Flamenco hotelero blandense y catalán

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La Catalogna tra democrazia, tolleranza, utilitarismo, indipentismo e sovranismo



Per la seconda volta in una decina di giorni, ieri, nell’hotel che ci ospita a Blanes, nel pieno della Catalogna indipendentista, uno spettacolo di danza flamenca.
Come se fossimo in Andalusia, nel profondo sud della penisola.

Il popolo catalano è un popolo tollerante, democratico e civile, ma è anche un popolo concreto, capace di sfruttare i propri talenti e quelli altrui per farne mercato; un popolo pronto a vendersi tutto il vendibile per aumentare il proprio benessere materiale; fino agli estremi della gentrificazione che hanno trasformato interi quartieri popolari di Barcellona in zone spersonalizzate, piene di migranti e turisti, con conseguente aumento del prezzo degli affitti, degli immobili e dei beni di prima necessità. Lucía Lijtmaer, nel romanzo che sto leggendo in questi giorni di mare e rilassamento, osserva che già una ventina di anni fa Barcellona si stava trasformando in una grande Lloret de Mar

In due anni qui si è riempito di guiris [turisti stranieri] come se fosse Lloret, dice qualcuno, ed è vero, il centro è como la Lloret della mia infanzia, lo stesso odore di cipolla fritta e waffle riscaldato, lo stesso mare di pelli bruciate, la stessa sensazione di nausea e stordimento per la quantità di gente e sole, combinati, gente e sole, gente in scatole di latta, sole in scatola, la latta che ti brucia la pelle quando cerchi di sederti sul cofano di una macchina vicino alla spiaggia e tua madre ti diceva: togliti di lì, non vedi che ti stai per scottare, togliti di lì, ti dice ora il tuo istinto e non tua madre, ogni volta che scendi dalla ronda di Sant Pere.”
[Lucía Lijtmaer, “Cauterio“, 2022, p.81. La traduzione è mia.]

Ma torniamo allo show Flamenco e alla capacità dei catalani di sfruttare a più non posso tutti i luoghi comuni del turismo iberico per farne una redditizia fonte di guadagno.

In Catalogna hanno abolito la corrida ed hanno trasformato l’Arena di Barcellona in un mega-centro-commerciale, eppure continuano a vendere tori di plastica a orde di turisti in cerca di sapori autentici e prodotti tipici e topici. In Catalogna si sentono altri dal resto della Spagna, ma poi, a ben vedere, è tutto un proliferare di ventagli, banderillas, chitarre, nacchere, paellas valencianas, sangría e gazpacho andaluso. A Barcellona e nel resto della comunità autonoma, hanno in spregio i “charnegos” (gli spagnoli che vivono in Catalogna, ma non sono figli di catalani), ma hanno catalanizzato Picasso, un genio di Malaga (Andalusia) vissuto per la maggior parte della sua vita in Francia.

Il finto tablao flamenco di ieri, che ho solo sentito da lontano perché la bambina non è voluta scendere e ha preferito tenere a sottofondo delle sue letture, è parte di questo sfruttamento mercantile dell’idea di Spagna sedimentata nelle teste degli stranieri che da due o tre secoli cercano la Carmen in ogni angolo o anfratto della penisola iberica (allo stesso modo in cui i gondolieri veneti cantano “‘O sole mio” e “Simme ‘e Napule, paisà” ai turisti tedeschi e giapponesi che questo vogliono sentire, per avere la sensazione di trovarsi in acque italiane e vivere le emozioni del popolo degli spaghetti, della pizza, delle tarentelle, delle mafie, dei Sorrentino, dei pulcinella e della camorra di Gomorra).

D’altronde, la relazione della Catalogna col flamenco viene da lontano.
Già alla fine dell’800 proliferavano a Barcellona spettacoli di danza gitana in café chantant che spesso, non a caso, avevano nomi che si richiamavano alla realtà andalusa, come Café Sevillano, Café Concierto Sevilla e Café Concierto Triana. Tuttavia, è innegabile che, col tempo, si formò una vera e propria tradizione flamenca catalana. Carmen Amaya, una delle più grandi e innovative danzatrici di flamenco del secolo scorso, era una gitana nata a Barcellona nel 1913.

