Tu, io, il mondo, le parole e tanti auguri

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Il mondo sta là
Ma tu non hai
le parole
per dirlo

Il mondo sta là
Ma non riesci
a dirlo
finché
non hai
le parole
per pensarlo

(Per questo
piccola mia
ti inondo di
parole
e ti dischiudo
libri
che racchiudono
mondi
fatti di pensieri
e cose
che si fanno
pensieri
in forma di parola)

Il mondo sta là
Ma non riesci
neanche
a pensarlo
finché
non hai
le parole
le parole
e le parole
per dirlo

(Utensili
scrigni
e chiavistelli
per pensare
il mondo
e poi parlarlo
ripar(l)arlo
e inventarlo
da capo)

Il mondo sta là
pronto per essere detto
Ma se ti mancano le parole
non riesci neanche a pensarlo
il mondo

E mentre parliamo
e ci raccontiamo storie
ti cingo in un abbraccio
abbastanza stretto
da farti sentire
sicura e protetta
lasciando
per un po’
il mondo
dietro di noi

E mentre parliamo
e reinventiamo il mondo
ti stringo
ti stringo in un abbraccio
abbastanza sciolto
da consentirti
di allontanarti
scostando leggermente
le mie braccia dal tuo corpo
per tornare a guardarlo di faccia
il mondo

Io
alle tue spalle
vedo avanzare
il cammino
che segue
il tuo pensiero
e il tuo pensare
e mi inondo di parole

Chiuso nel mio mondo
e immaginando il tuo
pieno dei miei desideri
e vieppiù dei tuoi

Che si invereranno
con la forza
dei tuoi pensieri
delle tue parole
e del tuo fare
che facendo
disfacendo
e rifacendo
rifarà
te stessa
e il mondo


Tanti auguri
My best wishes
Muchas felicidades
e tante belle cose
pe’ mo e pe’ sempe


Storie di perdite, serrande, martelli, bottoni, chitarre e coltelli

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Il lanciatore di donne” è un libro da sentire e un album da leggere, un’opera in cui nove canzoni accompagnano nove racconti e possono essere fruite prima, durante o dopo la lettura.
Detto in termini pratici, siamo di fronte a una raccolta di narrazioni che hanno in appendice dei codici QR che, inquadrati con uno smartphone (o con qualunque altra diavoleria elettronica collegata a internet), permettono di ascoltare o di scaricare delle canzoni composte prima della stesura dei relativi racconti.
Un progetto molto attinente con lo specifico artistico di Jennà Romano che ha sempre sostenuto l’esigenza di un’arte priva di barriere e di etichette, capace di percorrere le “più disparate e disperate espressioni” della creatività.

Copertina

Nel loro insieme, i nove racconti sembrano dei frammenti di un Bildungsroman, capitoli sparsi di un romanzo di formazione di un cantante, musicista e autore di canzoni nato nell’area Nord della grande città metropolitana di Napoli, tra Grumo e Casandrino; un “provinciano universal” che ha collaborato con artisti locali come Tony Esposito, Franco Del Prete, James Senese, Patrizio Trampetti, Fausto Mesolella, Peppe Lanzetta e Daniele Sanzone e che ha incrociato la sua attività artistica con mostri sacri di altre… province, come Dalla e De Gregori, o di altri ambiti artistici e comunicativi, come Erri De Luca e Sandro Ruotolo.

I racconti hanno vita autonoma rispetto alle canzoni che li hanno ispirati, ma, nella maggior parte dei casi, canzoni e racconti si illuminano a vicenda di nuova luce e aggiungono nuove sfumature alla nostra percezione.
Una vena di malinconia e un senso perenne di perdita li tiene insieme. Storie e testi pervasi di disincanto, disperazione, nostalgia e mancanze. Quello di Jennà Romano è un mondo, il nostro mondo, in cui mancano ideologie, costumi, odori e abitudini del tempo andato; manca un senso di comunità capace di tenere insieme le generazioni; manca la manualità degli artigiani e dei musicisti e, soprattutto mancano, le persone che hanno dato senso alla nostra vita: nonni, madri, padri andati via troppo presto; amori che diventano serrande, che diventano muri…
Nell’Abitudine a veder morire, in un ordito borgesiano, la voce narrante di un adulto si incontra con la sua infanzia… “Osservavo stupefatto ciò che di più caro non avevo ormai: mio nonno, la mamma, me bambino.”

