MR LXVI

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Muito Romântico
sessantaseiesimo frammento

SE IO IL BASSO SUONASSI
E TU I PRIMI PASSI FACESSI
noi non saremmo gli stessi
e cambierebbe tutto il mondo
intorno al nostro giocondo
et gioioso girotondo

SE IO IL BASSO SUONASSI
E TU I PRIMI PASSI FACESSI
noi non saremmo gli stessi
e sparirebbero i massi
e forse puranco i ciottoli e i sassi
di dosso a peccatori e satanassi
dilapidati da borghesucci smargiassi
che non hanno dubbi
a scagliare la prima pietra
o a seguire le magnifiche
sorti e progressive
dell’ultimissima dieta
o di non so che
ricetta miracolosa et segreta
in faccia alla gente che ha fame
ma non ha rose né pane
e neanche un cane che li aiuti
o lecchi le ferite a torto subite

E magari, non so come,
ma tutta questa gente
ce l’avrebbe
il suo pezzo di pane,
il mondo girerebbe
per il giusto verso
e tutto sarebbe diverso
SE IO IL BASSO SUONASSI
TU I PRIMI PASSI FACESSI
e tutti la smettessimo
di fare i fessi
grattandoci le palle
guardandoci di lato
o scrivendo insulsi versi
come questi, sì, come questi

La guerra in testa (un disperato tentativo di sintesi)

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​A Napoli di un individuo affetto da disturbi della personalità o psicosi si dice che “tene ‘a ‘uerra ‘ncapa“; un’espressione di impressionante e sintetica attualità.

Nella realtà globalizzata e dominata dall’interesse economico in cui viviamo, sembrano in vertiginoso aumento le persone dilaniate da guerre in testa e conflitti interiori di ogni tipo. Vivere in bilico tra due culture, per esempio, può sicuramente far aumentare la gravità dello stato di permanente “‘uerra ‘ncapa” di individui labili e non del tutto adattati alla realtà in cui vivono. Tanto più se a confliggere sono i desideri e le speranze di una affluent society avaloriale e i valori saldi e scarsamente discutibili di una cultura basata sul Corano (non importa se interpretato con occhio sunnita o sciita).

E così tante volte questi conflitti interiori si scatenano, deflagrano e divampano all’esterno fino alla forma estrema di lasciarsi scoppiare tra la folla che fa la spesa al supermercato o festeggia nei luoghi deputati della società del benessere promesso e quasi mai mantenuto.

PorkoMonno Go©

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Visione sulla Realtà aumentata 

Nella app prossima ventura il protagonista incontra e cattura per strada, nei luoghi pubblici o sui treni il possibile attentatore o lo affronta all’interno di palestre appositamente predisposte. E lui si difende imbracciando il suo telefonino.
I due combattono con gli occhi puntati sullo schermo e si distruggono a vicenda senza spargimento di sangue e titoli a quattro colonne sui giornali. E se l’attentatore vince, lancia la sua bomba virtuale e sullo schermo vedi la realtà circostante a pezzi, ma fuori dallo schermo tutto resta come è.

I media si occupano pervasivamente della nuova moda social e gli esperti di nuvole e fumo si chiedono se dedicarsi a questo giochetto non possa incitare alla violenza e fomentare aggressività e conflitti più o meno latenti.

Allarme, allarme, la campana sona / Li turche so sbarcate a la marina

La Turchia un po’ l’ho conosciuta, con i turchi ci ho lavorato, qualche contatto turco credo di averlo anche qui sul Faccialibro, ma ho più amici armeni e curdi.
E tra i turchi con cui mi sono incrociato, i più antipatici (e in certi casi anche i più falsi e ipocriti) erano sostenitori di Erdogan. Già questo basta a rendermelo ostile.

È chiaro che mi baso su impressioni soggettive e superficiali. È chiaro che rischio di incorrere in generalizzazioni di stampo razzistico. Tuttavia, quello che sta succedendo è obiettivamente orribile (e uso un avverbio da cui di solito rifuggo): l’Europa e gli alleati a stelle strisce assistono passivamente a una repressione sanguinaria, indiscriminata, di quelle che danno adito a tutte le nefandezze possibili (eliminazione sistematica degli oppositori politici e ideologici, processi sommari, ripristino della pena di morte, censura e autocensura, spie annidate ovunque, vicini che accusano vicini per antipatia o per farsi belli agli occhi del potere, clima di sospetto, conformismo e affermazione del pensiero unico).

In più credo che Erdogan si stia rafforzando come si rafforza ogni tiranno: succhiando sangue al paese e indebolendone le strutture portanti.
Che Turchia sarà con tutti questi magistrati e militari incarcerati e il licenziamento di migliaia di insegnanti, funzionari e, soprattutto, impiegati non organici con i dettami di questo ennesimo dittatore democraticamente eletto?

 


 

Postilla:

Né con la CIA né con la Turchia!

(Ma nun sto bbuono manco a casa mia!)

 


 

Stato di angoscia 


Ormai la paura è dilagante e pervasiva.
E questo sembra il segno che i terroristi stiano sul punto di vincere, stiano vincendo.
Anche se da questa parte del mondo non si capisce bene quale sia il premio.
Continuiamo a guardarli con i nostri occhi attoniti e impietriti dall’orrore o dall’odio. Un odio che rimbalza da secoli da un fronte all’altro. Colpa mia, colpa tua, colpa tua, colpa mia. Come in una faida planetaria e globale.
Nel definirli terroristi, mettiamo nelle loro mani la palma della vittoria. Sono terroristi e ci terrorizzano. Stanno facendo il loro sporco mestiere e vincono.