Questo attiene, insomma, anche alla capacità dei popoli mediterranei di assimilare culture estranee e lasciarsi contaminare dall’altro.
La cucina catalana è un’ulteriore riprova di questa tendenza ad aprirsi a gusti, a prodotti e a sapori provenienti da mondi vicini e lontani.



Insomma, niente di male, per carità. Un po’ di flamenco, anche incelofanato, non fa male a nessuno. Anzi. A me piacciono pure i Gypsy King, gitani andalusi residenti in Francia che hanno inventato una versione pop e commerciale della rumba flamenca. Questa è una musica nomade, che probabilmente ha mosso i primi passi nella lontana India e poi si è andata mischiando con i suoni di mezzo mondo già prima di approdare tra Cordova, Siviglia e Granada. E da quel momento il processo di contaminazione e commercializzazione non è mai finito.*

Sento solo qualche nota stridente tra questa musica senza frontiere e la Catalogna autonomista, indipendentista, sovranista e (vivaddio) pure, sempre e comunque, antifa e antifascista.

Ma la Spagna e il mondo intero si nutrono di queste contraddizioni. E io pure, che sono del Mediterraneo e sento che questi e solo questi sono i tre colori della mia bandiera (insieme col giallo del sole, il verde degli ulivi e il rosso del sangue e della lava vulcanica).

Mi contraddico“, “contengo moltitudini“. (W.W.)


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Se volete saperne di più del nomadismo del flamenco, leggete qua.

https://aitanblog.wordpress.com/2019/08/31/flamenco-contaminazione-e-nomadismo/

Le docce di Blanes

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Il mare è di tutti. La Costa Brava tra pubblicità e pubblica realtà.

Scorcio di cemento con doccia pubblica.

A Blanes le docce pubbliche sono frequentissime e del tutto gratuite.
Ce ne è una ogni centinaio di metri su un litorale privo di lidi concessi a privati e tenuto lindo e pinto dall’amministrazione comunale.
È dato in concessione (a seguito di asta pubblica) solo l’affitto di ombrelloni e sdraio, che costano 6 euro ciascuno a giornata (da quello che ricordo è lo stesso prezzo anche nel Maresme, i poco più di 50 chilometri di costa che vanno dal Nord di Barcellona alla Costa Brava).

Blanes, scoglione con doccia pubblica.

La Costa Brava ogni estate (salvo nel periodo della pausa pandemica del 2020-21) ospita poco meno di 20mila stranieri e, in tutta la Spagna, prima del covid, le entrate derivanti dal turismo oscillavano tra l’11 e il 12% del PIL nazionale.

Anche a Blanes, tra giugno e settembre, arrivano migliaia di turisti, in maggioranza francesi, ma le spiagge non sembrano mai troppo affollate. Inoltre, i parcheggi pubblici sono gestiti perfettamente, il servizio di bus e i trenini turistici funzionano a meraviglia e gli automobilisti sono molto disciplinati (non ho mai sentito un clacson suonare né visto un veicolo sfrecciare in città o un’auto fuori posto; oltre al fatto che, prima ancora che imbocchi le strisce pedonali, loro si fermano già per lasciarti passare). Sul lungomare, ampli spazi per pedoni e biciclette. Ovunque grande attenzione per chi si muove a piedi (i semafori segnano i secondi per aspettare il verde; le strade scolastiche hanno il limite di 20 all’ora e sono chiuse al traffico veicolare negli orari di entrata ed uscita degli alunni). Il risultato è che, nonostante l’affluenza di stranieri, anche ad agosto non sembra esserci traffico o caos veicolare sia nel centro che nella periferia della città.

Il semaforo che segna i tempi di attesa.
Strada a priorità pedonale.

Frequenti, invece, gli spettacoli nelle piazze e nei locali (frequentissimi e molto frequentati in ogni quartiere di Blanes).
Ovunque, ville comunali con giochi, attività e attrezzature sportive per bambini e adulti.
Biloteche aperte anche d’estate, schiere di bancarelle notturne, bar, pub e bodegas adatti ad ogni tipo di clientela.

Piazzetta davanti a una celebre birreria cittadina. I bambini giocano, gli adulti bevono e chiacchierano. Lo striscione autonomista ricorda che solo il popolo salva il popolo.

Ah, il mare è pulitissimo e la sabbia mischiata di minuscoli sassolini che rendono più facile pulirsi i piedi quando si lascia la spiaggia.

