dai The Rokes (i rivali angloitaliani dell’Equipe 84), ma nel contesto di ieri è stata bellissima anche la versione di Storia d’amore accompagnata da Jennà Romano al bouzouki accentuando l’andamento tangheggiante del brano originale.

Pasquale Di Resta from Sessa Aurunca, chitarrista sensibile e creativo, grande conoscitore dello strumento sia nelle inflessioni rock che negli andamenti sudamericani e nelle sperimentazioni più ardite (tipo, chitarra elettrica suonata con l’archetto), ci propone una sua rilettura acustica e solitaria di “White Rabbit” dei Jefferson Airplane, brano psichedelico per eccellenza.
È risaputo che negli ambienti hippie e post-hippie si ritenesse che suonare e percepire la musica in stati alterati di coscienza potesse ampliare le possibilità di comunicazione degli artisti; si pensava, insomma, che sostanze come cannabis, peyote, mescalina ed LSD aiutassero i musicisti ad entrare in una sorta di dimensione sciamanica e metafisica.
Ma l’approccio dei Jefferson Airplane mi piace molto perché mi sembra più ironico e distaccato di quello di artisti più sanguigni e viscerali, come i J27 Jimi Hendrix, Janis Joplin e Jim Morrison. Immagino che i Jefferson Airplane potessero perfino apparire piuttosto distaccati e intellettualoidi rispetto alla stragrande maggioranza dei loro colleghi di Woodstock. Il brano che ascolteremo, per esempio, ha chiare influenze ritmiche e armoniche spagnoleggianti mutuate dal Bolero di Ravel e da Sketches of Spain di Miles Davis & Gil Evans (1960), oltre ad essere corredato da un testo che rievoca le atmosfere di Alice in the Wonderland (Alice nel Paese delle Meraviglie): i versi mescolano, infatti, immagini della favola del reverendo Lewis Carroll con una descrizione delle alterazioni provocate dagli acidi.

One pill makes you larger,

and one pill makes you small
And the ones that mother gives you
don’t do anything at all
Go ask Alice
when she’s ten feet tall.

Una pillola ti rende grande

e una pillola ti rende piccolo
E quelle che ti dà la mamma
in fondo non fanno nulla;
Domandalo ad Alice,
quando è alta tre metri.

D’altronde, lo stesso
White Rabbit del titolo altri non è che il Bianconiglio della favola.

Di seguito Pasquale imbraccia la sua Diavoletta Gibson e rievoca due miti della chitarra anni ‘60, uno morto troppo presto e un altro ancora vivo, vegeto e produttivo:
Jimi Hendrix e Carlos Santana.

Pasquale di Resta and Me
Jimi Hendrix era già molto popolare ai tempi del suo storico concerto di Woodstock nel quale, tra l’altro, suonò una versione distorta e ferocemente parodica dell’inno nazionale americano, in chiara polemica con la guerra del Vietnam e il reclutamento coatto di tanti giovani statunitensi. Nel ‘67 era già uscito “Are You Experienced?”, uno degli album di debutto più belli della storia del rock. E proprio dalla versione americana di “Are You Experienced?” viene “Purple Haze”, una foschia viola che si estese su tutto il territorio di Woodstock e che Pasquale ha sparso a piene mani sulle nostre teste.

Di Santana (da Jalisco, Mexico) abbiamo ascoltato un altro dei brani iconici di Woodstock:
“Soul Sacrifice”.
C’è da dire che nel ‘69 Santana, contrariamente a Hendrix, non era affatto popolare, ma quel brano esteso per 11 minuti e suonato da lui e dai suoi sodali sotto l’effetto di acidi lo impose all’attenzione internazionale.
Una sorta di rito collettivo suonato da un gruppo di sciamani invasati del rock.
E Pasquale, accompagnato poderosamente da Mirko Del Gaudio alla batteria, Nicola Girardi al basso e Filippo Piccirillo alla tastiere (tutti rigorosamente sobri e non calati), ci ha restituito con la sua esibizione lo spirito e la sostanza di quel mitico rituale consumato a Woodstock ad agosto del ’69.



La serata si è chiusa con tutti i musicisti e i cantanti sul palco che, insieme con il presidente del MRF Domenico Giuliano e con il professore Luigi Caramiello, hanno eseguito una versione collettiva di
Come Together, la canzone che apre il disco Abbey Road dei Beatles, uscito, pensate un po’, proprio nel settembre del 1969, giusto 50 anni or sono.

One thing I can tell you is you got to be free”, “Una cosa che posso dirvi è che dovete essere liberi” dice un verso di questa famosissima canzone.