In realtà, quelli che scoppiano tra la folla sono dei fanatici, e di fronte al fanatismo non ci sono vincitori. Solo vinti.
Ma è un fanatismo che viene da lontano e che abbiamo alimentato e continuiamo ad alimentare anche noi senza cercare minimamente di spezzare la catena dell’odio e dello sfruttamento.
E dietro il fanatismo, come sempre, c’è chi manipola e trova il proprio interesse o costruisce la sua fottuta porzione di potere.

In ogni modo, comincio ad avere paura anch’io. Soprattutto per la piccola e per tanti bambini non ancora nati o nati in mezzo a questa irragionevolezza senza fine.
Abbiamo parlato per tutta la vita di pace e stiamo preparando uno stato di guerra perenne.

 


Ma forse non è vero che tutto sta finendo, tutta questa angoscia potrebbe essere solo una questione prospettica; forse, come per il calore nei giorni di umidità, il rischio percepito è molto più alto del rischio reale (ma questo non vuol dire che non si soffra lo stesso e non ci sembri di morire di paura o di afa); la storia è piena di momenti crudeli, cruenti, terribili come e più di questo; forse il mondo non è mai stato un bel posto e ci eravamo abituati male, c’eravamo abituati troppo bene, perché, pur in mezzo a tante sopraffazioni e ingiustizie, l’Europa dopo la seconda guerra mondiale ha vissuto mezzo secolo di quasi-pace, che la nostra generazione ha goduto a pieno e ora ci sembra di essere sull’orlo di un’apocalisse che non verrà e non deve venire, perché è ancora così bello quaggiù, nonostante le bombe e i contorti motivi che le scatenano.


In questo villaggio globale siamo tutti globalmente ignoranti e tutti abbiamo diritto di parola.
Siamo tutti maledettamente interrelati, in questo villaggio globale, ma non ce ne rendiamo conto e pensiamo di poterci proteggere o di vivere più sicuri chiudendo porte e portoni.
Da questo villaggio globale dichiariamo tutti di voler evadere, ma non sapremmo più vivere altrove.

Mehr Licht!

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Il 9 luglio abbiamo perso una delle nostre amiche più lucide. Una mente illuminata, illuministica e appassionata. La scuola ha perso un pilastro di conoscenze e competenze. E la sua famiglia, una donna che sapeva amare di un amore vero, concreto. Abbiamo perso tutti una poetessa che metteva la sua poesia in ogni cosa della vita, la sua cucina, il tango, il suo acume critico, le sue pagine dense e acuminate.

Internet è un arcipelago: una cosa come un insieme di isole unite dal mare che le separa. Ma a volte la voce risuona da isola ad isola e ci si riconosce, ci si sente parte della stessa patria fatta di parole.
Succedeva soprattutto ai tempi dei blog.
Con Facebook succede un po’ meno.

Lucia Tosi l’ho conosciuta nella blogosfera e la nostra modalità di conversazione è durata una decina di anni seguendo i tempi lunghi della riflessione bloggistica più che l’immediatezza superficiale dei social.
Ora Lucia non c’è più.
Mentre scrivo, si stanno tenendo i suoi funerali nella Chiesa di S. Pietro Apostolo di Favaro Veneto.

A 700 chilometri di distanza, passo in rassegna stralci delle nostre conversazioni e ricordo i momenti in cui le nostre vite si sono incrociate. Una volta che dovevo assistere un mio caro congiunto che ebbe una delicata operazione a Verona, mi fu di grande aiuto, la Lucia. Aveva un grande amore per i dialetti, e soprattutto per il napoletano. Credo che avesse dedicato la sua tesi di laurea alle poesie di Salvatore Di Giacomo. Mi piaceva correggerla o farmi correggere da lei.

Mi mancherà. Mi manca già.

slalom

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costretto allo slalom ogni mattino

in mezz’a millanta cacche di cani

e orde di esseri semiumani

in corsa verso il proprio destino,

vado anch’io, seppur contromano,

assorto in pensieri ponderosi

che sembrano venire da lontano

ma conducono in lidi ventosi

appollaiati qui, dietro l’angolo,

dove vagolo e lieto gongolo

ballando un twist; oppure dondolo

come un vianello o un bombolo

tra gli umani e i pensieri vani

che controvento schiverò domani

La semplicità è complicata, la brevità richiede tempo.

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È molto difficile rendere vita facile a chi ci legge.

In fondo e in superficie, scrivere complicato non è difficile, quello che è difficile è scrivere in modo tale da risultare leggibili a un’ampia gamma di potenziali lettori di differenti età, gusti, livello culturale e capacità interpretative.

Volevo rendere ancora più semplice e accessibile anche questa breve considerazione, ma era troppo complicato. Non è per niente facile trovare le parole più semplici e concepire le strutture meno impervie e arzigogolate, quelle che rendono fluida la lettura e fanno venire voglia di passare al rigo successivo senza sentire l’esigenza di tornare indietro e controllare che ci risultino chiare le premesse. E non è neanche facile evitare di autocompiacersi nei giri di parole e nelle acrobazie lessicali.

La leggerezza ha il suo peso e, per scrivere in modo semplice e sintetico, c’è bisogno di tempo e perizia.

E poi bisogna semplificare, ma solo fino a un certo punto. Se si va oltre, si rischia di banalizzare il pensiero o di offendere l’interlocutore.

Un gioco complicato sul filo del rasoio della perdita di densità e di senso.

Insomma, è davvero complicato semplificare e ci vuole troppo tempo per scrivere poco.

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