Anniversario di periferia

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In un giorno come questo nacque ((( aitanblog ))).

Questi erano i post di settembre del 2003.

https://aitanblog.wordpress.com/2003/09/

Ma ho visto che nel passaggio dalla piattaforma italiana di Splinder (che ha ospitato i miei “sbariamienti” fino al 2012) a quella mondiale di WordPress (ancora attualmente attiva e vegeta) mi sono perso il disegnino che illustrava il mio secondo post. Magari, quando ho un po’ di tempo, faccio una ricerca sul PC per cercare di capire di che si trattasse.

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*Prima i Nostri e i Nostri prima* – Ballata del bus con pochi posti – (Versione riveduta e corretta).

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Eran le sei ed erano tanti,
non c’era spazio per tutti quanti;
pronti gli alunni per la partenza
con dieci tate in assistenza.

“Un guasto brutto ad un motore”,
disse, ansimando, il direttore,
“aveva in un attimo bello e distrutto
un progetto perfetto in tutto e per tutto.”

Di due bus era giunto sol uno
e ci voleva adesso qualcuno
pronto a proporre una soluzione
per far calare l’ingente tensione.

“Prima i nostri, qui siamo a Milano!”,
gridò d’emblée un padre padano
buttando fuori un bimbo lucano,
quattro ghanesi ed un indiano.

“Prima i nostri, in terra italiana”,
faceva eco una siciliana
tenendo basso il tono e l’accento
nel proferire il proprio commento.

“I primi posti agli italiani,
se poi ve ne è, ai napoletani,
ai filippini, agli americani…,
e in second’ordine agli africani.”

Più spazzio al bianco e al cristiano
e a chi palla pebbene ‘taliano,
nel rispetto della costituzzione
e di ogni nomma d’educazzione.”

“Nessun sedile per i musulmani,
i rom, i sinti e i talebani
che tiran sangue, soldi e risorse
dal nostro sangue e le nostre borse.”

“Prima i nostri, per lor non v’è posto!”,
diceva una parlando del “costo
versato dall’intera nazione
per finanziare l’immigrazione”.

“Prima i nostri e i nostri prima”,
si riscaldava sempre più il clima,
mentre stavan muti e in disparte
venti migranti senz’arte né carte,

tristi, delusi ed anche arrabbiati
per come furon tratti e trattati.
E ancor più tristi i loro figli
messi da parte come conigli…

Ma càpita a volte che la sventura
si volga di scatto e cambi andatura
spingendo sopra chi sta in basso
e giù per terra l’altivo gradasso.

Si volse la ruota della fortuna,
si volse il vento, si volse la luna
che quella notte s’alzò sopra un monte
e spintonò nei pressi di un ponte

tutti insieme in fondo a un abisso
tate, bambini e un crocifisso
ch’aveva al collo l’autista italiano
di quel catorcio di settima mano.

Non funzionò lo sterzo ed il freno,
cadde giù il bus nel terrapieno
e con lui cade codesto finale
che mesto scivola lungo il crinale.

In breve la colpa fu attribuita
alla massa che non era partita
e senz’alcun rischio s’era salvata
da morte certa e assicurata.

Così che il popolo dei migranti
fu accusato dai padri ululanti
d’aver esecrato e maledetto
il sacro gruppo del popolo eletto,

che ottemperò ai propri doveri
mettendo al rogo tredici neri
per atti osceni non ben definiti,
cattivi pensieri da starne allibiti,
imprecisati ulteriori misfatti
ed altri fatti ancora più brutti
per il buon ordine della nazione
e la difesa della popolazione
di pura razza ario-italiana
e cieca fede catto-cristiana.