E allora…

come on,
All together,
right now!

Come si faceva quando la musica si suonava nei parchi, i cantanti non venivano cantati dall’auto-tune e le note venivano dalle mani di musicisti sudati, senza rete e a perenne rischio di caduta.

Va buo’, mo faccio il nostalgico.
In una rievocazione ci vuole.
Soprattutto quando ci sono di mezzo i mitici anni ’60, o su di lì.

La reunion della NCCP

La seconda serata dell’MRF4 (IV edizione del Mediterraneo Reading Festival) è cominciata con il regista e scenografo Raffaele Di Florio che, accompagnato dal versatile chitarrista Pasquale Di Resta, ha letto tre brani di Eduardo De Filippo, Erri De Luca e Konstantinos Kavafis intrisi di acqua del Mediterraneo. Particolarmente bella la lettura della poesia di Eduardo appoggiata sulle note di Chi tene ‘o mare di Pino Daniele.

Io quanno ‘o sento,
specialmente ‘e notte,
[…] nun è ca dico:
“‘O mare fa paura”,
ma dico:
“‘O mare sta facenno ‘o mare”.

A seguire uno straordinario concerto di
Fausta Vetere e Corrado Sfogli della Nuova Compagnia di Canto Popolare con una ospitata di Patrizio Trampetti, che era stato membro della Nuova Compagnia nel periodo d’oro che va dagli esordi della NCCP (1967-1972) ai primi anni ’80, gli anni della superficialità e dell’edonismo dilagante, gli anni del craxismo imperante e di una crisi della NCCP e di tutta la musica popolare che sarebbe durata fino al boom della cosiddetta “world music”, agli inizi degli anni ’90 (il ritorno della Nuova Compagnia con Medina, 1992, e Tzigari, 1995).

Le prove di Corrado Sfogli, Fausta Vetere e Patrizio Trampetti (NCCP)

Nella prima parte del concerto ci sono solo Corrado e Fausta a intrecciare sapientemente corde e canto in brani come la Tarantella del Gargano (dedicata al compianto Carlo d’Angiò, che ne fu il primo interprete), il capolavoro Ricciulina (magistralmente interpretato da questa solida coppia di eterni giovanotti dai capelli d’argento), La serpe a Carolina (dove Carolina, la zoccola, era l’odiata arciduchessa di origini austriache che fu regina consorte del Regno di Napoli e Sicilia in quanto moglie di Ferdinando IV), ‘A Vucchella (brano del primo ‘900 il cui testo è attribuito nientepopodimeno che a Gabriele D’Annunzio), una canzone tratta da il “Circo equestre Sgueglia” del grande Raffaele Viviani, una tammurriata di carattere “cronachistico” intitolata “Pacchianella d’Uttaiano“, un brano strumentale di Corrado Sfogli (Pausilypon), l’intramontabile “Era de Maggio” e “Capera” (canzone dal testo intimamente napoletano, ma con un accompagnamento reso con chiare inflessioni di “arte flamenco“).

Dopo questa sequenza di preziosi brani è intervenuto Patrizio Trampetti e, ascoltando a occhi chiusi la sua voce che si impastava con quella di Fausta Vetere, sembrava di essere tornati una trentina di anni indietro.
Il primo brano cantato da Trampetti è uno delle più antiche villanelle della tradizione popolare napoletana: Madonna tu mi fai lo scorrucciato.
Segue una trascinante tammurriata (quella Tammiruata alli uno… alli uno, che era uno dei brani portanti di Li sarracini adorano lu sole).

Di nuovo soli sul palco, Corrado e Fausta hanno omaggiato il loro amico Pino Daniele con una commovente versione di
Terra mia e con il sempreverde Guarracino.

Gran finale con la superclassica “
Tammiruata nera” che ha di nuovo goduto dell’intervento di Patrizio Trampetti. Versione molto gustosa e, in qualche modo, anche autoironica, intrecciata con la Scena del Rosario della Gatta Cenerentola e con sfottò tra gli artisti che oggi chiameremmo “dissing” (sottogenere della musica hip hop in cui due artisti si scambiano offese sotto forma di versi rap) e che al tempo degli antichi Greci e dei loro epigoni Romani si chiamavano giambi e fescennini (nihil novum sub sole).

Corrado, Fausta e Patrizio sono tre veri e navigati artisti che riescono a divertirsi (o a dare l’impressione che si stiano divertendo) sul palco e comunicano emozioni e sentimenti che vengono da lontano, svolgendo con perizia e sicurezza tecnica il proprio ruolo. Custodi e reinventori della tradizione.