Dice: perché fai tanti chilometri per farti qualche bagno quando hai tanta costa balneabile in Italia? Dice…


P.s. Quando viaggiamo l’occhio fa la sua parte, e anche gli altri quattro sensi e la nostra sensibilità fanno la loro parte, insieme con la nostra enciclopedia personale, il nostro punto di vista sulla realtà e la cultura in cui siamo imbevuti.
Per questo, al ritorno da un paese lontano o da un viaggetto fuori porta, ognuno di noi porta con sé un’altra impressione dell’esperienza vissuta. Le foto di due persone che hanno visitato gli stessi luoghi nel medesimo tempo non saranno mai le stesse foto. È il vizio imprescindibile della soggettività. Nessuno mangia mai lo stesso piatto, guarda lo stesso panorama o ascolta la stessa musica.
Ecco, mi sono svegliato che volevo dire una cazzata e la volevo condividere con voi. L’ho detta. Ma sono certo che i vostri sensi, la vostra sensibilità e la vostra cultura la sapranno riempire di significato e daranno senso a queste mie povere e scarne parole nate in un bel giorno di mare e di sole.


P.S. In questi primi 15 giorni di agosto, la temperatura non ha mai superato i 30 gradi; un paio di volte ha anche piovigginato e, di notte, sarebbe utile anche avere un pigiama.

Doccia con sfondo di cessi pubblici.

Blanes, Barcelona, Bolaño, guiris y Lijtmaer

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Primi giorni di mare e vergogna in Costa Brava

Dal 31 luglio sono a Blanes, con la piccola, in Costa Brava.
Nel pullman dall’aeroporto del Prat all’hotel ci sono persone di ogni provenienza, ma si sente solo parlare napoletano. La solita orda di adolescenti convinti di venire a conquistare un popolo da cui è sempre stato soggiogato.
In tutta l’ora e mezza del tragitto sbraitano, bevono, urlano e cantano, e in ogni frase, muggito o mugugno appare due o tre volte la parola Napoli o suoi derivati. Due o tre volte l’autista li riprende, ma loro continuano imperterriti a bere e a disturbare. Me ne vergogno. E non è solo vergüenza ajena. Mi vergogno proprio di essere italiano e napoletano come loro. Anche Stefania esprime la stessa vergogna e lo stesso disagio.
Quando arrivo a destinazione mi scuso con l’autista in loro vece. Lui si mostra comprensivo e rassegnato. Sono anni che accompagna questi flussi scostumati di ormoni a Tossa e a Lloret de Mar.
Per fortuna, vanno tutti negli stessi posti in cerca di droga, figa, cazzi e discoteche. Basta evitarli. Loro e i posti che frequentano.
Spero che si divertano, comunque, senza fare troppi danni a se stessi e agli altri.
Per fortuna, qui sono tutti abbastanza indulgenti con questa guagliunera. Come l’autista. Ma non so dire se sia più tolleranza o convenienza.

In ogni modo, dopo questo brutto avvio, i primi giorni di vacanza in Costa Brava scorrono sereni, allegri e senza incidenti.
Il mare è bello, le passeggiate mostrano scorci incantevoli, la ricezione alberghiera è impeccabile e gentile.

Blanes

Alla partenza, non ho messo nessun libro in valigia. Ho deciso di comprare qui qualche romanzo da leggere in spiaggia, sul balcone o al rientro a casa.

“Blanes se parece a sus playas, en donde se tuestan cada verano todos los valientes de Europa, los de aquí y los del otro lado de los Pirineos, las gordas y los gordos, los feos, los esqueléticos, las chicas más guapas de Barcelona, los niños de todo pelaje, las viejas y los viejos, los enfermos terminales y los resacosos, todos semidesnudos, todos expuestos al sol del Mediterráneo y a la mirada comprensiva de la torre de San Juan, y el olor que se desprende de las playas (es bueno recordarlo ahora, en el largo invierno) es el olor de las cremas corporales, de los bronceadores, de las pomadas de protección solar, que huelen a eso, evidentemente, pero que también huelen a democracia, a historia, a civilización.”
Roberto Bolaño, “La Selva Marítima” in El
El País, Gennaio 2000.