Col tempo, sai, tutto se ne va. E cominciamo a mancare anche a noi stessi.
Ma restano i suoni e i sapori dei primi anni: l’odore intenso di acquaragia; il ritmo dei martelli battuti sul ferro rovente nella costruzione di carri e carretti; le canzoni che hanno accompagnato la nostra vita (su tutte, quelle di Piero Ciampi, Lucio Dalla e Jeff Beck), “l’odore di fagioli freschi messi a bollire dalla mattina, mischiato al profumo del caffè”, la campanella della merceria di famiglia che “tintinnava una nota ripetuta una, due, tre, quattro volte, a seconda del grado di fretta del cliente e del suo stato d’animo”; squilli di telefono che preannunciano tragedie di esistenze ordinarie; silenzi e chiacchiericci nei corridoi degli ospedali…

Non glielo ho mai detto, ma credo che oltre al senso disperato della vita del suo amato Piero Ciampi, ci sia qualcosa di pasoliniano nello sguardo retrospettivo di Jennà. Il vuoto della scomparsa delle lucciole. Lo sguardo retrospettivo di chi ha perso la madre troppo presto ed è morto a 10 anni.

“Il calendario appeso al muro regalato dalla Farmacia del popolo era sempre inclinato da un lato per la corrente d’aria che faceva sbattere la porta d’ingresso quasi per dispetto e lo costringeva a una vita obliqua. Era sulla pagina di settembre, settembre 1980, quando quel battente smise di picchiare contro lo stipite e rimase chiuso per sempre.”

E poi ci sono le canzoni dei Letti Sfatti, il gruppo che Jennà condivide con Mirko Del Gaudio, percussionista di grande estro e perizia ritmica. Alcuni brani vengono da loro album precedenti, altri sono primizie assolute (“Il lanciatore di donne”, che dà il titolo a tutta l’operazione, e la bellissima e struggente “L’abitudine a veder morire”, un reggae melodico puntellato dalla voce di una speaker della CNN che annuncia morti e sopravvissuti di un’imbarcazione di migranti sulle coste della Sicilia, mentre noi guardiamo la TV e mangiamo). Sono la colonna sonora e la fonte di nove storie, nove scene e decine di spaccati di provincia in cui si trascinano esistenze di uomini vinti, ma ancora capaci di sogni, di desideri, di ossessioni e di musica.

Io sono quello
Che è morto vivo a dieci anni
Che ha visto solo la musica così da lontano
E si è fatto prendere la mano

Sono le cose che guardo la sera
Che mi fanno capire che il mio stomaco è vivo
È vivo anche se vivo male. È vivo per me

Io sono questo
E non mi chiedere altro.

Discriminazioni, discrimini, crimini di sinistra e crimini di destra (per non parlar del centro)

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«Il nazismo è criminale, assassino, sia negli ideali che nella prassi. Il comunismo lo è soltanto nella prassi, non negli ideali

Simon Wiesenthal (strenuo stanatore e cacciatore di nazisti)

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Aggiungerei a questa differenza ben sintetizzata da Simon Wiesenthal il fatto che il comunismo – per sua definizione egualitario, inclusivo e internazionalista – punta(va) alla felicità dei più. Il nazismo e il fascismo, invece, punta(va)no alla supremazia dei pochi (perfino connotati etnicamente) sui molti; in quanto erano fondati sulla disuguaglianza, sulla discriminazione e sulla più assoluta gerarchizzazione piramidale.

Per questo mi fa incavolare la risoluzione del Parlamento Europeo che nello scorso settembre ha assimilato l’ideologia comunista all’ideologia nazista. Il maledetto revisionismo figlio del pensiero debole dei nostri tempi. L’idea malsana che non esista più la destra e la sinistra, ma solo un grande centro. (Un grande centro commerciale in cui trasciniamo le nostre esistenze senza un speranza di cambiamento, intenti solo ad alimentare il vitello d’oro del mercato, mi verrebbe da dire e dico.)

Che poi, più neghiamo le differenze tra destra e sinistra, più dilaga la versione becera e razzista del fascismo che si cela e si disvela sotto le bandiere nazionaliste dell’ordine e della sicurezza. La sicurezza che il mondo resti iniquo, ingiusto e malgovernato come è ed è sempre stato, mi verrebbe da aggiungere ed aggiungo.

Alla luce di queste affrettate osservazioni, riformulerei la pur acuta citazione di Simon Wiesenthal in questi termini:
«Il nazismo è criminale, assassino, sia negli ideali che nella prassi. Il comunismo [storico] lo è [stato] soltanto nella prassi, non negli ideali.»

