I fuochi di Gaza attraverso le voci sapienti di Moni Ovadia e Marc-Alain Ouaknin

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160 caccia israeliani hanno bombardato stanotte Gaza.
150 presunti obiettivi di Hamas nel nord della striscia.
Al momento si contano 119 morti, tra cui 31 bambini e 19 donne.

La persecuzione agìta dagli israeliani contro il popolo palestinese sta conferendo un nuovo significato al termine antisemitismo.
La cifra speciale di questo ricorso della storia è che in questo frangente assistiamo a un conflitto interno al gruppo etnico dei presunti discendenti biblici di Sem (storicamente, la famiglia di popoli che si stabilirono nelle prossimità dell’antica Mesopotamia prima del primo millennio avanti Cristo e parlavano lingue di origine comune, come  l’arabo, l’antico aramaico e la lingua ebraica). Insomma, per certi versi e caricando la mano, potremmo dire che stiamo assistendo a una nuova Shoah perpetrata da semiti contro semiti. Sempre che abbia un qualche senso definire un insieme di persone in base alla loro appartenenza a un gruppo etno-linguistico; perché, in fondo, questa è, come ogni guerra, una guerra civile, un delitto contro l’umanità tutta e le sue radici comuni; un conflitto sanguinolento tra due popoli di religione monoteistica che non mangiano carne di maiale e cantano su scale musicali sovrapponibili infarcendo la voce di modulazioni e melismi.

Va be’, lo so, semplifico.
Quella palestinese è una questione complessa.
Crea conflitti anche dentro di noi.
Ormai lo avremo detto mille volte che si può essere antisionisti senza essere antisemiti, prendendoci tutti i rischi delle posizioni che si tengono in equilibrio su un filo, sotto gli scossoni di quelli che la pensano diversamente e ti spingono da destra e da manca.

Ma sotto le bombe, anche guardando le deflagrazioni da lontano, come fossero fuochi da artificio, bisogna prendere una posizione.

Faccio eco a una voce che chiama nel deserto.

“La politica di questo governo israeliano è il peggio del peggio. Non ha giustificazioni, è infame e senza pari. Vogliono cacciare i palestinesi da Gerusalemme est, ci provano in tutti i modi e con ogni sorta di trucco, di arbitrio, di manipolazione della legge. È una vessazione ininterrotta che ogni tanto fa esplodere la protesta dei palestinesi, che sono soverchiamente le vittime”, perché alla fine sono loro ad esser massacrati.

Lo ha detto Moni Ovadia un paio di giorni fa all’agenzia di stampa Adnkronos, commentando i bombardamenti di Gaza.
E io di Moni Ovadia mi fido (anche se non ascolto in modo acritico nemmeno lui).

“La politica di Israele è segregazionista, razzista, colonialista e la comunità internazionale è di una parzialità ripugnante.”
“La condizione del popolo palestinese è quella del popolo più solo, più abbandonato che ci sia sulla terra perché tutti cedono al ricatto della strumentalizzazione infame della shoah”.
“Oggi Israele è uno stato potentissimo, armatissimo, che ha per alleati i paesi più potenti della terra e che appena fa una piccola protesta tutti i Paesi si prostrano, a partire dalla Germania con i suoi terrificanti sensi di colpa”.
“Io sono ebreo, anch’io vengo da quel popolo. Ma la risposta all’orrore dello sterminio invece che quella di cercare a pace, la convivenza, l’accoglienza reciproca, è questa? Dove porta tutto questo? Il popolo palestinese esiste, che piaccia o non piaccia a Netanyahu.”

“La pace si fa fra eguali, non è un diktat come vorrebbero gli israeliani. Io non sono sul foglio paga di nessuno, rappresento me stesso e mi batto contro qualsiasi forma di oppressione, è il mio piccolo magistero. Sono con tutti quelli che patiscono soprusi, sopraffazioni e persecuzioni e questo me l’ha insegnato proprio la storia degli ebrei. Io sono molto ebreo, ma non sono per niente sionista”.

Parafrasando don Milani (ecco sì, il solito e sempre scassacazzissimo pretino di Barbiana), aggiungerei, se voi avete il diritto di dividere il mondo in israeliani sionisti e stranieri antisionisti, allora io reclamo il diritto di dividere il mondo in diseredati e oppressi da un lato, privilegiati e oppressori dall’altro. Gli uni sono la mia patria, gli altri i miei stranieri.

E sono certo che non si conquisterà mai nessuna pace giusta nel terrore e tra i bombardamenti.