Dopo lo spettacolo, sono andato a cena con loro tre, Jennà Romano e Pasquale Di Resta.
Oltre che grandi musicisti sono anche persone belle e gradevoli. Ma non direi neanche in presenza del mio avvocato o dello psicoanalista che non ho i pettegolezzi che sono venuti fuori dal loro vaso di Pandora di aneddoti e ricordi che attraversano mezzo secolo di musica e arte scenica del nostro Paese.

Ad maiora semper!

E sia fatta la tua volontà
comme arreto accussì annanze
piere cosce rine e panza
E mmo dicimme nu refrisco
pe’ ll’anema ‘e Nunziata

ca pure all’atu munno
sta ‘nfucata


ammén

Fuorimano nel Mediterraneo

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Ieri si è aperta la IV edizione del Mediterraneo Reading Festival, un festival di musiche e parole che parte dalla provincia a nord di Napoli per affacciarsi sul Mediterraneo e sul mondo; una manifestazione ibrida e sconfinata aperta all’intimismo, alla convivialità, alla riflessione, alla gioia di vivere ed alla sperimentazione; ma, soprattutto, uno spazio scenico senza barriere in cui si sono susseguiti in tre o quattro anni concerti di vario genere, rappresentazioni teatrali, presentazioni di romanzi e libri di poesia. Tutto nello spirito della commistione dei generi e dell’abbattimento di ogni steccato culturale, fisico e mentale.
Insomma, una manifestazione pluriculturale necessaria in un tempo che corre veloce e ignora le voci di quanti vivono senza tutele ai margini del nostro benessere, rischiando di perdere ogni possibilità di comunicazione e confronto tra le generazioni e tra gli attori sociali conviventi nei nostri territori.

Mediterraneo Reading Festival, 2019

Aggiungo che il Mediterraneo Reading Festival si regge grazie all’esclusivo contributo economico dei suoi sponsor ed è curato dall’omonima associazione di cui mi pregio di essere vicepresidente (e questo magari vi dà ragione dell’enfasi e del tono di queste mie parole). Presidente: Mimmo Giuliano, Direttore artistico: Jennà Romano. Soci fondatori: Angelica Argentiere, Luigi Costanzo, Quirino Ganzerli, Anna Iacomino, Gennaro Aversano, Vincenzo Bencivenga e Michele Cantone.

Mediterraneo Reading Festival, 2019 - sponsor e locandina

Fatte le dovute presentazioni vengo all’evento rappresentato ieri e concepito in piena sintonia con il karma contaminato del Mediterraneo Reading Festival.

Si tratta di FUORIMANO, uno spettacolo dalla forma ibrida: un reading in forma di concerto, in cui si alternano monologhi e canzoni con sprazzi di cronaca e commenti sull’attualità; uno spettacolo crudo, ironico e sferzante scritto da Peppe Lanzetta insieme con Jennà Romano dei Letti Sfatti e con Daniele Sanzone degli ‘A67 ed arricchito da incursioni dal vivo di Sandro Ruotolo, giornalista d’assalto e corsivista corrosivo e implacabile.

Sul palco ci sono tutti questi pezzi da 90, accompagnati dalla perfetta music machine formata dalle percussioni di Mirko Del Gaudio e dai cordofoni dello stesso Jennà Romano (Mirko e Jennà sono due, ma valgono una piccola orchestra).

La serata si apre con un contundente brano sulla cosiddetta terra dei fuochi letto con voce calda e chiara da Sandro Ruotolo su un tappeto di note che rievoca “Terra mia” di Pino Daniele, uno dei numi tutelari di questo spettacolo.

Sandro Ruotolo e Jennà Romano

Di seguito Ruotolo lascia il posto a Peppe Lanzetta che, con il suo tragico e moderno recitar cantando, grida una sacrosanta invettiva contro tutti quelli che insozzano le nostre terre per arricchirsi e aumentare il proprio potere (“Avita murì!”).

Peppe Lanzetta e i Letti Sfatti

Poi è la volta di Daniele Sanzone con una versione rappata del brano di Giorgio Gaber: “Io non mi sento italiano”.

[…] Mi scusi Presidente
ma questo nostro Stato
che voi rappresentate
mi sembra un po’ sfasciato.
E’ anche troppo chiaro
agli occhi della gente
che tutto è calcolato
e non funziona niente.
Sarà che gli italiani
per lunga tradizione
son troppo appassionati
di ogni discussione.
Persino in parlamento
c’è un’aria incandescente
si scannano su tutto
e poi non cambia niente.