 

Gatto e Sepe a spasso nel tempo

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Roberto Gatto l’ho visto per la prima volta agli inizi degli anni ’80 con Maurizio Giammarco al Circo Massimo di Roma. Era il primo festival di jazz cui partecipavo in vita mia e cominciai alla grande con lui, Ornette Coleman, Chick Corea, Gary Burton e il mio compaesano Gegé Munari, tutti nello stesso spazio a pochi giorni di distanza. Bei ricordi. Avevamo un posto per dormire a Casalotti, in periferia di Roma, ma siccome si faceva tardi dormivamo fuori alla stazione ripassando la musica e le emozioni vissute al Circo (a dire il vero, io dormivo, ma i miei amici mi svegliavano ogni due e tre perché erano passati a farci visita, in ordine sparso, un barbone tedesco, qualche accattone locale, una prostituta, uno spacciatore di non so che, un pazzo che si dichiarava l’ottavo re di Roma e millanta altri nottambuli di passaggio).

Daniele Sepe lo ascolto e lo seguo dalla seconda metà dello stesso decennio degli ’80, fin dai vinili di “Malamusica” e “Plays standards and more”. Erano i tempi dell’università e lo vedevamo spesso al Riot, al Velvet, da Intramoenia e in altri locali fighetti di Napoli. Po’ isso s’è fatto gruosso, ma è rimasto sempe curioso, frisco, perspicace e ricercatamente antipatico come ai primi tempi.

Gatto e Sepe sono due musicisti che attraversano il jazz da dentro, da fuori e dalla periferia, e strada facendo acchiappano nel meglio della musica che gira intorno. Nei dischi di Roberto Gatto si va dagli standard jazz a composizioni originali, colonne sonore, brani a passo di tango, riletture di canzoni rock, passioni jazzrock e perfino canzoni napoletane (ricordo una meravigliosa “Te voglio bene assai” cantata da un Servillo di quelli nell’album “#7”).
Daniele Sepe è perfino più onnivoro. Acchiappa ‘a tutte parte con un gusto speciale per macinare il meglio, da Miles Davis a Hermeto Pascoal, da Víctor Jara a Frank Zappa, da Zawinul a Milton Nascimento o a Luigi Tenco.
Entrambi, poi, hanno una lunga esperienza come turnisti nella migliore e peggiore musica di consumo nazionale…
Insomma, questi due si dovevano solo incontrare, per regalare al pubblico concerti scoppiettanti, eclettici, godibili e ben suonati come quello di ieri sera, alla chiusura estiva del Pomigliano Jazz Festival. Si sono accoppiati sotto la sigla “Cronosisma” rubata a Kurt Vonnegut e, accompagnati da Tommy De Paola al piano e al rhodes e Pierpaolo Ranieri al basso, hanno deciso di mettere in scena un terremoto temporale che sballotta il pubblico avanti e indietro nel tempo e nello spazio.

Comunque, bando alle ciance e alle fanfole, se ieri non siete venuti a Pomigliano, vi siete persi, nell’ordine:

