24 parole in più

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Elogio della brevità

L’impervia, necessaria e difficilissima conquista della semplicità. Soprattutto quella espressa in poche ed essenziali parole.
(Qui, per esempio, ne avanzano almeno sette, che, aggiunte a quelle contenute in questa parentesi diventano ventiquattro.)



Abstract:

The difficult achievement of simplicity expressed in a few words.

La difficile conquista della semplicità espressa in poche parole.

El difícil logro de la sencillez expresado en pocas palabras.

A difícil conquista da simplicidade expressa em poucas palavras.

La difficile réalisation de la simplicité exprimée en quelques mots.

Das schwierige Erreichen der Einfachheit in wenigen Worten ausgedrückt.

(E così via, googletraducendo a membro canino per italoparlanti e non…)


Baltasar Gracián nell’Oráculo manual y arte de prudencia (1647) sosteneva

“Lo bueno, si breve, dos veces bueno. Y aun lo malo, si poco, no tan malo.”

“Il buono, se breve, due volte buono. E anche quello che non è buono, se poco, non è poi così malvagio.”

Io, però, questa frase me la ricordo sempre un po’ più sintetica (e forse anche un po’ diversa nel senso della seconda parte).

“Lo bueno, si breve, dos veces bueno. Lo malo, si breve, menos malo.”

Il buono, se breve, due volte buono. Il male, se breve, meno nefasto.

Insomma, se devi scrivere in modo sgrammaticato e insensato almeno scrivi poco e smettila di torturami.


Avrei voluto scrivere un testo più sintetico.
Ma non ho avuto tempo.


Frattamaggiore – V edizione del Mediterraneo Reading Festival

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Oggi si è celebrata, un po’ in sordina, la prima giornata nazionale dei lavoratori dello spettacolo.
Qui a Frattamaggiore la giornata è coincisa con la V edizione del Mediterraneo Reading Festival, un’occasione per riprendere e per riprenderci dopo una chiusura troppo lunga che ha colpito più di tutti gli artisti abituati al contatto diretto col pubblico.


È stata un’edizione sintetica, ma densa e, in un certo senso, anche intima con una settantina di attenti spettatori che hanno deciso di assistere a uno spettacolo all’aperto fatto in coincidenza con la partita della squadra prima in classifica, nella città che ha dato i natali a Francesco Durante, a Franco Del Prete (‘o Showman) e… a Lorenzo Insigne.

Il festival si doveva aprire alle 18 e 30 con un corto di Lorenzo Cammisa prodotto dall’ACD Produzioni. Ma una serie di sfortunati eventi tecnici non ci ha permesso di proiettare il corto intitolato “Il figlio del senator Borlotti“. Abbiamo solo potuto raccontarlo con i tre attori protagonisti Lorenzo Cammisa, Giovanni Antinolfi e Giuseppe De Rosa, del che, in qualità di vicepresidente del Mediterraneo Reading Festival, insieme con il presidente Quirino Ganzerli, mi scuso con gli spettatori e con la ACD Produzioni.
Io, però, ho potuto vedere questo lavoro in anteprima e vi garantisco che ne vale la pena. È un corto grottesco e pieno di tensione narrativa, che ci offre una chiave di lettura sulla retorica politica di questi anni, sulla pervasività del linguaggio dei mezzi di comunicazione di massa, sulle incontabili divisioni della sinistra e sulla nostra visione dell’altro. Un tema, quest’ultimo, carissimo a noi del Mediterraneo Reading Festival che cerchiamo sempre di non perdere l’attenzione per chi sta sull’altra costa del nostro mare.
Se la ACD ci autorizza, metteremo per qualche giorno un link al corto nella nostra pagina Facebook.

