Lingua, genere e genitorialità

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Un paio di esempi di uso del linguaggio che documentano come la madre sia ancora considerata l’unica responsabile dell’accudimento e della prima formazione degli (e delle) infanti.

Le scuole materne stanno scomparendo dal nostro uso linguistico, ma i passeggini fronte mamma resistono. Per quanto siano decenni che “The Times They Are A-Changin“, come cantava quello là.


Come mothers and fathers
Throughout the land
And don’t criticize
What you can’t understand
Your sons and your daughters
Are beyond your command
Your old road is rapidly agin’
Please get out of the new one if you can’t lend your hand
For the times they are a-changin’

Venire madri e padri
Da tutto il Paese
E non criticate
Quello che non potete capire
I vostri figli e le vostre figlie
Sono fuori dal vostro dominio
La vostra vecchia strada sta invecchiando in fretta
Per favore allontanatevi dalla nuova se non potete darci una mano
Perché i tempi stanno cambiando

(Bob Dylan, 1964 – la traduzione è mia)


Ad ogni buon conto (e ad ogni buon canto), ho provato a fare una ricerca su Google.

Come vedete, ci sono ancora circa 6 milioni di risultati per “scuola materna”, ma le occorrenze per “scuola dell’infanzia” sono quasi il doppio. Inoltre, il primo sito indicizzato dal motore di ricerca di Google per “scuola materna” è la voce di Wikipedia dedicata alla “scuola dell’infanzia” (che è la denominazione ufficiale utilizzata anche dal Ministero patrio e matrio).

Insomma, giardini dell’infanzia, scuole dell’infanzia, a limite, pure asili…, chiamateli come volete questi primi ambienti educativi dei vostri pargoli fuori dall’ambito familiare; ma, per favore, allontanate i bambini e le bambine dalla scuola di mammà. I tempi stanno cambiando, perdindirindina, e per certi versi sono cambiati già.

Tanto monta, monta tanto, Isabel como Fernando.

Eppure, ripetendo lo stesso tipo di ricerca per i passeggini reversibili viene fuori una forte resistenza da parte della tradizione che considera la prima formazione delle figlie e dei figli d’Italia come un appannaggio materno.

I risultati del passeggino di mammà sono circa sei volte di più di quelli dei passeggini dei neutri genitori.

Cionondimeno, anche nella foto che illustra il “miglior passeggino reversibile fronte mamma 2022” a spingere mi pare di vedere un papà; come è giusto, normale e probabile che sia.

I piatti-ti, i piatti-ti con Nelsen Piatti li vuol lavare lui! (Da un messaggio pubblicitario degli anni ’80 dello scorso millennio.)

Contraddizioni di questi tempi di convivenza dello schwa (ə) con i veli iraniani e italiani.

Il nuovo e la nuova avanzano, ma il vecchio resiste. Ed anche la vecchia, qualche volta.

Consapevolezza digitale

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Non perché tutti siano superesperti, ma perché nessuno ne resti intrappolato.



Sei anni fa, giusto sei anni fa, questa mia riflessione sul Piano Nazionale Scuola Digitale.

A un anno dall’introduzione del PNSD nella scuola italiana, mi concedo un momento di riflessione sul ruolo dell’animatore e del team per l’innovazione digitale negli istituti nazionali di ogni ordine e grado.

L’informatica e le reti digitali sono ormai una realtà pervasiva, ma la scuola italiana, in molti casi, sembra essere ancora ferma ai tempi del calamaio e del gessetto bianco che stride sulla lavagna nera.
Le nuove generazioni entrano in classe come in un viaggio nel tempo in cui anche le LIM appese in qualche stanza al muro sembrano un oggetto non identificato, trovato là per chissà quale sbalzo spazio-temporale.

In quest’ottica, il team digitale credo debba farsi carico di promuovere la necessità di un cambiamento di rotta, diffondendo e catalizzando esperienze innovative, capaci di tenere la scuola al passo coi tempi. Ma bisogna stare attenti; l’esigenza di mutare l’esistente non deve far trascurare un’altra esigenza altrettanto incombente: quella di mettere in guardia tutta la comunità scolastica sui rischi connessi a un uso sconsiderato e acritico delle nuove tecnologie sia dentro che fuori dalle mura dei nostri istituti.