– “Ya Mustafá” (brano multilingue del compositore egiziano Mohammed Fawzi reso popolare agli inizi degli anni ’60 da Bob Azzam; ma io questo, purtroppo, non l’ho sentito, perché s’è fatto tardi pe’ truva’ parcheggio)
– “Palladium”(composizione di Wayne Shorter risalente all’album del 1977 “Heavy Weather” dei Weather Report, una dichiaratissima passione comune di Gatto e Sepe)
– “Mademoiselle Mabry” (brano di Miles Davis che Sepe ci spiega essere dedicato a una signorina che Miles condivideva con Jimi Hendrix)
– “Nunca más” (di Gato Barbieri, con cui Gatto ha suonato e Sepe avrebbe voluto suonare)
– poi c’è stato un brano di “world jazz music” basato sul giro di basso di “Birdland” (il più popolare pezzone dei Weather Report) nel quale Sepe ha suonato una specie di miniclarinetto tirando fuori suoni simil-duduk e simil-ciaramella
– “La manfredina” (un bel pezzo di musica medievale che il maestro napoletano aveva già registrato in “Kronomakia”, con l’Ensemble Micrologus e i Rote Jazz Fraktion)
– una struggente ninna nanna svedese risalente ai tempi in cui nei dischi e nei concerti di Sepe cantava Auli Kokko
– “Rebulico” del grande Hermeto Pascoal (mito brasiliano di Daniele)
– “Young and fine” di Joe Zawinul (mito austroungarico di Roberto, Daniele, Tommy De Paola e, immagino, pure di Pierpaolo Ranieri)
– “Range fellon”, cantata da Andrea Tartaglia che è venuto dalla ciurma di Capitan Capitone (multiprogetto di Sepe realizzato con decine di altri artisti di area napoletana) a risvegliare il pubblico meno abituato ai suoni della musica sincopata. Tartaglia, dopo aver subito i teatrali sfottò del maestro, ha intervallato il brano con un opportuno “Get up, Stand up” di bobmarleyana memoria
– Per concludere, un graffiante “Rugido do leão” di Piero Piccioni, che faceva da colonna sonora al più apertamente politico film di Alberto Sordi: “Finché c’è guerra, c’è speranza”. Una metafora di questo concerto: produrre opere godibili, fruibili, ma non spensierate e fuori dal mondo. Il sogno di una canzone che faccia addormentare i bambini e risvegliare gli adulti.

Get Up, Stand Up, stand up for your right!
Get Up, Stand Up, don’t give up the fight!

I superstiti della canzone d’autore italiana

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Dopo che sono morti, tendiamo a inondare la rete di ricordi, “coccodrilli”, citazioni e brani dei nostri cantanti e autori preferiti.

Partendo dal principio catalanesco che i buoni interpreti è meglio ascoltarli dal vivo che dal morto, sto raccogliendo sul mio spazio Tumblr alcuni dei brani più belli dei superstiti della canzone d’autore italiana.

L’unico criterio aggiuntivo al gusto personale che mi sono dato è stato quello di scegliere canzoni di cantautori viventi che abbiano già compiuto 60 anni.


Per ora ho scelto brani di

  • Gian Piero Alloisio
  • Fausto Amodei
  • Enzo Avitabile
  • Angelo Branduardi
  • Edoardo Bennato
  • Alberto Camerini
  • Paolo Conte
  • Francesco De Gregori
  • Roberto De Simone
  • Eugenio Finardi
  • Francesco Guccini
  • Enzo Maolucci
  • Gianfranco Manfredi
  • Alan Sorrenti

Prossimamente, raccoglierò altri brani scegliendoli tra il repertorio di questi altri cantautori e cantautrici over 60 (consapevole del fatto che per alcuni di questi artisti scegliere un solo brano che mi piaccia sarà molto difficile, per altri… sarà difficile trovarne anche uno solo):