https://m.facebook.com/musichediprovincia/

Dopo questo inconveniente abbiamo ascoltato una suite di tre brani del progetto discografico Diresta/Folkwind.
Personalmente ho avuto il piacere di presentare l’anteprima del disco di Pasquale Di Resta a Sessa Aurunca, sua città natale, e oggi, dopo più di un anno di chiusura coatta, ho rinnovato questo piacere presentandolo nella mia città natale.
Pasquale Di Resta è un musicista fuori dagli schemi, un artista onnivoro e di buon gusto, che sa prendere il meglio da diversi generi.
Le sue influenze vanno dal prog al jazz, al folk-rock e alla musica latinoamericana. Lui macina nella sua chitarra il meglio che c’è in giro e crea la sua proposta artistica originale e solida.
Questo pomeriggio abbiamo ascoltato:
Morning Sweeter, inno alla giovinezza che riprende uno splendido testo di William Blake, il più visionario dei poeti romantici inglesi
Moonchild, ballad dei King Crimson che, nella versione del gruppo Diresta/Folkwind presenta il suo carattere più evocativo e onirico
Ocean, suggestivo brano postfolk, composto in italiano e in inglese da Pasquale.
Lo accompagnavano il suo percussionista di fiducia, Antonio Perillo, e, alla chitarra elettrica, il giovane Matteo Spezzano, al suo battesimo sul palco (celebrato egregiamente).
Se volete sapere qualcosa in più del progetto musicale Diresta/Folkwind (realizzato in un fulgido e curatissimo doppio vinile) vi rimando a questo mio post dello scorso anno.

https://aitanblog.wordpress.com/2020/10/12/anteprima-dellalbum-diresta-folkwind/

Il lungo pomeriggio si è concluso con un concerto in duo di Tricarico e Jenna’ Romano.
Il cantautore milanese e il leader nostrano dei Letti Sfatti si sono conosciuti in occasione di un Premio Ciampi al Teatro Goldoni di Livorno. Da lì, hanno cominciato a scrivere brani insieme come “Una cantante di musica leggera”, ripresa anche da Arisa, e “A Milano non c’è il mare”, cantata da Tricarico e da Francesco De Gregori, ma in realtà nata a Grumo Nevano, dove credo che nemmeno ci sia il mare.
Poi la collaborazione è continuata con altri brani, come “La bella estate”, e si è allargata a ulteriori incontri con personalità del calibro di Peppe Lanzetta e Sandro Ruotolo. Fino all’intervento in dialetto meneghino di Tricarico nell’ultimo brano scritto in napoletano da Franco Del Prete e musicato da Jenna’, “‘A vita è mo”, da cui è stato prodotto un video con la regia di Lorenzo Cammisa (il regista di cui sopra).
Un cerchio che si chiude.

Il concerto minimale (chitarre e voce) di Tricarico/Romano si è aperto con una bella versione di “Ritornerai” di Bruno Lauzi che sembrava sottolineare il momento di ripresa di contatto col pubblico.
Subito dopo, abbiamo ascoltato quattro brani di Tricarico sospesi tra ironia, sentimento e surrealismo: “Superficialità”, “Abbracciami fortissimo”, “Luminosa” e “A Milano non c’è il mare”.
A seguire, “Il vino” di Ciampi in versione napoletana e italiana (ormai un marchio di fabbrica dei Letti Sfatti di Jenna’ Romano e Mirko Del Gaudio); “Stella di mare” di Lucio Dalla, accompagnata magistralmente con un bouzouki; “Il bosco delle fragole” (che, con una gustosa gag, Tricarico ha confessato di aver scritto per Gianna Nannini); “‘A vita è mo” di Franco Del Prete e Jenna’ Romano; la sempre emozionante e contundente “Io Sono Francesco”; una versione stralunata di “Azzurro” di Paolo Conte e la meravigliosa “Una vita tranquilla” di Tricarico.
Bis con “La pesca”, brano metafisico e pensoso che riassume la poetica profonda, ironica, sghemba e stravolta di fronte alla banalità della vita di Francesco Tricarico.