“Blanes somiglia alle sue spiagge, dove ogni estate si mettono all’arrosto tutti gli arditi d’Europa, quelli di qui e quelli dell’altro lato dei Pirenei, le chiattone e i chiattoni, i brutti, gli scheletrici, le ragazze più belle di Barcellona, i bambini di ogni provenienza e aspetto, le vecchie e i vecchi, i malati terminali e gli sbronzi, tutti seminudi, tutti esposti al sole del Mediterraneo e allo sguardo comprensivo della torre di San Juan, e l’odore che sprigiona dalle spiagge (è bene ricordarlo ora, nel pieno dell’inverno) è l’odore delle creme corporee, degli abbronzanti, delle pomate di protezione solare, che odorano di quello che sono, evidentemente, ma che sanno anche di democrazia, di storia, di civiltà.”

La traduzione è mia. Il testo di Roberto Bolaño.
Stamattina sono stato alla libreria Sant Jordi. La libreria che lo scrittore sudamericano frequentò negli ultimi anni della sua vita.
Dal 1985 al 2003, Bolaño si stabilì qui a Blanes con la moglie e i due figli. Prima che gli arrivasse il successo che meritava aprì anche un negozietto di bigiotteria.

In sottofondo due frammenti di “Blind” dei Talking Heads (1988)

In una guida che gli ha dedicato l’ufficio turistico cittadino leggo che voleva essere ricordato “come uno scrittore surdamericano più o meno decente, che visse a Blanes, e che amò questo paesino” di 30.000 abitanti fondato dai romani duemila anni fa e poi frequentato da persone di ogni tipo e colore.

Blanes, vista dal Jardín Botánico Marimurtra
Apparizioni a Blanes

Nella libreria c’è ancora Pilar Pagespetit i Martori, con cui lui si intratteneva a parlare mentre vagava tra i libri. O almeno, dalla veneranda età che dimostra nel suo fisico minuto e curato, a me piace immaginare che sia lei.
Le chiedo se hanno disponibile qualche testo di Ernesto Cardenal, poi mi metto a curiosare tra i libri ammucchiati in colonne in ogni angolo della stanza. Per un momento credo di aver osato identificarmi con R.B.
Dopo una lunga ricerca scelgo un testo di recente pubblicazione di Lucía Lijtmaer, scrittrice quarantenne nata in Argentina e cresciuta a Barcellona. Avevo sentito parlare del suo acume sia come romanziera che come critica letteraria e specialista di studi culturali.

Nelle prime pagine la voce narrante immagina un suicidio e vagheggia un’inondazione di Barcellona provocata dal cambio climatico e dallo scioglimento dei ghiacciai polari.
È una descrizione potente e delirante.

A un certo punto mi rivedo in queste parole che mi riportano sul bus dell’arrivo a Blanes.

” […] primero morirán los pobres, los taxistas paquistanís del Raval, las chicas filipinas de la panadería de la calle Sant Vicenç, la señora Quimeta y su mercería, los guiris de la Barceloneta, todos, absolutamente todos, los holandeses, los franceses, los ingleses y los italianos -nadie echará de menos a los italianos-.”
Lucía Lijtmaer, “Cauterio“, 2022

Traduco, non senza essere di nuovo assalito dalle fiamme della vergogna.

” […] prima moriranno i poveri, i tassisti pachistani del Raval, le ragazze filippine della panetteria di calle Sant Vicenç, la signora Quimeta la sua merceria, i turisti della spiaggia di Barceloneta, tutti, assolutamente tutti, gli olandesi, i francesi, gli inglesi e gli italiani – nessuno sentirà la mancanza degli italiani.”

Ecco qua.
Ci siamo meritati pure questa.


Al caldo si sciolgono i sensi

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Scivolo pericolosamente verso la consapevolezza dell’inutilità di tutte le cose. Metto in fila pensieri in forma di parole per cercare un senso o una direzione. Ma resto intrappolato in una serie di frasi che non producono coscienza o sensazione.

Provo a smettere di pensare.
Per interrompere il flusso, mi ripeto il mantra dell’insensatezza.

Cansa ser, sentir dói, pensar destrui.”*
“Stanca essere, sentire fa male, pensare distrugge.”

Fuori fanno 40 gradi.
Dentro di me boccheggio in un deserto.
Il caldo amplifica la malinconia e dilata la voglia di vivere.