  • Alice
  • Claudio Baglioni
  • Franco Battiato
  • Gianni Bella
  • Eugenio Bennato
  • Gualtiero Bertelli
  • Sergio Caputo
  • Ivan Cattaneo
  • Fabio Concato
  • Giorgio Conte
  • Toto Cutugno
  • Nino D’Angelo
  • Edoardo De Angelis
  • Eduardo De Crescenzo
  • Nicola Di Bari
  • Peppino di Capri
  • Don Backy
  • Franco Fanigliulo
  • Alberto Fortis
  • Ivano Fossati
  • Paolo Frescura
  • Enzo Gragnaniello
  • Goran Kuzminac (R.i.P. – 18-09-2018)
  • Lalli
  • Mario Lavezzi
  • Mimmo Locasciulli
  • Loy e Altomare
  • Marco Luberti
  • Mauro Lusini
  • Francesco Magni
  • Cristiano Malgioglio
  • Max Manfredi
  • Giovanna Marini
  • Andrea Mingardi
  • Maria Monti
  • Leano Morelli
  • Marco Ongaro
  • Mauro Pagani
  • Gino Paoli
  • Adriano Pappalardo
  • Aldo Parente
  • Gian Pieretti
  • Paolo Pietrangeli
  • Oscar Prudente
  • Pupo
  • Donatella Rettore
  • Vasco Rossi
  • Luciano Rossi
  • Tito Schipa jr.
  • Pino Scotto
  • Franco Simone
  • Jenny Sorrenti
  • Vincenzo Spampinato
  • Patrizio Trampetti
  • Roberto Vecchioni
  • Antonello Venditti
  • Alan Wurzburger
  • Giorgio Zito
  • Teresa De Sio (suggerita da Lina Sanniti)
  • Nino Buonocore (suggerito da Imma Costanzo)
  • James Senese (suggerito da Carmine Vergara)
  • Mimmo Cavallo, Gerardo Carmine Gargiulo, Amedeo Minghi e Drupi (suggeriti da Angelo Picozzi)
  • Edoardo Vianello, Riccardo Cocciante, Ron, Renato Zero, Enrico Ruggeri (suggeriti da Rocco Del Prete)
  • Mario Castelnuovo, Flavio Giurato e Ricky Gianco (suggeriti da Giorgio Veturo)
  • Gianni Togni (suggerito da Paola Esposito)
  • Aldo Tagliapietra (suggerito da Gennaro Carotenuto)
  • Mauro Pelosi e Pino Pavone (suggeriti da Jennà Romano)
  • Sandro Giacobbe (suggerito da Francesca Del Prete)
  • Nada (suggerita da ragingbull1975)
  • Alessandro Haber e Fabrizio Bentivoglio (suggeriti da Pasquale Vergara)
  • Zucchero (suggerito da Enzo Troppo)
  • Faust’o, Garbo, Renzo Zenobi, Gianni Nebbiosi, Alberto Radius, Roberta D’Angelo e Mario Barbaja, Luigi Grechi, Paolo Barabani, Massimo Bubola, Pino Masi, Piero Brega (suggeriti da Pasquale Di Resta. Obrigado)

Che dite, tra me e i miei amici del Faccialibro, abbiamo dimenticato qualcuno che trovate imprescindibile o almeno degno di aggiungersi al novero?

Mehr Licht – Il lato illuminato della luna e la ricerca dell’alba dentro l’imbrunire

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Dopo sette giorni e sette notti il Maestro avvicinò le dita alla fiamma e spense l’ultima candela, senza aspettare che si esaurisse il tratto residuo di cera che dava luce a quell’anfratto oscuro.
Un fremito di freddo mi percorse la schiena. Nella grotta era calata la più assoluta delle oscurità.

– Maestro, perché hai spento la fiamma prima che spuntasse l’alba del nostro ultimo giorno di esclusione dal mondo?

Un lungo silenzio seguì la domanda del più giovane di noi.
Il ragazzo aveva incarnato i dubbi di tutti i seguaci, ma nessuno osò aggiungere nulla alle sue parole. La grotta era così pervasa dal nostro silenzio che mi pareva di poter distinguere il respiro di ciascuno di noi ed il battito del mio cuore.

D’improvviso, il Maestro tirò un lungo sospiro e disse:

– Nel buio spariscono le ombre e le idee prendono luce.

Chiusi gli occhi e me ne stetti immobile ad aspettare per ore ed ore, fino a che un raggio di sole non trovò uno spiraglio tra i massi liberandomi dal supplizio dell’attesa.

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All’imbrunire, mentre passeggiavamo lungo il fiume, confessai che dentro me non aveva preso luce un bel nulla; l’unica illuminazione che ricordavo in sette giorni erano le fiamme fioche dei ceri che facevano trepidare i nostri volti e le pieghe delle tuniche. Insomma, anche quell’ultima notte di buio assoluto, per quanto mi fossi sforzato, ero restato all’oscuro di tutto, attendendo invano la mia illuminazione fino all’alba del nuovo giorno.

– Accidenti, quante parole… Era quella la tua luce!

