XI Agosto: Versi scritti dopo essere inciampato

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Il dì del giorno dopo all’espresso
desìo tuo, inciampai in una stella
che spero proprio non fosse quella
la qual vedesti tu cadente e io,
povero fesso, soltanto caduta.

Così fa a volte l’umana vita
fintantoché non è ancor finita;
ma pur sapendo questo a menadito,
l’istesso restai a terra colpito.

— ((( pausa di riflessione n.1 ))) —

Se mai dei versi
(e sottolineo sia “se” che “mai”)
possano servire a qualcosa,
codeste strofe insegnano che
ci sono casi in cui il tuo desìo
confligge con quello che voglio io,
ma sempre lo scrivente qui presente
è lo stronzo che va col culo per terra
e, se prima qualcuno non l’afferra,
si rompe testa arcata e dente
nella caduta e nella ricaduta
della gioia perduta
e della stella (de)cadente.

Del che tu non sai e non saprai niente,
anche perché cuore che non vede, non sente,
o una cosa del genere, che mo mi fa male la testa
e neanche mi ricordo come fa il proverbio
e se continua in qualche modo
questa tiritera, che vorrei chiusa così,
dato che qua intanto si fa sera
e io vorrei tornare a scrutare il cielo;
per quanto lo veda già coperto da un velo
che non mi farà rimirar le stelle
per riprovare a desiderarne delle belle
per me e anche per te
(nonostante tutto).

E qui chiudo veramente,
anche se lo so che fa brutto chiudere
senza aver detto a chi si rivolge
il poeta poetante
dopo averne dette tante
e non aver detto niente.

— ((( riflessione n.2 ))) —

Ecchequà,
sarebbe forse bello e interessante
trasformare questo finale
in un quizzaccio
tipo quelli
che fanno a scuola
i prof
agli alunni presenti
(per la gioia ignara
degli assenti).

‘Na cosa tipo:
“A chi si rivolge
il poeta poetante
dopo essere inciampato
in una stella caduta o cadente
e averne dette tante
senza aver detto niente?”
“…”
“Dai che è facile,
che ve lo ho detto, ridetto e rispiegato
mille-e-una volta e un’altra volta ancora…”
“…”
“Possibile che nessuno l’abbia colta?
“…”
“Deh, dove sono
i lettori, gli amanti
e gli alunni di una volta?
Dove sono
gli studiosi, …i studenti
e i cultori dello spirito e della materia?
Dove sono
i miei vecchi compagni di merenda?”
“…”
“Dormono, dormono
sulla panchina.
Dormono, dormono
sulla panchina, ah ah!”
“…”

Funerali di distrazioni di massa e fortune dalle mani insanguinate

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Ormai non si parla d’altro. Sembra che le sorti di questo paese e l’equilibrio di tutto l’universo mondo dipendano dai Casamonica. Come se prima di questa non ci fossero state altre rappresentazioni sfarzose di patrimoni fondati su una o più azioni criminali o soprusi. Qualcuno diceva che alla base di ogni ricchezza c’è sempre un delitto e poi, per nascondere gli scheletri negli armadi o nei pilastri di cemento, si ciancia di self-made-men e “fortune” guadagnate, ereditate, rischiate o sperperate; come se tutti quegli ingenti capitali potessero davvero derivare da un predestinato intruglio di onesto impegno e buona sorte. La mia laica speranza è che gli resti almeno il puzzo di sangue sulle mani, come nei peggiori incubi di Lady Macbeth: “Chi poteva pensare che il vecchio avesse in corpo tanto sangue? […] Tutti i profumi d’Arabia non tergeranno questa piccola mano.” Eppure, a ben vederli, i plutocrati di questo mondo sembrano tutti innocenti e convinti del buon diritto del loro strapotere e, pur con stili diversi, tutti ostentano le loro fortune, le loro ville, le loro conquiste, gli ori, i diamanti, i nani, le ballerine, le troie e la servitù prona e sempre-leccante.

Funerali Casamonica - La foto non è mia , l'ho presa dal Secolo XIX e ritoccata.

Foto REUTERS/Stringer (da me ritoccata)