Io non mi sento italiano
ma per fortuna o purtroppo lo sono.

[…] Mi scusi Presidente
lo so che non gioite
se il grido “Italia, Italia”
c’è solo alle partite.
Ma un po’ per non morire
o forse un po’ per celia
abbiam fatto l’Europa
facciamo anche l’Italia.

Io non mi sento italiano
ma per fortuna o purtroppo lo siamo.

Daniele Sanzone ed i Letti Sfatti

Tornato sul palco, Peppe Lanzetta, forte di tutta la sua debordante fisicità, presenta il brano con cui è cominciata la sua quasi decennale collaborazione con i Letti Sfatti (concretizzata nel 2017 con la realizzazione dell’album “Non canto, non vedo, non sento”). Erano i primi anni della crisi economica internazionale ancora in atto.

‘A colpa e’ tutta de banche
Una lampa avessera ffa’…
[…] Me fa male ‘a Grecia,
Me fa male ‘a Spagna,
Me fa male l’Italia,
Me fa male l’Irlanda,
L’irlanda del Nord o del Sud?
Guaglio’, me fa male tutte l’Irlanda,
Tengo cierte Irlande tante,
Nun pozzo cammena’…

In coda, un’aforisma da manuale…

Non sempre chi si traveste da gigante riesce a reggere il peso dei suoi ornamenti.”

Dall’ironia si passa alla dolente commiserazione per il corpo martoriato di Stefano Cucchi e, in coda alle sofferte parole di Lanzetta per il giovane romano morto a seguito di un pestaggio della polizia, ascoltiamo “Ci vuole fortuna” un brano dei Letti Sfatti dedicato a Marco Pantani, un altro martire tragico dei nostri tempi.

Perché ci vuole fortuna
Anche a morire
ci vuole fortuna
Non serve volare
Ci vuole fortuna
Anche per essere un dio
ci vuole fortuna
Perché non basta la luna
In certe sere
non basta la luna
Quando gli amici
non si trovano gratis
ci vuole fortuna

Sandro Ruotolo con Jennà Romano al dulcimer

Senza interrompere la tensione emotiva creata da questa sequenza di brani, Sandro Ruotolo, accompagnato al dulcimer da Jennà, legge un suo testo sulle migrazioni. Un giusto preludio a “Mediterraneo”, canzone di Peppe, Jennà e Mirko che ha tutti i numeri per diventare una sorta di sigla del nostro festival.

Imbracciando ancora il suo bouzouki e restando sulle onde cullanti e fatali del Mediterraneo, Jennà ci fa ascoltare una sua personale rilettura di “Stella di Mare” di Lucio Dalla.

Di seguito torna Peppe Lanzetta con un altro dei suoi struggenti racconti di persone sfortunate dalla nascita: “Mi voleva la Sampadoria”, la fine tragica di un ragazzino che sognava di diventare un campione.

Dopo di lui, di nuovo Daniele Sanzone con una sua personale rilettura di “Don Raffaè”, il bellissimo brano napoletano di Fabrizio De André, scritto in collaborazione con Mauro Pagani, per la musica, e con Massimo Bubola per il testo e dedicato alla vita di un boss della camorra in un sistema carcerario sottomesso allo strapotere delle mafie.

Senza soluzione di continuità, Lanzetta canta con i Letti Sfatti la versione napoletana de “Il Vino” di Piero Ciampi (fondendola con un suo racconto dedicato a Viviani) e Ruotolo racconta la sua trentennale attività di giornalista impegnato sul fronte della criminalità, fino a questi ultimi anni in cui è costretto a muoversi con una scorta per aver fatto fino in fondo il suo dovere di cronista.
Il suo testo fa da opportuna introduzione a “‘A Camorra Song Io” di Daniele Sanzone.

‘A camorra song je ca te guardo
dinto all’uocchie, è o’ sanghe
‘e chi vene acciso pe’ scagno
e ‘i lacrime ‘e chi so chiagne

E si ‘a paura fa nuvanta
‘a dignità fa cientuttanta
tanta tanta tanta tanta
voglia ‘e cagnà voglia ‘e cagnà

‘A camorra simm nuje
ca tenimmo paura ‘e parlà
e ci guardà dinto pe’ ascì
‘a chesta mentalità

E se ‘a paura fa nuvanta
‘a dignità fa Cientuttanta
tanta tanta tanta tanta
voglia ‘e cagnà voglia ‘e cagnà

Ma Napoli è anche una mamma, come recita Peppe Lanzetta leggendo un suo racconto, ed è anche l’amore cantanto da Daniele Sanzone in una sua commovente versione napoletana di “Tuyo” (di Rodrigo Amarante), la famosa sigla di “Narcos” che qui viene sapientemente fusa con “Passione”, capolavoro della canzone napoletana di Libero Bovio, musicata da Ernesto Tagliaferri e Nicola Valente nel lontano e vicinissimo 1934.