Peraltro (e mi autocito), culturalmente sono molto più vicino agli ebrei israeliani che ai palestinesi ed al mondo arabo.
Nella mia formazione scorrono litri di inchiostro ebraico. Ma tutto questo non mi impedisce di vedere la sproporzione della risposta israeliana agli attacchi di Hamas e la profonda ingiustizia di un popolo che sta riducendo un altro popolo a riserva indiana, senza alcuna considerazione per la popolazione civile e il valore della vita.

Il buon rabbino Marc-Alain Ouaknin (più volte citato anche da Moni Ovadia) raccomandava in un suo testo non sacro: “Faites l’humour, pas la guerre”. Sì, per Jeovah e per Allah, infervorati cugini israeliani, fate l’umorismo, o l’amore (come dicevasi alla vecchia maniera), non la guerra (come si fa ormai pallosamente da secoli e secoli)! Lo dico a rischio di suonare naif e inconcludente come un richiamo del papa o una risoluzione dell’ONU.

La stessa pietra un anno dopo

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La coazione a ripetere e a ripetersi
La caratteristica umana troppo umana
di tornare a inciampare
sempre sulla stessa pietra
ed ogni volta ripensare
che questa volta
sarà diverso

Inciamperò ancora
Inciamperò meglio
Inciamperò
ma senza
farmi male
Perché
d’ora in avanti
tutto cambia
E ogni cosa
sarà più bella
e più speciale

Pum
Patapum
Patatrac
e
Patatunfete

Cambiano
i virus cambiano
ma noi restiamo
sempre gli stessi

Variano
i virus variano
ma noi non facciamo
che aspettare
che tutto torni
come prima

Da capo
verso per-verso
fino a codesto verso


Per quelli che sono usciti dal loop, specifico che si tratta di una versione ampliata un anno dopo; perché la storia si ripete ma i fatti non sono sovrapponibili; lo schema non è quello dei segmenti paralleli e coincidenti ma quello della spirale che si allontana sempre più dalla sua origine pur ripetendo sempre la medesima traiettoria.

(Sia detto tra parentesi che spesso confondiamo il progresso con la progressività della spirale e l’allontanamento dal punto di origine. Ma questa è un’altra e sempre la stessa storia.)


Justicia

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La justicia es como la serpiente, solo muerde a los que están descalzos.”
Monseñor Óscar Romero (nato il 15 agosto del 1917 è morto ammazzato nel 1980 a San Salvador, città di cui era arcivescovo).

La giustizia?
La giustizia non esiste,
mi disse.

‘A giustizia è nu serpente
ca’ mozzeca
sulo a chi nun tene niente.
Si vere ca’ staje senza scarpe
S’arravoglie attuorne ‘e piede
E t’avvelena.

La giustizia?
‘A giustizia è ‘nu cane
ca’ azzanna ‘o pover’omme
E avascia ‘a capa
annanze a chi e putente.
‘A giustizia è ‘na ciucciuettela
Ca’ fa paura
a chi è deperito
Ma si staje bbuone a sorde
t’allicche ‘e scarpe
e se fa presta’ ‘o vestito.

La giustizia è una vipera,
che morde solo gli scalzi.

Pecché
‘O cane mozzeca ‘o stracciato,
E ‘o stesso fa pure
‘a ciucciuettela e ‘o serpente
Nun ‘mporta chi è bbuone
E chi è malamente

Free Vax

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PARENTAL ADVISORY!
Trattasi di un post esplicito e politicamente scorretto.
Tenere lontano dalla portata dei neopudici e dei bambini di ogni età, sesso e cultura.

Free Vax
No Tax
Good Acts
Many Claps
Relax
Relax
No Attacks
Free Vax
Free Vax
Free Vax
Free Sax
Free Apps
Free Facts
Free Acts
and Free
pure
e paccs
‘e sorete

Uh, mi è scappata
Sarà l’entusiasmo
per questa cosa
che si deve
e si deve
fare

..
.

More Facts
Less Fluff
Less Oaths
Less Words
and Chitchat

Libberate
tutte cose
Libberammece
e faciteme fa’
chiatte chiatte


Se davvero il vaccino è la via di uscita, le vaccinazioni debbono essere disponibili per tutti, in ogni parte del mondo. E non solo per senso di solidarietà, altruismo e giustizia.

Finché ci saranno Paesi che non potranno permettersi questi vaccini blindati dai brevetti, sarà impossibile debellare la pandemia.

Il virus lo metteremo fuori dalla porta e ci entrerà dalla finestra. In treno, in pullman, in aereo, sui barconi o a piedi.