Ma torniamo a questi funerali di distrazione di massa. Io, personalmente, confesso che ho trovato anche un certo fascino grottesco in questa festa organizzata da orde di parenti venuti a salutare il caro estinto da ogni dove (anche dalle carceri di Stato). Un tripudio del kitsch che confina col camp e l’espressionismo surrealista, il sogno di un pidocchio in frack, un flashmob sponsorizzato dalla criminalità organizzata e dai sodali politicanti e predicanti, il delirio di un regista serbo-italiano o di un pittore ispano-siciliano. I cavalli neri, i petali di rosa che cadevano dal cielo e soprattutto la banda multietnica che suonava la musica di Fortunella… Sì, Fortunella. Tutti hanno parlato di quel capolavoro della musica da film come la colonna sonora del “Padrino”, però, in origine, Nino Rota non aveva composto quel tema per la saga della famiglia Corleone, ma per “Fortunella”, un piccolo film diretto alla fine degli anni ’50 da Eduardo De Filippo: la storia un po’ patetica di una donnetta romana (Giulietta Masina) che si arrangia vendendo roba vecchia a Porta Portese a fianco di un rigattiere che la sfrutta e da cui dipende anche psicologicamente (Alberto Sordi). Ma lei sogna di essere la figlia di un principe. Come Totò. Che sognava di essere l’erede del Principe De Curtis e fece i suoi funerali nella stessa carrozza di questo principe dei rigattieri di cui oggi si parla tanto. Troppo.

E poi, tutta questa storia, con tanto di coinvolgimento di prefetti, vescovi, sindaci, cardinali e giornalisti che ne parlano e ne straparlano, è diventata un meraviglioso “esperpento” – termine spagnolo coniato nel secolo scorso da Valle Inclán per designare quegli specchi deformanti che aiutano a capire meglio una realtà deformata. La realtà deformata di un paese in profonda crisi che passa il suo tempo a parlare di grossi e grassi funerali romani.


(E con questa nota ci sono caduto anch’io, come vedete, tutto unto di chiacchiericcio e distratto dai fatti che davvero ci struggono e ci hanno distrutto; bloccato qui, davanti a un funerale, per non guardare i morti a mare e i giovani scarsi di futuro e di fortune a venire e i poveri che diventano sempre più poveri, mentre i ricchi ergono altri patrimoni sui loro impunibili delitti.)

Adulti e bambini irretiti. (Sulla pubblicazione di foto di minori sui blog e i sui social network)

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Sono ormai tre anni che pubblico immagini della piccola qui sul blog e anche su Facebook. Lo faccio nella convinzione che le gioie vadano condivise; anche perché, più si condividono, più diventano gioiose. Mi piace fotografarla e condividere i miei scatti come e ancor più di quanto mi piaccia fotografare un panorama, un monumento o lo scorcio di una strada e mostrare agli altri il mio sguardo sulla bellezza o sulla bruttezza del mondo. Inoltre, avendo molti amici e qualche parente lontano, mi sembra comodo far vedere loro come cresce la bambina (e io con lei), senza mandare ad ognuno una mail o una foto stampata. Insomma, sono orgoglioso della piccola e della relazione che abbiamo instaurato e mi fa piacere che i miei amici lo sappiano. E non nego che nella mia scelta possa concorrere anche uno strano miscuglio di vanità, narcisismo e pigrizia che fa molto III millennio.

nascosta in carrozza

Immagino che alla bambina un domani possa far piacere vedere come il papà la accarezzava con la sua fotocamera e ripassare su questo mezzo (ormai pervasivo e pressoché ineludibile) le tante belle cose che abbiamo fatto insieme. Ma so che potrebbe anche succedere il contrario; sono consapevole che corro il rischio che, in un futuro più meno prossimo, Stefania possa chiedermi conto di come mi sia permesso di rendere pubblica la sua immagine. La verità è che facciamo continuamente scommesse sul futuro dei nostri figli e operiamo per loro delle scelte che, in un modo o nell’altro, condizioneranno la loro vita futura. È inevitabile. L’importante è operare le nostre scelte con cognizione di causa e in buona fede.
Da parte mia, cerco di postare le mie foto (soprattutto su Facebook) con una certa cautela: scelgo il pubblico cui destinare le immagini; seleziono quelle più “neutre” e quelle in cui non ci siano dati chiari sulla nostra vita privata; evito le foto più ridicole o buffe o quelle che ritraggano la bambina svestita.

No Paparazzi

Cionondimeno, so benissimo che, una volta pubblicate, pedofili e malintenzionati di ogni tipo e natura possono in qualche modo scovare le foto di mia figlia o di qualunque altro bambino catturato in questo mare magnum che è la rete. Ma so altrettanto bene che i pedofili esistono e, soprattutto, agiscono anche nella realtà extravirtuale, e non è che possiamo illuderci di poter controllare gli sguardi di coloro che incrociano i nostri figli per strada, a scuola o perfino nelle nostre stesse case. Tra l’altro, di foto di bambini esposti anche completamente nudi, se ne possono trovare a decine sulle pubblicità, in televisione e in riviste per mamme; non vedo perché un pedofilo guardone dovrebbe metterci tanto impegno a fare complesse ricerche in rete per trovare quello che trova senza sforzo in qualunque edicola, in tv o in un dvd. Aggiungo, incidentalmente, che considero ben strano che la stessa società che permette di usare il corpo dei bambini per fini di lucro (marketing, televisione, cinema) faccia la perbenista sulle foto diffuse sui blog o via Facebook.