Nel finale, Peppe Lanzetta chiude il cerchio aperto con le note di “Terra mia” rievocando Pino Daniele, che è stato suo amico e compagno di classe al Diaz (storico istituto per ragionieri di Via dei Tribunali). Lui lo chiama affettuosamente Pinotto e si capisce che la loro è stata un’amicizia autentica, ma non priva di tensioni, tra “‘nu malato ‘e core e ‘nu malato ‘e capa”. Su queste parole, i tre musicisti attaccano una trascinante versione di “Je so’ pazzo”.

Segue doveroso bis con “Don Raffaè” e prolungati applausi per una serata che non ci ha lasciato indifferenti e che ci porteremo lungamente nel cuore e nella testa.

Il flamenco, l’arte universale dei gitani spagnoli (dal nomadismo all’accademia)

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Discorso di presentazione a uno spettacolo di danza popolare andalusa e gitana de las hermanas Miriam y Sara Costanzo

Señoras y señores:

Mi metto su un piedistallo ed esordisco instaurando un parallelo tra me, seduto qui tra voi, e nientepopodimeno che Federico García Lorca, in piedi, nel 1933, in una sala di Buenos Aires.
In quella conferenza del tutto simile a questa Lorca sosteneva che si annoiava ad assistere a conferenze simili a questa; gli veniva voglia di aria e di sole e temeva che da un momento all’altro sarebbe arrivato “il terribile moscone della noia che infilza tutte le teste con un tenue filo di sonno e mette negli occhi degli ascoltatori sparuti gruppi di punte di spillo.” (García Lorca, “Gioco e teoria del duende”).

Lorca, Juego y teoría del duende (cubierta)
In parole povere, come il buon Federico, mi impegno a non farvi troppo la palla e a dire cose non del tutto banali. Ma più di questo non posso fare.
Comincerò, infatti, nel più noioso dei modi, leggendo quello che ho scritto un po’ in fretta qualche ora fa senza avere né il tempo di prepararmi a dirvi tutto a braccio né la possibilità di sintetizzare ulteriormente il mio intervento.


Ci sono musiche che hanno un impatto immediato sull’ascoltatore.
Appena le senti ti viene voglia di muovere il piede ed alzare il culo dalla sedia per ballare.
Ci sono canti che ti sconvolgono, ti fanno piangere, ti fanno ridere, pescano tra i tuoi ricordi. Non importa in che lingua li stiano cantando…, parlano proprio a te e di te.

Il flamenco fa parte di questa vasta e ristretta categoria di danze, musiche e canti che toccano corde sensibili di tutti gli ascoltatori. Non è un caso il fatto che si balli, si ascolti, si suoni e “si parli” flamenco dappertutto, dalla Russia al Giappone, dal Marocco alla Lapponia.


Suppongo che tutti vi siate ritrovati qualche volta a canticchiare “Djobí Djobá” o a entusiasmarvi per una pubblicità che mostrava il corpo nudo e danzante di Joaquín Cortés o a battere le mani al ritmo di una rumba gitana in un locale di Barcellona o in un villaggio turistico di Pescopagano.
Joaquín Cortés, semidio seminudo
Insomma, conta poco che siate persone favorevoli all’integrazione tra i popoli o razzisti inveterati. Il flamenco, comunque, non vi è estraneo.
Nemmeno se siete parte integrante dell’ampia maggioranza di italiani che non-sono-razzisti, ma-gli-zingari-però…

Ecco gli zingari… i rom, i sinti, i camminanti, i kalè residenti in Spagna da almeno sei secoli, los gitanos, i gitani, les gitanes che danzano sul pacchetto blu di una famosa marca di sigarette francesi…, è a loro che si deve l’invenzione, la diffusione ed anche la riformulazione in chiave moderna e contemporanea di questa musica e del “cante” e del “baile” che l’accompagnano.