Per una benedetta volta, facciamoci contagiare dal buon senso!


La memoria è un asino che scalpita

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Stamattina, leggendo un racconto inedito di Ermanno Dodaro, mi sono venuti in mente questi versi letti o sentiti da qualche parte da bambino:

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Forza, padrone, spaccami la groppa!
Non hai capito che la soma è troppa?
Se non capisci quel che intendo io,
chi di noi è l’asino, tu o io?

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Pensavo fossero di Trilussa (1861-1950).
Ma poi mi sono reso conto che li avevo modificati io nella mia memoria da una filastrocca del secolo scorso di Lina Schwarz (1876-1947). L’originale, poi, fin dal titolo, si riferiva a un cavallo, non ad un asino.

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*Pensa il cavallo*

Picchia, padrone mio, picchiami pure!
Tu lo vedi, fo tutto quel che posso:
punto le zampe, tendo le giunture…
ma che serve, se il peso è troppo grosso?

Picchia, padrone mio, spaccami la groppa!
Non hai capito che la soma è troppa?
Se non capisci quel che intendo io,
chi di noi è la bestia, padron mio

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Va be’, scherzetti della memoria.
A me, però, continua a piacere di più la versione asinina dei miei ricordi.

Madrid – 3 de Mayo de 1808 – un fusilamiento inmortal

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Come Salgari non era mai stato né in Malesia né ai Caraibi…
Come Picasso non si trovava a Guernica nei giorni del bombardamento…
Come Munch aveva visto e sentito solo nella sua mente quell’urlo su un ponte di Kristiania…

Così Goya non c’era, sulla Montaña del Príncipe Pío, quel tre maggio del 1808 in cui tanti innocenti furono trucidati a Madrid, ma riuscì ugualmente a rappresentare tutta l’ingiustizia e l’orrore della guerra di indipendenza spagnola in una scena che è rimasta scolpita nella nostra mente come l’Urlo di Munch e il Guernica di Picasso.
Una luce di una lanterna prismatica illumina un uomo con le braccia aperte come un Cristo in croce un attimo prima della fucilazione. Intorno a lui i suoi compagni già caduti o in procinto di cadere. A terra tanto sangue. Di lato e dietro, uomini affranti dal dolore portano le mani alla faccia in segno di disperazione. Non vogliono vedere in faccia la morte. Noi, invece, la vediamo; la stiamo vedendo, se non ci siamo girati dall’altra parte…

In fila, davanti all’uomo, a pochi metri, con dei cappelloni in testa che ne nascondono l’essenza umana, una schiera di soldati francesi puntano i loro fucili e sembrano incedere verso le vittime di questo ennesimo disastro della guerra.

È notte fonda.

Francisco Goya Lucientes, “El 3 de mayo en Madrid: Los fusilamientos de patriotas madrileños” conosciuto anche come “Los fusilamientos de la montaña del Príncipe Pío” o “Los fusilamientos del tres de mayo”, 1814 – Olio di tela, 266 cm x 347 cm

Fernando “Pino” Solanas – Un coccodrillo ritardato

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Ho saputo solo ora che il covid si è portato via, ben 6 mesi fa, una delle personalità artistiche che ho più ammirato nella mia vita.
È morto a Parigi, a novembre del 2020, Fernando Ezequiel Solanas, detto Pino.
Era nato a Buenos Aires nel 1936 ed è stato un grande regista, sceneggiatore e autore di canzoni, oltre che un instancabile attivista politico impegnato nella difesa degli ultimi e in lotta contro il liberismo, la corruzione, le privatizzazioni selvagge e i potentati di ogni origine e provenienza.

Sapevo che negli ultimi anni era tornato a Parigi come ambasciatore argentino dell’Unesco, dopo esserci vissuto in esilio tra il ’76 e l’83; ma non sapevo che a Parigi fosse anche morto.
Ripercorrendo all’indietro il calendario, mi rendo conto che mi ero fatto mandare dalla Francia la sua filmografia completa in DVD giusto qualche mese prima che lui finisse allettato in un ospedale francese.

Subito mi sono tornati in mente i miei vent’anni e lo stordimento e l’esaltazione che provammo io e i miei compagni uscendo dal cinema Astra di Napoli dove vedemmo Tangos, el Exilio de Gardel, il primo film di una trilogia che si sarebbe chiusa con El Viaje nel 1992 (e, in mezzo, il bellissimo Sur dell’88). Tre film in cui si alternano realtà, sogno, satira e tanta musica ed hanno un prolungamento ideale in La Nube, diffuso nelle sale nel 1998.

