Considerazione ombelicale sul decadimento e sul cedimento strutturale del paese (la poesiola, considerando anche questa parentesi, è più breve del titolo, ma il problema è grande, enorme, forse insormontabile)

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​ogni evento

ogni terremoto 

ogni precipitazione

ed ogni vento

ci appare

più forte e funesto

man mano che il paese 

si fa più povero

vecchio e maldestro

Interludio riflessivo

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Oggi voglio parlarvi di un mio desiderio nascosto. Sono anni che mi struggo e mi sforzo per essere il tipo di persona che mi piacerebbe conoscere. Una di quelle persone che vorrei incontrare in un bar per chiacchierare davanti a una bottiglia di vino buono.
Ma capirete anche voi che non è affatto un desiderio facile da realizzare. C’è sempre in me qualcosa che mi risulta antipatico e ostile. Oltre al fatto che è improbabile che in un bar ti servano una bottiglia di quello buono. E quando arriva, non ce l’hai davanti, ma passa sempre da una mano all’altra e poi, all’improvviso, scompaiono sia la bottiglia che quel sentimento di intimità che vorresti avere con le persone che ti piacerebbe conoscere, ma è molto difficile incontrare sia in un bar che dentro di te.

In memoria di Gennaro

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Ci hai lasciato.
Ma hai lasciato in noi ricordi belli e incancellabili.
Hai lasciato qualche segno in ognuno di noi.

Ti ricordiamo sorridente, interessato a tutto e a tutti, sempre intento a concepirne una nuova o a mettere mano a un altro impegno o progetto.

“Homo sum, nil humani a me alienum puto” me lo facesti scrivere su un foglio 50-70 a caratteri cubitali.
Sono uomo, niente dell’uomo mi é estraneo.
Niente dell’uomo ti era estraneo.
Ti innamoravi di tutto.
Ti innamorasti, soprattutto, di Rosa.

Sei stato un maestro attento ai bisogni di ognuno, un dirigente competente e innovativo; sei stato per tanti di noi un maestro di vita. Un modello di altruismo e di lealtà.

Da insegnante eri sempre circondato da una folla di bambini e impiastricciato di colla e di colori; da direttore didattico aggiustavi impianti elettrici e computer, spostavi armadi e banchi, ti sedevi a lavorare in segreteria o a giocare tra gli alunni; e se qualcuno fosse passato per caso di lì, avrebbe avuto qualche difficoltà a inquadrarti come il dirigente della scuola.

Anche in famiglia, se c’era qualcosa da riparare o una questione da dirimere, chiamavamo zio Gennaro. E lui era sempre pronto a dare una mano senza fartelo pesare, e magari mostrandoti pure come sbrigartela da solo alla prossima insorgenza o necessità.
Da vero maestro eri indispensabile, ma facevi di tutto per non essere necessario.

Avevi una capacità logica che ti faceva mettere tutto in prospettiva e guardare i problemi da tutti i punti di vista possibili. E mi hai insegnato tanto, senza mai farmi una lezione.

Non ti sapevi dosare. Davi sempre tutto quello che potevi dare. Anche quando la malattia voleva distoglierti dai tuoi molteplici interessi, amori e passioni.
Perfino negli ultimi giorni dell’oblio, abbiamo intravisto in te una luce che ci ha aiutato ad andare avanti e ha illuminato soprattutto Rosa.
Le persone generose, per caso o per fortuna, a volte si incontrano e si tengono per mano.

Ci hai lasciato, Gennaro.
E hai lasciato due figlie bellissime.
Ci hai lasciato due figlie bellissime nelle quali rivediamo qualche volta il tuo sguardo e la tua visione divergente della realtà che ci pervade e ci circonda, la determinazione a navigare in direzione ostinata e contraria. Costi quel che costi…

A volte apparirvi schivo e compiaciuto del tuo anticonformismo, ma non hai mai smesso di interessarti dei problemi che ti giravano intorno. Sapevi essere dolce e affettuoso con le persone cui volevi bene e sapevi arrabbiarti e indignarti per le cose e le persone che meritano la nostra rabbia e indignazione.

Sapevi giocare coi bambini in un modo che li faceva crescere e divertire.
Hai giocato con ognuno di noi in un modo che ci ha fatto crescere e divertire. Ci hai insegnato a pensare e a vedere il mondo al di fuori dagli schemi precostituiti e dalle regole date. Ci hai insegnato che a volte bisogna fare scelte difficili e poi bisogna saperle difendere con determinazione, ma senza fare troppo rumore. Ed anche di questo ti sarò sempre grato.

Ci hai lasciato, ma hai lasciato in noi semi e radici.
Non ci hai lasciato davvero.

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(Scritta a caldo la notte della morte di Gennaro Vergara.)

O Tannenbaum

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Cercasi psicologo, specialista in psicometria o strologo capace di creare un test per stabilire il carattere, le attitudini o l’andamento dell’anno a venire a seconda dell’alberello scelto tra i 6 di questo disegnino molto digitale (nel senso che l’ho fatto or ora, di tutta fretta, muovendo il dito – dal latino,  di(g)ĭtum – sullo schermo dell’apparecchietto very smart che serve pure per telefonare e che è diventato una protesi del mio corpo al pari degli occhiali e della dentiera prossima ventura).


Matteo, ‘i vorrei…

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Matteo, vorrei che tu e Lapo e Del Rio
fostevi presi per incantamento
e messi in un vason, ch’al buon vento
lontano andasse dal loco vostro e mio;

sì che fortuna, ruzza o venticello
non ci potesse dare più tormento,
nel sentir dire ad ogni momento
ciance e fole sopra questo o quello.

E monna Agnese e qualche trans poi
di quelle con cui Lapo si fa e tenta
con voi ponesse il buono incantatore:

e quivi rimaner senza rancore,
e ciascuna di lor fosse contenta,
sì come i’ credo che saremmo noi.

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Eppur provo pietà pe’l pover Lapo,
ch’una ne tira e l’altra daccapo
e fa fregnacce sempre e senza posa
in mezz’a questa folla rumorosa.