Perché questa sera c’è una festa
E così ora guardo nei tuoi occhi
Ma proprio dentro in fondo ai tuoi occhi
Poi all’improvviso levo la parola occhi
E sono in un nuovo spazio immenso
E ora prova solo un momento
A far saltare tutte le parole
Sarà un’esplosione come il sole
Come trovare la luce e la purezza
E così i sensi bisogna riscoprire tutti i sensi
Olfatto, vista, tatto, gusto, udito
Per inventare un mondo più bello
Pieno di magie e di scintille
E d’intuizioni e mille scoperte
Perché le parole sono un trucco

Un uomo silenzioso che si prendeva cura del suo giardino

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Ora tornerai a discutere con mio padre delle bassezze delle vita di quaggiù.

Eri una persona schiva, riservata e competente, ma quando trovavi l’interlocutore giusto ti piaceva confrontarti, chiedere, informarti e offrire il tuo sguardo sul mondo.

Se ne va via un altro uomo giusto, onesto.
Un uomo che si prendeva cura del suo giardino.

Che il cammino gli sia lieve.
E che chi resta sappia fare tesoro dei suoi insegnamenti.

Ehi, dici a me?

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1.
Da qualche mese, ogni mattina, quando vado a lavarmi la faccia, un vecchietto dalla barba bianca mi scruta silenzioso.

2.
Ma che vorrà il vecchietto dalla barba bianca che ogni mattina mi scruta silenzioso quando vado a lavarmi la faccia?

3.
Un giorno o l’altro glielo chiederò che cavolo vuole al vecchietto dalla barba bianca che mi scruta silenzioso.

4.
Ogni mattina un vecchietto dalla barba bianca mi scruta silenzioso e si lava la faccia nello stesso momento in cui mi lavo la faccia io.

5.
Ogni mattina un vecchietto dalla barba bianca mi scruta silenzioso e si lava la faccia.
Sembra che voglia compiatirmi o prendere in giro.
Ho deciso di lasciarlo fare.
Alla fine dei conti non è nemmeno antipatico.


Le foto sono tutte di mia figlia Stefania.

I ritocchi e le facce di cappero, invece, sono mie.


Notizie del giorno

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Tensione a Trieste e dentro di te
Il resto è un vuoto anche nelle urne
Salvo in quelle funerarie
Che restano affollate
e inondate di pianto

Il fatto è che oggi più che mai tutto diventa narrazione e il narrato conta più delle idee, delle ideologie e delle opinioni.
La narrazione di oggi (che ribalta l’idea del no vax fascista e violento) è quella dei portuali di Trieste che recitano il rosario e pregano con tanto di corone sgranellate tra le mani sotto gli idranti e le cariche della polizia.
Un sit-in postmoderno.
Mi chiedo solo quanta consapevolezza, quanta spontaneità e quanto marketing ci sia in questo potente gesto che mette insieme Martin Luther King, Mussolini, Nedd Ludd, Rosa Parks, Meluzzi e Paragone come in una grande chiesa che passa da Che Guevara e arriva fino a Madre Teresa, passando da Malcom X, attraverso Gandhi e San Patrignano.

La monaca inquieta ed errabonda

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Santa Teresa, tra estasi e transverberazione

Oggi si festeggia Santa Teresa.
Auguri a tutte le donne che portano il nome di Teresa d’Ávila (1515-1582), la religiosa biografa e poetessa; la figlia di ebrei convertiti che fondò l’ordine delle carmelitane scalze; la “monja inquieta y andariega”* che da giovane leggeva (come Don Chisciotte) romanzi di cavalleria; la mistica visionaria che amava Dio fino allo struggimento, fino al desiderio di morire per trovare unità col divino.

Vivo sin vivir en mí,
y tan alta vida espero,
que muero porque no muero.

Vivo senza vivere dentro di me,
e così elevata vita spero,
che muoio perché non muoio.