Dall’avvento dei social network, il più delle volte, l’uso che fa un ragazzo dell’informatica si limita allo scambio di messaggi istantanei ed alla lettura e al copia e incolla di stati su Facebook, oppure si riduce a un clic pigiato in modo più o meno indiscriminato in calce ai post altrui. La mia impressione è che la loro (e ormai anche la nostra) sia il più delle volte una lettura piuttosto distratta seguita da un altrettanto distratto movimento delle dita sul tastino del “like” o su quello di schematiche faccine che non possono certo riassumere la complessità e la ricchezza dei sentimenti e degli stati d’animo che attraversano e pervadono le nostre vite.

Checché ne pensino i loro genitori, i cosiddetti “nativi digitali” sono spesso incapaci di utilizzare in modo competente un tablet, un computer o anche uno smartphone: la maggior parte dei nostri studenti delle scuole superiori non sembra essere in grado di fare una seria ricerca in internet, di inviare una semplice mail o di formattare un testo in modo chiaro, efficace ed adeguato.

Su questi presupposti, l’educazione e la formazione nell’era digitale dovrebbero puntare soprattutto a risolvere questi problemi di alfabetizzazione informatica, aiutando i ragazzi, i genitori e i colleghi ad un uso più consapevole e critico delle potenzialità e dei rischi che comportano le nuove tecnologie.

Non si può introdurre internet in ambito scolastico senza dare agli alunni gli strumenti per discriminare e mettere in connessione dati ed eventi e senza far capire loro quanto possa essere inefficace e perfino ambiguo un linguaggio impoverito anche quando si comunica attraverso una chat, un SMS o altri servizi di messaggistica istantanea.

Altrimenti rischiamo di lasciare le nuove generazioni sole davanti a “Falsebook”, nelle loro camerette, vittime di colossali bufale e incapaci di sviluppare un pensiero critico e di comprendere ed esprimere pensieri, sensazioni e sentimenti complessi.
Una scuola che trascuri queste problematiche sarà per sempre una parallela destinata a non incontrarsi mai con la realtà delle vite dei suoi alunni, un mondo a parte sganciato dalle esigenze del presente e del futuro.

Sei anni dopo, dopo la pandemia e la sua scia infodemica, dopo l’ascesa e la crisi di Facebook, dopo l’uso diffuso e diffusamente incompetente degli strumenti di comunicazione a distanza anche per uso didattico (Zoom, Meet, Team, WebEx e compagnia cantante), dopo la divulgazione pervasiva dei pensierini sul digitale dei Crepet e dei Galimberti, dopo la sostituzione di tante LIM con Monitor Touch (altrettanto maldestramente utilizzati) nelle scuole italiane, dopo l’affermazione di TikTok e dopo l’avvicendarsi di 7 ministri in sei anni,* i problemi stanno tutti là.

Resta un grande e diffusa esigenza di alfabetizzazione informatica e resta il bisogno di arrivare ad un uso consapevole ed efficace delle risorse disponibili. Anche ai fini di un pieno e compiuto esercizio dei nostri diritti e dei nostri doveri nell’ambito delle comunità reali e virtuali in cui si svolgono le nostre vite.

Già nel 2012 Douglas Rushkoff (in “Programma o sarai programmato. Dieci istruzioni per sopravvivere all’era digitale”) osservava molto opportunamente come “un’intera società che considerava Internet un percorso verso interconnessioni positivamente articolate e nuove metodologie per la creazione di significato, si ritrovi invece disconnessa al suo interno, priva di riflessioni profonde e svuotata di valori duraturi”.

Su questi presupposti e in mezzo a questa rete caotica di problemi e questioni, ho lavorato negli scorsi due anni con tanti alunni e colleghi a questo progetto sulla cittadinanza digitale che torno a proporvi qui.


Non una soluzione, ma una goccia nel mare magnum di internet.
Non perché tutti siano superesperti della rete, ma perché nessuno ne resti intrappolato.


* Ma ve li ricordate almeno i nomi degli ultimi sette Ministri dell’Istruzione? Io, lo confesso, ho cercato su Wikipedia. Eccoli qua, vi risparmio il minuto di ricerca: Stefania Giannini, Valeria Fedeli, Marco Bussetti, Lorenzo Fioramonti, Lucia Azzolina, Patrizio Bianchi e Giuseppe Valditara.


La Battaglia delle Donne

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Un brano dei Tproject montato in un video con qualche parola e qualche disegno che ho fatto io su loro gentile richiesta.