* Fernando Pessoa, “Poesias Inéditas – 1919-1930

La cipolla

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Un racconto a strati

Guardava la sua candida cipolla bianca come se fosse il teschio di Amleto e, lentamente, la sfogliava come fanno gli innamorati con le margherite. Uno per uno sbucciava i teneri petali, scrutando ogni filamento e ogni piega di quel bulbo perlaceo. Attraverso un’analisi attenta, voleva raggiungere il significato ultimo di quella nitida chiarezza, penetrare nella profondità del pezzo di lucida realtà che teneva tra le mani, cogliere l’essenza stessa della cipollinità. Strato per strato si sentiva più vicino alla conclusione, e piangeva, piangeva, piangeva forte fino a trovare un vuoto completo nella sua mano, una cicatrice senza perimetro né fondo.
Se l’avesse mangiata, invece di analizzarla, avrebbe avuto l’alito schifoso e la pancia piena di gas puzzolente.

Forse anche mio padre, se quel giorno fosse stato più puzzolente, non avrebbe ingravidato mia madre; e io ora non starei qui, con una cipolla in mano, a girarla, a guardarla e rimirarla come se fosse il teschio di Amleto.

Intanto, mentre la guardo, vedo gli strati del mio corpo che si staccano uno a uno in cerca di senso: dalla bocca al culo siamo fatti di vuoto, solo aria che gravita dentro gli orifizi e intorno agli ombelichi.

Poi sono là che continuo a piangere e a singhiozzare come un bambino appena nato; fino a che non mi rassereno e decido di tornare all’innocenza della mia cipolla bianca.

Passo dopo passo, comincio a togliere il manto, a sbucciare i teneri petali che la avvolgono e le danno consistenza, a irritarmi di nuovo gli occhi e la mente in cerca di senso. Scruto ogni filamento e ogni piegatura, mentre una lacrima, una lacrima senza dolore, scivola lungo la cicatrice vuota del mio ventre.

Siamo fatti di un tutto avvolto intorno al niente. Siamo il pensiero di un dio che non c’è. Siamo le parole che si disperdono nel vento. Siamo il vento che dissipa le parole. Siamo il silenzio che dà vita al rumore.

Siamo un tutto fatto di niente.




Il 15 luglio del 2002, giusto 20 anni fa, mandai un brevissimo racconto in lingua spagnola intitolato La Cebolla al CONCURSO DE ANIVERSARIO (XXXV) DEL TALLER DE MINIFICCIONES di Ficticia, città virtuale di racconti e storie. Lo pubblicai con lo pseudonimo di Abenamar (uno dei tanti che usavo a quei tempi insieme ad Astor, Ágata, Charlot, El Iscariote, ravager, Giles Ravager, Viejo Payaso, VP…).
Stamattina ho deciso di tradurlo e riadattarlo in italiano dopo una conversazione con Ma.Da. in cui lei sosteneva di vedermi come una cipolla che sotto ogni strato nasconde (e rivela) un altro strato. Io la ascoltavo e ripensavo che alla fine di tutto c’è sempre il vuoto, crogiolandomi nella mia sostanziale inconsistenza.

Forse tutti siamo tutto, un tutto avvolto intorno al niente di niente.

Una voce che si sente, risuona e torna silenzio.


De vacaciones

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Auguri e consigli non richiesti per le vacanze estive

#/:o)X

Leggete, viaggiate e moltiplicatevi.

El fascismo se cura leyendo y el racismo se cura viajando.”
(Miguel de Unamuno)

Auguro ai miei compatrioti un’estate e una vita piena di buone letture, bei viaggi e recuperi di buon senso.
Ed estendo il mio augurio anche a quelli di altri lidi, siti, sponde e bandiere.



Viaggiate, leggete e moltiplicatevi. Con gente di ogni razza e colore. E fatelo senza dolore (se non è il dolore quello che vi diverte).

E poi, sentite Coltrane. Mettete voi stessi in tutto quello che fate. Non siate superficiali. C’è del divertimento nell’essere seri.

Lo scrittore è un medium – reprise

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In appendice, l’ottava voce dalla collina


no no
stavo bene
stavo bene
stavo tanto bene
che scoppiai di salute
in un giorno di primavera
al tavolino di un bar
di un centro commerciale
dopo aver preso
l’ultimo caffè
della serata



il bus delle 22 e 30
invece
lo persi per sempre


Il Nazareno – Tre Studi.