Questo scrivo sentendomi anarchico, libertario e profondamente antifascista, più che comunista. (Perché, anche se è chiaro che non ci sono poteri buoni, è anche vero che pure il male ha le sue diverse gradazioni di malsopportabilità, di perversità e di fetore.)

Di Venerdì in Venerdì

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Centro commerciale

Sette giorni prima del B-Day


Masse di giovani e meno giovani che vanno alla manifestazione rituale del Friday for Future e ne approfittano per comprare un po’ di roba inutile al mercato cittadino del Black Friday.

Altri che resistono alle sirene dei supersaldi, restano in fila nel corteo e i loro acquisti li fanno dal telefonino continuando a marciare per fermare il riscaldamento del pianeta.

Masse in fila, masse in marcia, masse critiche, masse ammassate davanti alle vetrine della globalizzazione.

Sono loro, che si ignorano, che stanno salvando il mondo.

Sono loro…, una volta chiedendo una riduzione dei consumi per abbassare l’innalzamento climatico e un’altra combattendo la crisi recessiva globale con un po’ di acquisti compulsivi di prodotti realizzati sfruttando lavoratori di ogni razza e colore (senza discriminazioni, per l’amordiddio!).

Sono loro gli eroi del nostro tempo, e li dovrebbero clonare. Se non lo hanno già fatto senza che se ne avvedessero e ce ne avvedessimo.

Sono loro…, capaci di allontanarsi dalla massa di manifestanti per seguire la massa degli acquirenti.

Sono loro…, capaci di restare nella massa di manifestanti senza smettere di fare acquisti dalle vetrine dei loro dispositivi.

Sono loro… Gli eroi del nostro tempo. Lemmings sulla via di Hamelin.


Domandar per le rime

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Voi che avete percorso con sapienza / tutti i passi per arrivare al successo / e pur di vincere avete manomesso / le chiavi della giustezza e della scienza, / vi siete chiesti mai che sia successo / a chi vive nella fame e nell’assenza / e non gli resta un cesso per cacare / né gli occhi per piangere o guardare / oltre quest’immondizia e questo mare / di menzogne, egoismi e malaffare?

Nothing is cooler than being cool

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Let your soul stand cool and composed before a million universes.”

“Fa che la tua anima se ne stia cool e tranquilla anche al cospetto di un milione di universi.”

(Walt Whitman)

23 Novembre 2019.
Stefania, quasi otto anni, arriva tenendo alto in mano il suo quadernino delle cose creative come fosse un trofeo e mi dice che ha scritto una canzone.
Me la recita cantando e, subito, di getto, mi dice di prendere la chitarra e accompagnarla mentre lei si registra in video (neanche il tempo di cercami gli accordi).
Il brano è “Cool“.

Seguono a distanza di un paio di ore altre 5 o 6 mini-registrazioni con ospiti speciali, tutti coinvolti senza aver prima ascoltato il brano.
Il risultato è qua, suonato, registrato, e montato alla men peggio, ma molto… cool, secondo me. E non manca un’intensa parentesi di trap radicale, piuttosto contundente nei contenuti, ma ugualmente very cool (se sei cool, sei cool anche nei momenti di depre esistenziale).
Tutto fatto e detto all’improvviso.


N.B. Prima di pubblicare ho chiesto l’autorizzazione alla diffusione alla piccola (che conserva tutti i diritti); ma non ditelo alla nonna, lei non ci avrebbe autorizzato, e magari avrebbe avuto pure ragione…

Sull’immigrazione diamo i numeri

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Ormai sono molti anni che lo faccio.

Chiedo ai miei alunni di quinta quale pensano che sia la percentuale degli immigrati rispetto alla popolazione nazionale e se pensano che ci siano più stranieri in Italia o in Spagna (qualche volta aggiungo pure qualche altro Paese di riferimento).
Poi faccio fare una rapida ricerca sulle percentuali pubblicate dalle statistiche “ufficiali” e li faccio ragionare autonomamente sulla discrepanza tra la realtà dei dati e la loro percezione della realtà.

Quest’anno, in due quinte, la loro percezione della presenza degli immigrati in Italia si attestava tra il 25 e il 26% contro il dato statistico che riporta un 8,5, 8,6 o, come massimo, un 8,7% di stranieri sul suolo patrio.
(Questo succede in un paesino dell’entroterra napoletano dove la presenza degli immigrati è scarsissima e in una scuola che su 1400 alunni ha sì e no una trentina di stranieri.)