pacchetto di Gitanes da 20

Fin dalle sue opache origini, il flamenco era espressione del popolo nomade dei romaní che durante le sue migrazioni attraversò l’Asia e l’Europa scambiando suoni, canti e passi di danza con i popoli del Medio Oriente, dei Balcani e del Mediterraneo…
E l’origine di quel popolo nomade è tanto misteriosa e opaca quanto quella del flamenco.
Probabilmente appartenevano a caste bistrattate che provenivano dal Punjab e dall’attuale Pakistan e che furono costrette al nomadismo da conflitti interni e dalla ricerca di migliori condizioni di vita. Non a caso ci sono tanti parallelismi tra la musica flamenca e quella tradizionale dei raga indiani. Anoushka, la figlia del grande Ravi Shankar, ha costruito melodie bellissime basate sui modi del flamenco fusi con le strutture musicali e gli strumenti della tradizione indiana.



In ogni caso, pare che dopo tante peripezie il popolo gitano emigrò dal Punjab all’Egitto per poi attraversare l’Europa e stabilirsi in terre meno ostili. (Quasi certamente il termine gitano viene da “
aegyptanus“, il che ha fatto anche ipotizzare una provenienza egiziana dei kalè spagnoli.)

Quello che è certo è che una parte di questo popolo in cammino si spinse fino all’estremo Occidente dell’Europa e divenne pressoché stanziale in Andalusia, territorio multietnico che restò tollerante con i gitani anche quando, nel 1492, furono espulsi dalla penisola iberica ebrei e arabi. Probabilmente, anche perché nel frattempo

los gitanos si erano cristianizzati e ancora oggi si devono loro alcune delle più caratteristiche manifestazioni della religiosità andalusa, come La Romería de la Virgen del Rocío (un pellegrinaggio che si tiene 50 giorni dopo la Semana Santa, nella provincia di Huelva).

La Romería de la Virgen del Rocío
Sento aleggiare sulle vostre teste il moscone della noia, ma mi sembrava necessario fare un po’ di storia di questo popolo senza storia. Anche perché sono convinto che una parte cospicua del fascino universale del flamenco derivi proprio dalla sintesi di elementi diversi che nel loro vagare di terra in terra questi gitanos andavano assumendo dai popoli e dalle culture musicali che incontravano nel cammino: canti bizantini e gregoriani, melismi della tradizione ebraica ed araba, strumenti asiatici e occidentali, chitarra spagnola, danze e percussioni indiane, balcaniche e magrebine…

Continue contaminazioni.

Benedetti contagi.
Musica che attraversa i confini e li annulla…

Ma veniamo alla storia più recente della musica popolare andalusa e gitana. Nella seconda metà dell’ottocento, la tradizione flamenca, inizialmente basata solo sul

baile accompagnato dal cante e dal battito delle mani (las palmas) si incontrò con una consolidata tradizione chitarristica. In questo stesso periodo si svilupparono a sud del fiume Guadalquivir tre “focolai” di evoluzione della musica flamenca, da cui nacquero tre distinte scuole stilistiche: Cadice, Jerez de la Frontera, e il barrio di Triana a Siviglia.
In seguito il flamenco cominciò a uscire dai campi gitani e a diffondersi prima nei “café chantant” e poi nei “tablaos” frequentati della borghesia spagnola e dai turisti in cerca di esotismo, passione latina e souvenir a pois bianchi, neri e rossi da incorniciare nella propria memoria.
Prende le mosse da qui la diffusione internazionale della musica di questi zingaracci andalusi. Cominciano a interessarsi al modo frigio del flamenco anche jazzisti del calibro di Charles Mingus, John Coltrane, Gil Evans, Miles Davis, Chick Corea, Michael Camilo… e a sua volta il flamenco comincia a contaminarsi con i ritmi sudamericani, in concomitanza con i flussi migratori ispanoamericani.



Insomma, la contaminazione continua al di là dell’EurAsia e produce nuovi frutti come lo splendido
Entre dos Aguas di Paco De Lucía, che nel 1975 fa sentire al mondo intero questa straordinaria rumba sospesa tra le acque dell’Atlantico e quelle del Mediterraneo, un meraviglioso palo de ida y vuelta, un flamenco di andata e ritorno.



Oggi si contano decine di “

palos”, ovvero di stili di flamenco differenziati in base alla melodia, alla tonalità, all’argomento trattato e al compás.
Il compás, a sua volta, è la sequenza ritmica che caratterizza i diversi tipi di palos. Di norma, viene “tenuto” con las palmas, le quali possono essere sorde, quindi realizzate creando un vuoto d’aria, oppure eseguite battendo le dita di una mano nella concavità dell’altra.
Alcuni palos sono accompagnati dalla chitarra, altri sono “a palo seco”, ovvero sono cantati a cappella, senza accompagnamento strumentale e con los bailaores che si accompagnano con palmas e zapateado, ovvero battiti di mani e scarpe che battono il tavolato di legno dando un ritmo ai movimenti sinuosi dei corpi (questo fa sì che i ballerini di flamenco siano sempre anche dei veri e propri percussionisti).