Il primo, quello a matite e pastelli, è dell’86.
Gli altri due sono digitalizzazioni attuali.

Credo che non abbiano molta attinenza con il testo che è un’appendice a Lo scrittore è un medium – Sette voci dalla collina pubblicato, su questi stessi schermi, lo scorso 15 luglio.
Ma in qualche modo mi pareva che questi volti un po’ santi e un po’ santoni ci stavano bene in questo post(o).


ascoltando alla radio le ultime notizie, rimeggio per distrarmi un po’ e cercare di trovare senso tra i rumori

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endecasillabi di vita quotidiana



il fatto è che credete ancora ai maghi
agli elfi alle fate ed ai draghi

ma presto tutti zitti e tutti buoni
a prendere carote tra i meloni

al suono delle trombe e dei tromboni
dei nunzi delle prossime elezioni

….

Illustrazione tratta da una mia vecchia agenda scolastica (anni ’80). Il testo dice: “Volare oh ho. …Ma arò? Arò vaje si ‘i strade so’ ‘ngulfate e chiene ‘e fuosse? Aro?



signore e signori ecco a voi
le nuove e rinnovate coalizioni
che spolperanno gli ultimi bocconi
e lasceranno le ossa agli avvoltoi

signore e signori ecco a voi
i nostri nuovi super supereroi
attaccherete i carri ai loro buoi
e verrà di nuovo gas nei serbatoi

non ci sarà guerra né povertà
canteremo balleremo e trallallà
in pace giustizia e sanità
e chi vorrà vederlo lo vedrà

(per gli altri le solite frustrazioni
sotto forma di post e di canzoni
che espongono tra fruste e frastuoni
l’inconsistenza dei poteri buoni)

Appunti sul clima e la voglia di fare niente

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Sai quando sei in ascensore, in un edificio di ventisette piani, con uno sconosciuto che ha preso l’ascensore con te, devi arrivare al quindicesimo piano che ti debbono diagnosticare un male incurabile, lo sconosciuto ti fissa, ha anche lui delle carte in mano, non sapete cosa dire, e poi vi trovate a parlare del tempo che fa e qui fa un caldo che non si respira, signora mia?
Ecco, io oggi vi parlo del clima.

Con la capoccia protetta dal sole, grazie ai benefici effetti dell’ombra del Vesuvio che incombe sulle nostre vite, mi chiedo spesso che relazione intercorra tra l’ambiente e il clima (da una parte) e i comportamenti, la storia e la cultura dei popoli che in quel clima e in quell’ambiente sono immersi (dall’altra).

Pare che i tedeschi siano inclini a concepire e distruggere grandi sistemi filosofici, perché il chiuso e la solitudine delle fredde case del Nord spinge alle profondità della riflessione. Soprattutto se, mentre pensi, fissi, in assoluta solitudine, il fuoco crepitante di un camino.

È risaputo che tutti le grandi civiltà del passato remoto sono nate nei pressi dei fiumi e dei mari.
Egizi, sumeri, assiro-babilonesi (ma pure le grandi civiltà indiane e cinesi del lontano Oriente) bevevano, annaffiavano, ricavavano argilla, trasportavano merci, si sciacquavano le palle e riflettevano sul fluire della vita grazie alle acque di un fiume.

[un mio disegnino del 1984]

Il mare, poi, separa e fa incontrare i popoli, mischia le carte in tavola e porta sempre qualcosa di nuovo.

Penso alla Grecia, crocevia tra l’Oriente e l’Occidente; penso al Mediterraneo nostrum; penso all’Inghilterra e all’Olanda dei pirati, degli schiavisti e dei coloni; penso alla Spagna sospesa entre dos aguas; penso al Portogallo posizionato alle spalle dell’Europa e di fronte a un infinito liquido e fragoroso… E penso alla mia Napoli, aperta ad ogni invasione, scambio, compenetrazione e contaminazione.

… Biate a cchi s’a piglia,
Michelemma’ Michelemma’.

Si dice che i napoletani non abbiano voglia di fare niente perché il sole sfiacca, il mare distrae e la lava del Vesuvio vanifica ogni progettualità.
Siamo lucertole immobili sotto i raggi cocenti. O cicale che cantano al sole.

E ‘o sole, ‘o sole e ‘o Sole mio sta ‘nfronte a tte.