Ho conosciuto e imparato ad apprezzare quest’estate i Tp e il loro progetto di musica elettronica e percussiva innervata di passione, impegno civile e ricerca etnomusicale.

Ma di questo ho già parlato

qui
https://aitanblog.wordpress.com/2022/09/26/due-nuovi-brani-dei-tproject/

quo
https://aitanblog.wordpress.com/2022/11/05/alma-suite-dei-t-project/

e qua.
https://aitanblog.wordpress.com/2022/08/18/chiazza-mantano-jazz/


I Tproject sono tre artisti uniti da un’idea di musica intesa come laboratorio di creatività e sperimentazione e, in questa tornata, hanno voluto coinvolgermi chiamandomi a partecipare al loro “masadacrea“, il loro “tavolo di creazioni”.
Senza troppo esitare, ho risposto volentieri all’invito di prestare qualche mio disegno e qualche mio pensiero per questo brano basato su un canto masai dedicato a una causa sacrosanta: il rispetto per le donne.
Così ho condiviso con il gruppo una serie di immagini e parole, e loro le hanno tagliate e montate liberamente per realizzare questo video che, non a caso, viene pubblicato in prossimità del 25 Novembre, la Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne istituita dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite nel 1999.

Di seguito il testo completo che avevo proposto per il montaggio:

Per tutte le donne e per tutta l’umanità che rispetta la vita e il mondo che la ospita, la pervade e le gira intorno.

Per chiunque abbia dentro e metta fuori di sé i suoi migliori istinti di generare, preservare e prendersi cura delle generazioni future.

Per tutti coloro che rispettando le altre e gli altri rispettano se stessi.

Gli istinti esistono, ed anche i desideri e la volontà di imporsi sugli altri. Ma esiste anche l’educazione, il rispetto e la richiesta dell’altrui consenso.
Non trattare gli altri come non vorresti mai che gli altri trattino te.
Lo dice pure il saggio cinese che solo quando una zanzara si posa sui tuoi testicoli ti rendi conto che non tutto si può risolvere con la violenza.

Aggiungo a chiosa di questi brevi pensieri (tanto per non definirli pensierini 🤭) che, in ogni campo, la violenza è la più estrema tra le forme di debolezza umana.

Perciò, stamme a ssentì, nun fa’ ‘o restivo...

Frattamaggiore, città delle ance doppie e delle batterie

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Bellissima serata in memoria di due musicisti frattesi di prim’ordine: Gaetano Capasso e Pasquale Del Prete.

Stasera, sul palco del Teatro De Rosa di Frattamaggiore (Napoli, Italia del Sud), si è esibito il quartetto di Daniele Scannapieco con Michele Di Martino al piano, Tommaso Scannapieco al contrabbasso e Luigi Del Prete alla batteria.


Nella seconda parte della serata, al quartetto si è unito il bravo e creativo cantante grumese e internazionale Walter Ricci.
Molto intense e raffinate le interpretazioni di Tea for two, Bud Powell, Fly me to the moon, Pennies from heaven e Guarda che luna.

Perfetto l’interplay tra i cinque musicisti che hanno dato la splendida impressione di divertirsi suonando; e il divertimento e la gioia di suonare si sono trasmessi anche al pubblico (cosa per niente ovvia nelle esibizioni di musica jazz, dove, il più delle volte, quando i musicisti si divertono, l’uditorio si annoia).

Daniele Scannapieco è stato allievo di Gaetano Capasso e oggi insegna sassofono al conservatorio di Salerno, nelle stesse stanze in cui aveva insegnato clarinetto il maestro frattese.
Luigi Del Prete è, invece, il figlio di Pasquale e da lui ha appreso i primi rudimenti delle percussioni e della batteria. Ora è un musicista sensibile, capace di stare sempre nel ritmo e di trascinare il fluire della musica. Sono ormai almeno quindici anni che lo seguo e lo vedo crescere con gusto e piacere.

Le ance e la batteria sono strumenti ricorrenti nella storia recente della musica frattese. Faccio solo qualche nome da affiancare al clarinettista Gaetano Capasso e al batterista Pasquale Del Prete, certo di dimenticarne altri: i fratelli Munari, Franco Del Prete, Franco Schiavitelli e il maestro Antonio Volpicelli con cui ho avuto l’onore di condividere il palco insieme con il figlio Francesco (anche lui clarinettista, oltre che sassofonista) e con il chitarrista Francesco ‘Perzico’ Di Giuseppe.