Ma ci sono anche palos senza accompagnamento di chitarra in cui sentiamo risuonare il suono di un martello percosso ritmicamente su un incudine. Si tratta di un tipo di

toná chiamato martinetes e nato forse come un canto di lavoro, visto che molti gitanos erano dediti alle attività di calderaio, fabbro e maniscalco ed erano pratici nell’uso dell’incudine e del martello.



Per fare un po’ di ordine nella varietà di

palos esistenti oggi, molti studiosi provano a distinguerli in due macrogruppi: quello del cante jondo (canto profondo), cui appartengono palos più antichi e malinconici che rappresentavano la condizione di emarginazione e sofferenza vissuta dai gitani, e quello del cante chico, basato su temi più leggeri, festosi e allegri.


Sara e Miriam si esibiranno in questo primo blocco in una alegrias lenta al compás di 12, un palo seco al compás di 4, un tango gitano al compás di 4 e una sevillanas in 3/4, tutti balli che attengono alla vena più gioiosa del flamenco.


Nel secondo blocco presenteranno brani di “flamenco fusion”, ovvero musica tradizionale gitana contaminata con musica strumentale e pop.
In particolare, le ammireremo in una coreografia basata sulla colonna sonora di Zorro, del compositore statunitense James Horner, e due brani dei Gipsy Kings (i monarchi del flamenco pop): ovvero lo strumentale Allegria e una versione aflamencada di My Way che nelle mani dei Re Gitani diventa A mi Manera.


Nel terzo blocco di balli avremo un saggio del fortunato incontro del flamenco con la musica classica. Ancora una contaminazione, benché cólta e accademica.
Confesso che in questo ambito le mie preferenze vanno all’opera autoctona di Manuel de Falla, ma Miriam e Sara hanno preferito lasciarci sulle aricinote note della Carmen di Bizet, un compositore francese trascinato dalla moda spagnola che imperversava tra gli artisti europei del Romanticismo.

In realtà, già nel ‘700 erano rimasti irretiti dai ritmi e dalle armonie della musica popolare andalusa autori del calibro di Domenico Scarlatti, Boccherini, Gluck e Mozart.

Ma fu soprattutto nell’800 e, segnatamente, in Russia e Francia, che esplose l’interesse della musica colta per il flamenco con autori come Debussy, Ravel, Rimsky-Korsakov, Tchaikovsky e, per l’appunto, Bizet, con la sua celebre opera ambientata a Siviglia di cui assisteremo ora a due quadri coreografici (la famosa habanera e una danza di stile aragonese). La Carmen è un’opera basata sul fuoco della passione, e sospesa tra eros e thanatos come piaceva ai romantici e come continua a piacere al pubblico di oggi. Un’opera senza mezze misure, tutta vestita di rosso e di nero.



Speriamo che nell’interpretarla

las dos hermanas Costanzo siano prese di nuovo dal “duende”, dal “munaciello”, da quel demone “misterioso che tutti avvertono e che nessun filosofo riesce a spiegare”.
Proprio nella conferenza con cui ho osato esordire, García Lorca affermava che el duende è uno spirito che viene dalla terra e “sale interiormente partendo dalla pianta dei piedi”, un fuoco sacro “trasmigrato dai misteri greci nelle ballerine di Cadice”.
Il che conferma il carattere tutto terreno del flamenco, un ballo dionisiaco che punta i piedi al suolo ed è tutto basato sul ritmo e sulla fisicità degli interpreti, tanto quanto la danza classica occidentale tende a liberare i piedi dal suolo per rendere i corpi eterei, leggeri, apollinei e svolazzanti…

Vedete questo demone in azione in un gruppo di foto de las hermanas Costanzo realizzate da Rosario D’Angelo.

Nel balletto classico i passi sono codificati e le coreografie predeterminate, nel flamenco l’improvvisazione la fa da padrona. Anche perché “per cercare il duende non v’è mappa né esercizio”.
“I grandi artisti della Spagna meridionale, gitani o flamenchi, sia che cantino, ballino o suonino, sanno che non è possibile alcuna emozione senza l’arrivo del duende”.
“Il duende non si ripete, come non si ripetono le forme del mare in burrasca.”