Solanas, da allora, per me è un mito; sfuggente, contraddittorio e difficile da raccontare e da mettere a fuoco come tutti i miti.

Era un uomo pieno di sfumature e interessi, Solanas. Il suo primo cinema fu un cinema di guerrilla, girato clandestinamente e clandestinamente rappresentato in tanti Paesi dell’America Latina oppressi da dittature e democrature.

Nel ’68 girò con Octavio Getono “La hora de los hornos” un documentario di 4 ore e mezzo presentato per la prima volta a Pesaro e poi proiettato (contro legge) dai sindacati e dai gruppi di base argentini per favorire la riflessione, il dibattito e la mobilitazione contro la dittatura.

Da allora, la sua filmografia è sempre stata inquadrata nella categoria del cinema di impegno; ma sarebbe riduttivo ricondurre tutta la sua arte nei confini di queste coordinate.
Il suo era un cinema che incideva sulle emozioni e agiva profondamente sulle coscienze, aiutando a riflettere sulla condizione umana e sui rapporti di forza locali e globali.

Lo dico sulla mia pelle.
I suoi film mi hanno fortemente aiutato ad ampliare la mia esperienza ed hanno arricchito la mia visione del mondo, oltre al fatto che hanno contribuito ad acuire la mia nostalgia per un’Argentina in cui non ho mai messo piede. In questo senso, sì, il suo era  un cinema profondamente politico. Un cinema capace di rendere gli spettatori più liberi, autonomi e consapevoli, ed anche un po’ più argentini e rioplatensi.
(Senza aver visto i suoi film – e senza aver letto Borges, Cortázar, Puig, Gelman, Benedetti e Galeano – non mi sarebbe mai venuto in mente di mettere in scena, più di quindici anni fa, uno spettacolo come Alma tanguera, in cui il tango lo parlavo senza accennare ad alcun passo di danza.)

Mutatis mutandis, direi che Tangos, El Exilio de Gardel e Sur sono stati per il tango quello che Carosello Napoletano e Passione hanno rappresentato per la canzone napoletana, o quello che tanti film di Carlos Saura, come Bodas de Sangre e Carmen Story, hanno significato per la diffusione e la mitizzazione del flamenco.

Ma per me, dal punto di vista narrativo ed emotivo e per la capacità di fondere la musica nel narrato, l’opera di Solanas era una spanna più su. I film della trilogia avevano un sostrato culturale e un sapiente dosaggio della dinamica musicale che li rendevano unici nella loro capacità di bilanciare le intensità e le gradazioni delle emozioni e mettere insieme i fili della storia argentina tra dittatura, esilio ed esperienze avanzate di partecipazione politica e culturale.

Poi, l’uomo Solanas si era anche messo in gioco nella politica attiva, ma questo è un altro e tangente discorso.

Nel ’91, dopo aver aspramente criticato il Presidente Menem, fu gambizzato. La narrazione epica della vita di Pino Solanas segna da quel momento l’inizio della sua militanza nell’ambito della democrazia rappresentativa: dal 1993 al 2019 fu eletto tre volte deputato e una volta senatore. Nel 2007 fu anche candidato alla presidenza della Repubblica Argentina con un programma elettorale incentrato sul rispetto per l’ambiente, sulla nazionalizzazione dei giacimenti argentini e sul reinvestimento delle risorse minerarie per evitare ogni forma di privatizzazione dei servizi pubblici e ridistribuire le ricchezze del Paese.
Un grande sogno che riassumeva nella formula “Proyecto Sur“.

Ora, ormai, restano solo in noi i suoi sogni.

Quanto a me, oltre ai suoi film, conservo i suoi dischi che inneggiano a Violencia y liberación e quelli delle colonne sonore in cui si mettono insieme Gardel, Piazzolla, Néstor Marconi, Goyeneche, Egberto Gismonti e Fito Páez (oltre a canzoni scritte dal lui medesimo). Politica e romanticismo, riflessioni metacimetografiche, teatro e azione, esilio, solitudine, sete di giustizia.

https://youtu.be/sW4ZIx6fceA

E poi conservo come una reliquia tutta spiegazzata anche  la locandina del film che me lo fece conoscere in quel lontano e vicinissimo 1985 (locandina che ho stirato, fotografato e “restaurato” per illustrare questo post).

Ma soprattutto conservo il ricordo delle emozioni e dei discorsi debordanti di ammirazione che seguivano la visione di ognuno dei suoi film e documentari.