Quanto poi alla possibilità, oggi da più parti paventata, che possano fare fotomontaggi con le foto dei nostri bambini, a costo di scandalizzare qualcuno, dirò che preferirei che facessero sempre di queste finte foto montando il viso dei nostri figli su corpi di adulti consenzienti, piuttosto che seviziare bambini, per lo più del terzo e quarto mondo, per poi metterne in rete le immagini o i video senza (o anche con) l’ausilio di Photoshop o simili.

Detto questo, tutti questi allarmi ed allarmismi stanno contagiando anche me e credo che, in casi come questo, sia meglio eccedere nelle precauzioni che peccare di superficialità. In effetti, l’argomento che mi convince di più contro la sovraesposizione dei nostri figli (ma anche di noi stessi) sui social network è che qualche malintenzionato possa spiarci attraverso i dati che in modo inconsapevole lasciamo in rete come molliche di Pollicino a uso dell’orco o del lupo cattivo.

Stefania girata

Per cui, da oggi in poi limiterò le mie foto o pubblicherò prevalentemente immagini della bambina irriconoscibili o opportunamente sfocate, sfumate o trattate. Anche se dentro di me sentirò che mi sto facendo condizionare da un eccesso di protezione e da un’ansia di salvaguardia dei minori che è pari al disinteresse con cui vediamo seviziare, sfruttare, affogare e morire di fame e malattie grandi e piccoli di mondi lontani, nemmeno tanto lontani; tanto vicini da bussare alle nostre porte chiuse a quattro mandate.

Banale come il male / Sì, ma… prima i nostri

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Che possa un corvo cavarvi la lingua
e un’aquila vomitarvi in bocca
alla prossima occasione
in cui starete per ripetere
per l’ennesima volta:
“Prima i nostri”
“Prima i nostri”
e “Prima i nostri”.*

Brutta razza di stupidi mostri,
io non voglio in nessun modo
e per nessuna ragione al mondo
che mi includiate
in quella prima persona plurale
che pronunciate a denti stretti
come se
tutta la banalità del vostro male
fosse ovvia e normale.

Sappiate, dunque,
a scanso di equivoci, risse
e gancio sinistro su dente d’oro,
che il mio NOI include molti di loro –
neri, rom, sinti, fetenti e stracciati –
e nessuno di voi,
coi quali sono accomunato
solo dal suolo
in cui sono nato
e dalla lingua, che usiamo
in modo del tutto diversificato.

Vi auguro dal profondo
delle mie viscere
che la prossima volta,
prima di dire “prima i nostri”,
vi si incollino i rostri
e vi attraversi un fulmine
dalla testa al culo
o che vi prenda a pedate
un mulo d’origine
extracomunitaria
o di antica ascendenza rom
scappato dalle mani di zio Tom.

Se guerra deve essere guerra sia.**
Amen, sempre sia lodato e così sia.

(E lo so che non ho scritto una poesia.)

 


 

* Esempi tipici di occorrenza dell’espressione “prima i nostri“:
“E certo, dobbiamo aiutarli e dargli un lavoro e un posto in cui stare, ma pensiamo prima ai nostri, per l’amor del cielo.”
“Il papa dal suo seggio etico ha le sue ragioni, ma… prima i nostri!”
“È vero anche noi abbiamo lavorato fuori dal nostro paese, peròpure in America e in Germania pensavano prima ai loro, come noi dobbiamo pensare prima ai nostri”.
“Io voglio capire che muoiono di guerra e di fame, ma prima…”
Va be’, basta, basta e basta!

** “Respingere gli immigrati è un atto di guerra”, Papa Francesco, 7 agosto 2015.

Versi di Vaglia

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Amici cari, signore e signori, attenti lettori e gentili passanti,

Vi invito a soffermare la vostra cortese attenzione sulla poesia di più alto interesse che abbia mai scritto. Un testo di vaglia; ma veramente!

Mettetevi comodi e leggete senz’altra esitazione!
 


 

Meglio le noie d’una trita poesia
che le gioie che promette l’economia.

V’è più certezza in quel che sento se leggo
che in tutto quello che arraffo e posseggo
ma svanirà prima o poi domani,
come il nevischio dalle mie mani
e le mie mani in tra le tue mani.

Perciò, vorrei tanto, per il vostro bene,
che liberi foste da affanni e da pene
e più di tutto dal vile denaro
che adduce gioie al baro e all’avaro
ma lascia all’altrui soltanto l’amaro.

Possiate allor liberarvi dal male
e inviarlo per vaglia postale
a me intestato, Ver-gara Ga-e-tano,
qui sempre pronto a tender la mano
per farvi viver leggeri e felici,
facend’io per voi tutti i sacrifici
tal come fan per gli amici gli amici.