Negli anni i dati numerici che ricevo dai miei studenti sono sempre più discrepanti dalla realtà. Tuttavia, ho l’impressione che aumenti anche la consapevolezza delle ragioni di questo divario. Quando a caldo abbiamo fatto una “lluvia de ideas” (brainstorming) sulle ragioni di tanta differenza tra i dati percepiti e i dati reali, sono venuti fuori argomenti interessanti come:

– Non siamo abituati come altri popoli a convivere con stranieri, per cui già vederne pochi ci shocka e ci sembrano tanti
– I mass media parlano molto e in modo insistente del fenomeno
– La televisione ci fa vedere continuamente sbarchi
– La propaganda politica e internet fanno disinformazione e amplificano la realtà dei fatti
– La paura deforma la realtà
– Vivere in zone con molti immigrati (come la vicina Casandrino) dà una percezione moltiplicata del fenomeno
– Siamo contrariati dal fatto che gli immigrati prendono il posto degli italiani e la rabbia ci fa alterare la realtà
– Vediamo la realtà attraverso i social e le fake-news, non con i nostri occhi.

A questo punto sono solito aggiungere una piccola domanda che lascio nell’aria: “Non è che siamo pure un poco razzisti?”.
E da qui parte uno studio su cosa sia storicamente il razzismo e che forme assumano oggi razzismo e xenofobia.

Credo che alla fine ognuno resti della sua idea, ma almeno impariamo a conoscere qualcosa in più di noi stessi e degli altri.

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N.B. Le foto alla lavagna si riferiscono solo ad una delle due classi coinvolte.

In crociera tra le reti

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Abbiamo poco o nulla da dire, ma continuiamo a urlare ai quattro venti tra la folla che scorre distratta. Ed a volte le nostre urla sono prese per sussurri o carezze. Parole che cambiano per un momento la struttura delle acque, ma dopo tutto torna come prima e resta solo il vago ricordo del tempo perduto a trastullarci in questo mare.

Abbiamo poco o nulla da dire, ma continuiamo a urlarlo ai quattro venti.

Venezia mi ricorda istintivamente…

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Il brano di Gian Piero Alloisio portato al successo nel 1981 da Guccini nell’album “Metropolis“, l’ultimo vinile del maestrone che ho comprato e consumato.

Alloisio, invece, l’ho incrociato tanti anni fa fuori il teatro Politeama di Napoli, dove c’era un concerto di Gaber.
Una persona squisita, simpatica e dotata di fine ironia. Alloisio, intendo.

Venezia, infine, è il ricordo più intenso dei miei 18 anni, compiuti là, perdendomi tra le calli, in direzione contraria al flusso incessante dei turisti. Accompagnavo malamente alla chitarra un gruppo di sudamericani. Intorno a noi si faceva la folla sui ponti, fuori dalla stazione e in piazza San Marco. Con i soldi che raccimolavamo compravano il vino e lo condividevamo con chi ci ascoltava cantare “Mais que nada“, “Gracias a la vida” e “La Fiesta de San Benito“… Eravamo in lotta continua con le pattuglie protoleghiste dei vigili. Mangiavamo quando potevamo e dormivamo sull’asfalto di Santa Lucia. Jehová arrotondava facendo ritratti ai passanti. L’ultima stagione dei maledetti saccopelisti selvaggi che invadevano la città. Ci svegliavano alle 6 del mattino con gli idranti.

La penultima volta tornai a Venezia quattro o cinque anni dopo, di passaggio, per il concertone dei Pink Floyd che segnò la fine del turismo giovanile a Venezia. Venivo da Granada. Organizzarono un’area fuori città per chi non aveva un posto per dormire.
A quei tempi l’acqua alta tutt’al più lambiva le caviglie.

La prima volta c’ero stato con mio padre in un viaggio verso Trieste.
L’ultima volta dormivo di nuovo in un albergo e Venezia mi diede fastidio. Come bere in un bicchiere di cristallo con la paura che si frantumi nelle tue mani. E non riuscivo più a sentire il sapore buono del vino.

Poi sono arrivate le orde dei crocieristi e l’acqua altissima di questi cambiamenti climatici.
Eppure, pare che il punto più alto si sia raggiunto nel 1966. L’anno in cui venni al mondo. Piuttosto lontano da Venezia, in verità.