Qui ci squagliamo e ci annulliamo da migliaia di anni in un nichilismo esistenziale che non ha bisogno di impianti teorici o giustificazioni.
E se il sole non bastasse, ci dissolviamo nel magma lavico del vulcano.

[un altro disegnino dell’84]

È opinione diffusa che pure gli africani di ogni latitudine non sappiano fare niente perché hanno il cervello bruciato dal sole e trovano dappertutto cocchi “ammunnati e bbuoni“.

Ho letto che molti islandesi sarebbero tendenti alla depressione a causa dei loro lunghi inverni di buio.
Pare, poi, che gli scandinavi, assaliti da un freddo raggelante, abbiano dovuto inventarsi che non esiste il mal tempo, esiste il mal vestire. Il che aiuta a essere ben organizzati, efficienti e operosi come un industriale del lombardo-veneto o uno schiavista del Nord America.

Gli argentini, infine, se guardi il mappamondo, vivono con i piedi piantati per terra e la testa penzolante. Stanno al revés, “a sott’e ‘ncoppa“… Per questo non riescono mai a raggiungere uno sviluppo da primo mondo: stando sottosopra, le idee gli cadono giù dalla testa.


Questa l’ho citata alla buona dalla Mafalda di Quino, da cui rubo da sempre un sacco di buone idee. E con questa Passo e Chiudo e torno a riposare al caldo di un sole indecente.
Che voglia ‘e fa niente!

Desideri immantinenti e incompiuti

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Da ascoltare a voce bassa, bassissima, quasi inesistente.

Era da tanto che non prendevo in mano una chitarra. E si sente! Un paio di giorni fa l’ho fatto e mi è venuta fuori una melodia un po’ malinconica e un po’ sghemba. Una cosa semplice. Ci ho improvvisato subito sopra un testo e, per non dimenticarmene, ho registrato la mia “esecuzione” del povero brano col telefonino.
Eccola qui. (Solo per stomaci forti.)

Rivedo solo te, immantinente

Non contento, ho provato a cantare su quella stessa melodia un mio sonetto scespiriano, con qualche leggero adattamento per rispettare il ritmo e la metrica della musichetta.
È tutto qua, se c’è la fate a sentire ancora.

Persone felici (desiderio in forma di canzone)

Aggiungo il testo e gli accordi, nel caso qualcuno volesse provare a farne una versione meno indecente.
Io, comunque, quello che vorrei, è vedere persone felici, ma finisco inevitabilmente per ammorbarvi per qualche lunghissimo minuto. Mannaggia!



G———————C———-Em—–Em
vorrei vedere persone felici
——G——————C————-Em—–Em
che vanno avanti a piedi o in bici
Em———– F————————–Em
tra le campagne oppure in città
Em————-F—————–Em
senza pensare alla felicità

Em—————–F——————Em
ma solamente esser vivi vivendo
Em————–F———————–Em
come fa il mare o come fa il vento
Em———-F———————-Em
che spiri forte o che spiri lento
Em———-F———————–Em——-Em
spira spirando ed esiste esistendo

Em—————Am6
perché se la pensi
Gm6———————Em
la contentezza si spezza
Em—————Am6
perché se la senti
Gm6——————–Em
come un filo si spezza

Em—-F
e tu resti
—————————Em
con i due capi in mano
Em———F
solo disperso
————————-Em
e da te stesso lontano

Em—————-F
come il mio piede
——————Em
dal tuo deretano
Em———–F
e katmandù
—————————Em
da casoria o da arzano
Em———–F
e katmandù
————————–Em
da crispano o caivano
Em———–F
come stai tu
————————Em
da me stesso lontano lontano lontano


Em——Am6———Gm6—-Em
e solamente esser vivi vivendo
Em———–Am6——–Gm6Em
come fa il mare fa o come fa il vento
Em———-F———————-Em
che spiri forte o che spiri lento
Em———-F————————-Em
spira spirando ed esiste esistendo
Em———-F——Em-Am7-Em
spira spirando e resiste… e resiste…. e resiste

….


N.B. Pubblico questi due video, anche se Stefania, giustamente, mi ha detto e ripetuto che sono incredibilmente “cringe”.
Magari provate a toglierlo proprio l’audio e seguite solo i testi.
Suppongo che sia quella la parte migliore di entrambi i brani. Il resto viene dalla noia ed alla noia ritorna.