(Meglio le noie d’una trita poesia
che le gioie…, e che gioie, amica mia,
se davvero arrivasse tanto denaro
che nulla più sembrerebbemi caro,
e tali e cotanti fosser i vaglia
da poter quietare questa plebaglia
che m’attanaglia, m’ammorba
e mi abboffa la coglia
con/tante questue qui sulla mia soglia!)

Rammentate, vi prego, Gaetano Vergara,
Di voi sempre schiavo dalla culla alla bara.

(Basta ca nun me facite
penà ‘i pene da famme
e me mannate coccose ‘i sorde
‘i pressa e primma ‘i mo!)

 


 

Traduzione dell’ultima strofa per i non napoletanoparlanti:

(Basta che non mi facciate
penare le pene della fame
e mi mandiate qualche soldo
in fretta e prima di adesso!)

 


 


Grazie a tutti per la cortese attenzione e per quanto mi vorrete gentilmente mandare al CC numero… o direttamente online tramite Paypal (gaverg chiocciola tin punto it).
 
Mo’ vengono pure il mio onomastico e il mio compleanno.

 


 

Invettiva con due punti esclamativi

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Che tu possa affogare nelle acque
dei nostri piagnistei e mai più
tornare a galla! Quando è troppo è
troppo. Mo’ c’e’ fatto propio a palla!


“Sul Sud basta piagnistei: rimbocchiamoci le maniche. L’Italia, lo dicono i dati, è ripartita. E’ vero che il Sud cresce di meno e sicuramente il governo deve fare di più ma basta piangersi addosso”. (Matteo Renzi – Fonte ANSA, 4 agosto 2015)

Fuoco, Munnezza e Uoseme

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Vulesse ‘o cielo ca fosse ‘na buscia
Stu ffuoco c’abbrucia
‘A terra e ‘o cielo ‘e ‘sta città

Fosse bello ca fosse fantasia
Chest’aria pesante
Ca nun se po’ arriciatà

Fosse ‘a Maronna ca fosse
Tutto ‘nu brutto suonno
‘Sta terra chena
‘E ‘na chiaveca fetente
Ca nun sacce manco annumenà

Fosse ‘Uddio
Ca fosse vero
‘O suonno ca me faciette ajere
Cu tutta ‘a gente mmiezzo ‘a via
A ridere e pazzià
Int’a n’aria fresca e polita
Comme era tantu tiempo fa

Vulesse ‘o cielo
E fosse bello assaje
Ca fosse vero l’uosemo
‘E ‘na terra
Senza munnezza e ‘nfamità

 


 

(Versione in lingua italiana)

Volesse il cielo che fosse una menzogna
Questo fuoco che brucia
La terra e il cielo di questa città

Sarebbe bello che fosse fantasia
quest’aria pesante
Che non si può respirare

Madonna bella del Carmine
che darei perché fosse

Solo un incubo
Questa terra piena
Di un lordume orrendo
Che non so nemmeno nominare

Volesse Iddio
Che fosse vero
Il sogno che ho fatto ieri
Con tutta la gente per strada
A ridere e giocare
In un’aria fresca e tersa
Come era tanto tempo fa

Volesse il cielo
E sarebbe bello assai
Che fosse vero il vagheggiamento
(l’intuito, il presentimento)

Di una terra
Senza rifiuti e infamità

Esodi, Espatri e Colonizzazioni

(versione versificata e diversificata)

Ciascuno va o vuol andare dove
confida di poter cambiare vita
e meglio fare il suo cammino,
sì come da qui s’andava
a Marcinelle o Torino.

Se uno può, va o vuole andare
dove crede di poter meglio stare,
e parte anche oggi
per Londra o Berlino
con valige di sogni,
lacrime e vino.

Chi deve va, come il popolo eletto,
con cuore aperto e a capo fitto,
lungo le strade di un lungo tragitto
da un capo all’altro d’Israele e d’Egitto.

Ciascuno va e nulla vuol sentire o sapere,
come s’andava e si va a colonizzare
attraverso distese di sangue e di mare
le genti d’America e l’Africa nera
portando l’inverno nella primavera.

Chi puote va e non lo puoi fermare
se va per fame, brama o ingordigia
cercando uscite dalla zona grigia
che è dentro di noi
o nell’inedia più nera
che non lo sai di giorno
se arriva la sera.

esodi, espatri e colonizzazioni

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Si va dove si crede di poter migliorare la propria vita. Come i meridionali che andavano a Torino. Come i laureati italiani che vanno a Londra o a Berlino. Come gli ebrei del vecchio testamento con il loro lungo tragitto che li vedeva dentro e fuori da Israele e dall’Egitto. Come i colonizzatori europei in Africa, in America e ovunque li portasse la loro voracità economica. Altro che chiacchiere, altro che polemica.

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