In appendice, aggiungo qualche link per chi volesse approfondire la conoscenza di Pino Solanas senza muovere il culo dalla sedia:

– Le quattro ore del cine-documentario clandestino d’esordio La hora de los hornos (1968)

– La versione italiana completa di Tangos, l’esilio di Gardel

– E poi, la versione originale in lingua spagnola di Sur (1988)

– Tante sue canzoni da lui composte e tratte dalla sua tanguedia che vi invito a cercarvi in rete da soli, come “Hijos del exilio“, “Solo“, “Milonga del Tartamudo” e “Vuelvo al Sur“, quest’ultima scritta a quattro mani con Astor Piazzolla e interpretata dall’immenso Roberto Goyeneche e poi ripresa da cantanti e musicisti del calibro di Mercedes Sosa, Caetano Veloso, i Gotan Project, Teresa Salgueiro, Richard Galliano, Javier Girotto e Peppe Servillo (magari cercatevi pure le versioni in italiano di Eugenio Bennato e di Fiorella Mannoia).

Un brano del repertorio di Solanas, però, c’è lo voglio far sentire già qua. È una delle più belle canzoni sulla solitudine e sull’esilio ed ha un testo struggente dal quale ho rubato a piene mani decine e decine di volte.

– E, infine, la versione completa del documentario Memorias del saqueo

di cui ho parlato anch’io nel 2006 in questo post, col quale chiudo, per il momento, la mia rievocazione, il mio coccodrillo ritardato, il mio sentito llanto por Fernando Ezequiel Pino Solanas:

https://aitanblog.wordpress.com/2006/07/03/282/


Rapsodia del Primo Maggio – Second Edition

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(In inclese, in napoletano, in itagliano e con qualche schizzo mezzo siciliano.)

Once again
April has been
the cruellest month.
Not “was”,
“has been”
“has been”
“has been”
and it still “is”,
indeed.

I hope for a better May…
It’s all I can say

Primo, m’aggio rutto ‘o…
Secondo, non so

Anyway

I like work: it fascinates me.
I can sit and look at it
for hours, hours and hours
in front of a building site.

Il lavoro mi piace,
mi incanta,
mi affascina.

Me ne starei ore
ed ore ed ore
davanti ad un cantiere
a guardare la gente
che travaglia

o le fimmine
che intrecciano
la maglia
mentre gli ommini
si allisciano la coglia

È una storia antica
vecchia come la cicala
e la formica che si
astipava la mollica
mentre quell’altra
se la spassava
e se la cantava
cantando
contando
e grattandosi
la fica:

Chi magna
E chi fatica…

Va be’…

Buon primo maggio
a tutti e ad ognuno!

Buon primo maggio di
lavoro veramente intelligente,
no ‘e chi fa tanto
e ‘i chi nun ha
mai fatto niente.

Dignità e Rispetto.
Lavorare per vivere
e non vivere per lavorare.

Dignità Rispetto e Sicurezza.
Lavorare per vivere
e non morire per lavorare.

Dignità Rispetto
Sicurezza e Giustizia.
Distribuire i pesi
e tutti equamente ricompensare.
Lavorare bene
e nessuno il lavoro d’altri sfruttare.

Ancora una volta
Aprile è stato
il mese più crudele…

Speriamo in un maggio migliore.
Ma di speranza non vogliamo morire.


Grazie assai s T.S. Eliot, Jerome K. Jerome ed Enzo Del Re per avermi involontariamente prestato più di qualche parola.


Il cappello di lino (marzo 2020-21)

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(Divertissement in tempo di crisi, con tanto di cappello)

Il cappello di lino
Che comprai a Berlino
L’avevo sempre in testa
Anche nei dì di festa

Ora tutto è diverso
Mi sento solo e perso
Tutto sembra cambiato
Ed io tutto appallato

La noia non s’arresta
La gioia non s’è desta
Pur se nel mio braccino
Già mi iniettai il vaccino

Il cappello di lino
Dopo una lunga siesta
si sporge dalla testa
Vuole far capolino

Fuori da questa porta
Il resto non importa
In cerca d’emozione
Fuori dal mio portone

Ma oltre questa finestra
Fuma la stessa minestra
Di tanto tempo fa
E che t’ho dico a ffa’?

La vita mia protesta
Cerca un lumicino
Dentro questa tempesta
Nata in un bicchierino

Un cruccio mi molesta
Mi sento sì piccino
In ora tan funesta
Dondolando qua e là

Sull’ombelico chino
Col cappello di lino
Che comprai a Berlino
La stessa e una vita fa