Bernini rappresenta Santa Teresa in estasi, una settantina di anni dopo la sua morte. Ma quelli più addentro alle cose della mistica e dell’ascetica specificano che più che di estasi dovremmo parlare di “transverberazione” (che orrenda parola), ovvero del cuore trapassato da una freccia lanciata da un’emanazione della divinità (l’angelo che le si para di fronte pronto a scagliare il suo dardo nel gruppo scultoreo di Bernini).

Hirióme con una flecha
enherbolada de amor,
y mi alma quedó hecha
una con su Criador;
ya yo no quiero otro amor,
pues a mi Dios me he entregado,
y mi Amado es para mí,
y yo soy para mi Amado.

Mi ha ferito con una freccia
avvelenata d’amore
e la mia anima si è fatta
una cosa sola con il suo Creatore;
non voglio più altro amore,
mi sono consegnata al mio Dio:
il mio Amato è per me,
e io sono per il mio Amato.

[La traduzione è mia.]


Fatto sta che questo amore così languido e totalizzante ha irretito tanti critici e cultori dell’arte, anche non cattolici, e intrigato antropologi, erotomani, psicologi e psicoanalisti. Oltre ad aver ispirato artisti dell’estasi di ogni epoca.
Come Brassaï (pseudonimo del fotografo ungherese Gyula Halász) che nel 1933, in piena Parigi surrealista, scattò questa foto “estatica”, che ritroviamo anche al centro di un montaggio fotografico realizzato, sempre nel ’33, da Salvador Dalí per il primo numero della rivista “Minotaure”.


* La definizione di “monja inquieta y andariega” (monaca inquieta ed errabonda) si deve ad un acerrimo nemico di Teresa Sánchez de Cepeda Dávila y Ahumad (a.k.a. Teresa de Ávila, a.k.a Teresa de Jesús), tale Filippo Sega, nunzio apostolico di origine bolognese e suo contemporaneo, che, con queste parole, voleva renderla antipatica alla cristianità; ma, per quello che mi riguarda, sortisce l’effetto contrario.


Tra il Nuovo e il Vecchio Testamento

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Interludio antropomorfico

Certo che ci vuole una certa supponenza e un pizzico di follia a considerare Cristo come il figlio di Dio, divinità incarnata e parte della Trinità e, tuttavia, pensare di poterlo imitare.

Può succedere solo a una religione che nella sua genesi considera l’uomo fatto a immagine e somiglianza del suo divino creatore.

Eros, Thanatos e Vil Denaro.

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La Danae di Tiziano del 1553 e quella di Artemisia Gentileschi del 1612.

Oggi vi propongo di rifugiarvi tra le pareti dell’arte e del mito. Un modo per ricaricare le batterie e rifarvi gli occhi e la mente in un mondo sconvolto e spossante.

Tiziano, 1553
Gentileschi, 1612



Due versioni della stessa scena sensuale, procace e buffa. A ben vedere, una sequenza da commedia all’italiana ante litteram, a sfondo porno-soft.

Ma per apprezzarla dobbiamo prima ricordare la versione del mito raffigurata in questi due capolavori del manierismo e del barocco italiano.

La leggenda sacra narra che l’oracolo di Delfi aveva predetto al re Acrisio di Argo che sarebbe stato ucciso dal nipote, il figlio non ancora nato di sua figlia Danae, e lui, come si usava, aveva messo sotto chiave la pulzella, per impedire il concepimento e la nascita del suo esiziale discendente. Ma il povero re non aveva tenuto conto di Giove Pluvio.
Al chiuso delle quattro mura della torre in cui era relegata, Danae fu sedotta e ingravidata da Zeus sotto forma di pioggia dorata. Durante un temporale il sommo capo di tutti gli dei lasciò piovere il suo seme d’oro sulla torre e penetrò sotto terra, attraversando le pareti di bronzo, fino ad irrorare di sé la vergine e fecondarla.