La musica ha il potere di farmi fare pace con Frattamaggiore, la città in cui sono nato, vivo e mi incazzo un giorno sì e l’altro pure.

catene

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catene di coincidenze che intessono e inanellano equivoci in cui si rimane avvinghiati in maglie così strette che risulta impossibile muoversi senza farsi più male

in uno di questi anelli ho rischiato di rimanere strozzato anch’io

come in un tessuto intrecciato di parole
come in una matassa intricata di tempo immagini risentimenti gioie e ricordi in forma di sillabe incatenate

come in un testo che mi si annoda alla gola
anche ora

Dubitabondo

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Nel dubbio, dubita.
Nella certezza, dubita maggiormente.

Certo, di sicuro,
ci resta solo il resto del resto di niente.







Che poi a me i dubbi non sono mai mancati, mi pare (ma mi potrei sbagliare):

https://aitanblog.wordpress.com/2020/12/03/la-sicumera-degli-imbecilli/

https://aitanblog.wordpress.com/2022/04/19/dilaniato/

https://aitanblog.wordpress.com/2021/06/16/la-verita-sta-da-qualche-parte-tra-mark-twain-e-jorge-luis-borges/

https://aitanblog.wordpress.com/2020/10/29/o-6-o-9-o-69-ma-potrebbe-essere-pure-96-o-70-volte-7/

https://aitanblog.wordpress.com/2022/08/24/luomo-che-raddrizzava-i-punti-interrogativi/


Quando vi stancherete di tenere il braccio teso

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Storie di stanze chiuse e scarafaggi a zampe all’aria

Quando vi stancherete di tenere il braccio teso, alzato verso l’alto come se voleste fendere il cielo o partire a razzo verso destre direzioni, abbasserete gli occhi e appoggerete la mano sul ventre o sui coglioni e lo sguardo tornerà a vedere la terra sempre più dilaniata dalle vostre e dalle nostre distrazioni.
Intanto i poveri aumenteranno, certo che aumenteranno, mentre i ricchi si faranno sempre più ricchi e arroganti. Ma voi di questo non vi preoccupate più di tanto. A voi quello che interessa è la sicurezza, perché siete presi dalla paura che qualcuno possa scalfire i vostri privilegi e le vostre aspirazioni.

In verità, molti di voi sono già poveri e sono predestinati a diventerare sempre più poveri, ma sognano sogni indotti sostanziati di riscatto sociale, manne cadute dal cielo, scalate al potere e fortune improvvise. E nel frattempo difendete le vostre quattro cose con le unghie e con i denti, chiudendo le porte a quattro mandate e difendendovi dal mondo che bussa là fuori.

Poi magari un bel mattino vi sveglierete e capirete che siete stati ingannati, che la vostra vita non vale la pena, che le vostre cose sono state erose dalle tasse e dal tempo, che il vostro lavoro sta arricchendo solo i ricchi sfondati e i potenti. Allora vi rivolterete cercando di ribaltarvi dal vostro letto come lo scarafaggio che si trova a pancia in su e non riesce più a mettere le zampe per terra.

Perché il risveglio da sonni inquieti potrebbe arrivare troppo tardi, quando la schiena è diventata dura come una corazza e non riesci più a scendere tra gli uomini, in mezzo al sole che scalda gli animi e sotto la pioggia che bagna tutti. Indistintamente.

La trasformazione è avvenuta. Dovevi pensarci prima. Ormai sei uno scarafaggio. Non riesci più nemmeno a scendere dal letto.

Vedi, amico caro, in una società fascista non basta essere non-fascisti, bisogna essere antifascisti. E bisogna pensarci subito alle conseguenze di tutta questa zizzania seminata con l’odio e col vento.

Lo diceva anche Angela Davis.

Va be’, lei parlava dei razzisti nordamericani, ma spesso certe posizioni coincidono. Difficile essere e dichiararsi fascisti senza fondare il proprio pensiero sulla diseguaglianza tra gli uomini e sulla superiorità della propria patrie e dei propri diritti sui diritti e sulle patrie altrui. Difficile non risvegliarsi zampe all’aria, come uno scarafaggio dalla schiena corazzata basculante sul letto, quando si resta stesi tra quattro mura con la mano tesa verso il soffitto oscuro.