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Al calare della notte restai sveglio a guardare il cielo.
La luna sembrava la fiamma di una candela e sentivo che le fremeva dentro la luce del nuovo giorno.

Poesia Verticale XII – 15 (ovvero, la serendipità secondo Roberto Juarroz)

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Cercare una cosa
è sempre scoprirne un’altra.
Così, per trovare qualcosa,
bisogna cercare ciò che non è.
Cercare il passero per incontrare la rosa,
cercare l’amore per trovare l’esilio,
cercare il nulla per scoprire un uomo,
muoversi all’indietro per andare avanti.

La chiave del cammino,
più che nelle sue biforcazioni,
il suo sospetto inizio
o la sua dubbia fine,
risiede nel caustico umore
del suo doppio senso.
Si arriva sempre,
ma ad un’altra parte.

Tutto passa.
Ma in senso inverso.

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Cercavo un’altra poesia del poeta argentino Roberto Juarroz (1925-1995), ma mi sono imbattuto in questa e non ho potuto fare a meno di tradurla.
Se non vi piace la mia resa, potete leggere qui la versione originale pubblicata da Juarroz nel 1991, quando ancora il termine serendipity/serendipità/serendipia non era tornato in voga, dopo il suo primo conio risalente ad una ormai famosa lettera del 1754, in cui Horace Walpole citava una fiaba persiana basata sui “tre principi di Serendip” che ‘facevano continue scoperte, grazie al caso e alla sagacia, di cose di cui non erano in cerca’. Insomma…

Buscar una cosa
es siempre encontrar otra.
Así, para hallar algo,
hay que buscar lo que no es.

Buscar al pájaro para encontrar a la rosa,
buscar el amor para hallar el exilio,
buscar la nada para descubrir un hombre,
ir hacia atrás para ir hacia delante.

La clave del camino,
más que en sus bifurcaciones,
su sospechoso comienzo
o su dudoso final,
está en el cáustico humor
de su doble sentido.
Siempre se llega,
pero a otra parte.

Todo pasa.
Pero a la inversa.

(Juarroz, “Poesía Vertical, XII – 15”)

Le parole per dirlo – Agosto ’18

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Mi accascio
sul sedile di legno
sperando di arrivare presto

Sono stanco
e sto finendo anche
le parole per dirlo

Provo ad addormentarmi
Ma l’angoscia mi rode
e mi tiene sveglio

Sento che siamo
sull’orlo di un precipizio
e non so dove siano i freni

Forse si può fare
ancora qualcosa

Dovrei parlare
con il conducente

Se solo la voce
non mi si strozzasse in gola
e potessi ritrovare
dentro di me
le parole per dirlo

Esco dal mio scompartimento

Intorno è tutto un vociare
di lingue sconosciute

Seppure riuscissi
ad aprire bocca
non mi capirebbero
e non mi potrebbero sentire

Il loro brusio cresce
col crescere del fragore
della ferraglia del treno

Sono stanco
Sono sfinito
E non ho neanche
le parole per dirlo

 

Tornando a casa Splinder

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Il post di oggi è su Splinder…
Sì, Splinder…, la vecchia piattaforma blog che ha ospitato questo blog fino al 2012, quando è fallita costringendo alla morte o alla migrazione mezza blogosfera italiana.
Ora, un gruppo di blogger che non conosco personalmente ha resuscitato quella che era la più vasta piattaforma blog italiana (appoggiandosi sui mezzi di WordPress per mantenerla gratuita). Io, preso da una botta di nostalgia, sono corso subito a vedere, ho aperto un nuovo blog e postato questa cosa colà:
https://aitan.splinder.org/2018/08/25/avvoltoi-in-cerca-di-titolo/

Avvoltoi senza titolo - by Gaetano 'Aitan' Vergara

Ma mi sento un po’ schizofrenico e dovrò decidere presto quale casa vivere e quale usare per le vacanze.