In entrambi i dipinti la bella e prosperosa Danae è rappresentata nuda in un momento che sembra corrispondere al congiungimento erotico con la divinità, ma potrebbe trattarsi anche di poco tempo dopo o poco tempo prima dell’amplesso. Nel quadro della Gentileschi, tuttavia, la giovane donna, col corpo proteso in avanti, sembra più propensa a darsi e lasciarsi andare a quell’aureo congiungimento erotico, mentre in quello di Tiziano Danae sembra più intenta a guardarsi intorno e chiedersi cosa stia succedendo (e, nel mentre, con la mano sinistra, si tocca). Non è escluso che Tiziano stia rappresentando il prima e la Gentilischi il dopo, ma in entrambi i casi mi pare di vedere un corpo illanguidito e abbandonato al piacere.



Nel frattempo, e qui sta il colpo da commedia dei due artisti italiani, in entrambe le opere vediamo, in controscena, l’ancella di Danae che prende la palla in balzo e si approfitta di quel magico evento per riempirsi i lembi del suo grembiule dei resti del seme d’oro sparso dalla infoiata divinità.
E fu così che, da quel fatidico congiungimento erotico, venne fuori il mitico Perseo ed anche un po’ di benessere per la povera e scaltra domestica.
La cosa curiosa è che non si riscontrano tracce di questa ancella in nessuna versione precedente del mito. Il che spinge a pensare che si tratti di una variante introdotta dallo stesso Tiziano, il quale, peraltro, aveva già rappresentato il postcoito di Danae qualche anno prima senza questa gustosa introduzione realistica (il primo dei suoi quadri dedicato a Danae si trova al Museo di Capodimonte, il secondo al Prado di Madrid; poi esiste un’altra versione viennese, simile a questa, e due conservate a New York: evidentemente la vergine fecondata era, per il Maestro veneto, una magnifica e prolifica ossessione).

De Matteis, 1704

Più tardi l’ancella di Danae apparirà anche in un quadro del 1704 dell’artista napoletano Paolo De Matteis. L’ancella è molto ben delineata e raccoglie l’oro in un vassoio, ma Danae è ‘o cesso, niente a che fare con il corpo abbandonato di Tiziano e con le carni languide e frementi di Artemisia Gentileschi.


P.s.
Io ho avuto la fortuna di vedere due di questi tre quadri da vicino, e forse pure il terzo, ma molto distrattamente. In ogni modo, il bello di internet, oggi, è proprio che uno può scrivere un post come questo anche senza essere mai uscito di casa e senza aver mai visitato un museo, una galleria o una chiesa. Basta spulciare quadri e storie direttamente dalla rete, come e più facilmente di un Salgari che solcava i Caraibi tra le pagine di un’enciclopedia o di un libro illustrato. Potenza di questo web che ci isola, ci incanta, ci irretisce e ci offre una finestra sul mondo.


Danzando a braccia tese

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interludio techno-house

Pa pa
pa pa pa pa’
Papeete
Aprite
un’altra
ancora
ho ancora
sete

Papeete
Bunga Bunga
e Discoteche
aprite
aprite tutto
e sorridete

Estasi liquida
Technoascesi
e volontà
di potenza
Ne bevo ancora
e non posso più
farne senza


Papeete
Bunga Bunga
e Discoteche
aprite
aprite tutto
ho ancora sete

Danza danza
Che non ne ho
mai abbastanza
Bevi tracanna
e tutto si appanna
Bevi tira tira
e fatti una canna
Danza danza
e danza
tutta la stanza

Papeete
Bunga Bunga
e Discoteche
ballano e sballano
ragazzi rumeni
e ragazze ceche
tra troni di plastica
e piramidi azteche

Papeete
Bunga Bunga
e Discoteche
Sballiamo
allegramente
a braccia tese

Prima che
si consumi il tempo