Insomma, godiamocele queste onde e lasciamoci trascinare dal ritmo. Il flamenco non è fatto per rilassare la mente o fare da sottofondo. Il flamenco è fatto per scuotere e agitare. La sua essenza attiene più alla trance degli sciamani e al fuoco dei tarantolati che alla meditazione degli asceti. Per quella consiglio Debussy, il silenzio e Satie.

Procida, agosto 2019 – Troppe imbarcazioni davanti all’orizzonte

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Riccastro da quattro soldi, pidocchio risagliuto e infrackettato che ti sei fatto una sciammeria con la tua amante, una prostituta di passaggio sulla tua barca o tua moglie (che fa lo stesso) e poi dalla cambusa hai gettato a mare un profilattico di sfaccimma che è arrivato in quattro e quattr’otto a riva, visto che ancorate le vostre stramaledette barcacce a pochi metri dalla spiaggia e poi riversate in acqua di tutto (la mattina l’acqua a Pozzovecchio è limpida, poi arrivate voi con i vostri gas di scarico e tutta la monnezza che consumate a bordo e il mare si intorbidisce, si insozza e si riempie della vostra lotamma), riccastro da quattro soldi, dicevo, brutto cornuto che può essere pure che quel profilattico l’ha buttato a mare il marinaio (o il cuoco o il tuo migliore amico) che si scopa tua moglie mentre tu continui a fare soldi per mantenerti la barca e l’amante di cui sopra, brutto riccastro, dicevo, spero che la prossima volta, mentre lo butti a mare quel tuo profilattico (tuo o dell’amante di tua moglie, non importa, che questi non sono cazzi miei), e comunque mentre cade in acqua il fottuto profilattico spero che ti cada per terra il posacenere della sigaretta del doposciammeria e si incendi tutta la barca, anche se poi mi dispiace che l’acqua si farà tutta nera e l’aria piena di ceneri e lapilli come fosse Pompei. Mannaggia, mi dispiace veramente che arriva questo fuoco in questa terra, mi dispiace per l’aria e per l’acqua, ma non si può fare una frittata senza rompere qualche uovo, lo diceva pure Jocker facendo una risata in faccia alla buonanima di Batman…

Sull’Amazzonia le chiacchiere stanno a zero

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Quanto siamo disposti a pagare perché non brucino le foreste?
Che siamo pronti a fare per salvarci il culo e il “nostro” polmone verde?


Sono almeno venti anni che ripeto che, se è vero come è vero che gli alberi dell’Amazzonia producono una parte cospicua dell’ossigeno della nostra atmosfera, il resto del mondo (soprattutto la parte più ricca e industrializzata del pianeta) non può limitarsi a bacchettare il Brasile (ed anche la Colombia, il Perù, il Venezuela, l’Ecuador e la Bolivia…) per consumare le proprie foreste e cercare di sfruttarle intensivamente ed estensivamente, alla stregua di come il resto del mondo ha sfruttato e cementificato nell’ultimo paio di secoli le sue terre.
Se il resto del pianeta chiamato Terra vuole che le nazioni amazzoniche difendano gli alberi delle loro sterminate foreste, invece di fare proclami per gridare che la casa brucia e pensare di imporre loro delle sanzioni, dovrebbe incrementare il fondo per la salvaguardia del polmone del mondo e foraggiare questi Paesi per trasformarli in sentinelle dell’ossigeno planetario.

Troppo facile per l’Occidente ricco e la Cina neocolonialista continuare a chiedere agli altri misure ambientaliste che non sono state applicate nel proprio territorio e che hanno contribuito alla crescita del proprio PIL e all’affossamento delle economie dei Paesi più poveri e meno industrialmente e finanziariamente sviluppati di questo martoriato pianeta.
Sono le solite pretese di chi è abituato a fare il sodomita con i deretani altrui.

Insomma, se da Nord, dall’estremo Est e da Occidente vogliamo davvero difendere le foreste del Sud della Terra, dobbiamo mettere mano alla tasca e smettere di fare chiacchiere. Altrimenti sarà inevitabile l’abbattimento delle foreste per ricavarne legname e far posto a coltivazioni più redditizie (come la soia e la coca) o a terreni da pascolo per gli allevamenti di bovini destinati a fornire una quantità crescente di alimenti a questo mondo affamato di carne, sangue e denaro facile.

Oppure, piantiamola una buona volta di chiedere ossigeno all’Africa, all’Amazzonia o a che vive lontano da qui.
Piantiamoceli fuori casa i nostri alberi!