Il presente, il passato e l’avvenire di Claudio Monteverdi

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Parlando del rinnovamento musicale italiano del ‘900, Massimo Mila scriveva che “in Italia Monteverdi non sta nel passato, bensí nell’avvenire: è davvero una conquista e un valore da recuperare, poiché era stato sepolto – insieme alla polifonia cinquecentesca e alla civiltà strumentale barocca – dall’alluvione melodrammatica del Sette e Ottocento.”
Mi sono andato a rileggere la pagina che conteneva questa citazione dopo aver assistito a una bella operazione di rilettura dell’opera e della tormentata e ordinaria vita d’artista di Claudio Monteverdi, spettacolo prodotto e presentato oggi in anteprima dal Cantiere_Giovani_TAV di Frattamaggiore (la contraddittoria cittadina in cui sono nato e vivo).

Monteverdi’s Epistolary - Azione n° 0

Monteverdi’s Epistolary – Azione n° 0 per solo, voce recitante e sintetizzatori” è un progetto musicale di Salvio Vassallo messo in scena e diretto da Raffaele Di Florio che ha adattato liberamente brani dell’epistolario monteverdiano.
All’inizio dello spettacolo, a sinistra del palco, la bravissima cantante Valentina Gaudini interpreta, su un tappeto di musica elettronica, una parte del “Lamento della Ninfa”, struggente madrigale che, secondo l’annotazione autografa di Monteverdi, “va cantato a tempo dell’affetto dell’animo e non a quello della mano” (insomma, la predominanza del ritmo psicologico sulla scansione metronomica delle parole).
Poi Valentina Gaudini esce di scena e, seguendo uno schema di alternanza di canto e recitazione che percorre tutto lo spettacolo, la luce illumina Antonello Cossia sulla destra del palco.
Cossia, interpretando in modo credibile Claudio Monteverdi, esordisce raccontando in prima persona la sua stessa morte: “Sono morto a Venezia nel 1643” (trascrizione non verbatim, nonostante le virgolette. Vado a memoria).
Poi comincia a raccontarci la sua vita (sua di Claudio Monteverdi) intervallandola con la lettura di brani tratti da una serie di lettere scritte nella prima metà del ‘600: la nascita a Cremona, la composizione dei primi madrigali, l’assunzione a Mantova alla corte dei Gonzaga come violista, il matrimonio e la nascita dei figli, la nomina all’inizio del ‘600 come “Maestro della musica” del duca Vincenzo, la composizione dell’Orfeo (la sua prima e seminale opera lirica), i rapporti tesi con i Gonzaga che lo portarono nel 1613 a trasferirsi a Venezia, dove ebbe i suoi più grandi successi come maestro di cappella della Basilica di San Marco e dove cominciò a godere di un po’ di stabilità economica dopo le numerose petizioni che miravano a ricevere un vitalizio decente dai duchi di Mantova. Nella rappresentazione si insiste molto sul fatto che gli era stata assicurata una pensione di 100 ducati mensili, ma gliene avevano conferiti solo 70. Un tormentone tragicomico che segna le difficoltà di sopravvivenza di un artista, anche sommo, come Monteverdi. E in fondo tutta la narrazione disegna la figura di un uomo ordinario, piuttosto pigro e vessato dal problema di buscarsi il pane per sé e per i suoi figli (in una lettera raccomanda uno dei suoi figli al duca per un posto di medico).
Per tutta la scorrevole ora di spettacolo, la lettura recitata dell’epistolario è puntellata dal canto (o forse è il contrario): una piacevole rilettura elettronica di capolavori monteverdiani come “Il lamento di Arianna” o il madrigale “Zefiro torna e ‘l bel tempo rimena” interpretati con l’uso di sintetizzatori e con modifiche elettroniche della voce (in un caso la voce di Valentina Gaudini diventa maschile, altre volte ricorda il vocoder di Laurie Anderson ed epigoni).
Nel finale, si riprende in struttura circolare la narrazione della morte di Monteverdi e l’interpretazione del “Lamento della Ninfa” rivisitato da un arrangiamento più audace che comprende anche un accompagnamento di batteria.

Né mai sì dolci baci
da quella bocca avrai,
nè più soavi, ah taci,
taci, che troppo il sai.

Nel mezzo dello spettacolo, prima di un racconto in cui Monteverdi ci dice come è stato derubato durante il viaggio a Venezia (insomma, altri problemi legati al vil denaro) era prevista una proiezione video con un altro intervento canoro, ma per problemi tecnici non è stato possibile assistere a questo intermezzo.
Insomma, se dopo “Monteverdi’s Epistolary – Azione n° 0” ci sarà, come spero, un“Monteverdi’s Epistolary – Azione n° 1” con maggiore spazio alla teatralizzazione della vita (grama) e dell’opera (immensa) di Monteverdi conto di godermi anche la visione di questo spezzone mancato.

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A scuola non si deve discutere di politica.

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A scuola non si deve discutere di politica.
Per farlo sarà abolito l’insegnamento della storia, della geografia, del diritto, della filosofia e dell’economia; sono materie che scivolano automaticamente nella discussione sulla cosa pubblica e sulla gestione del governo. Abolito anche le studio delle lingue che assoggettano i nostri giovani all’Europa ed aprono le menti a strane idee provenienti da mondi lontani ed ostili.
La letteratura sarà limitata solo ad autori che parlano di piante e fiori (ma senza fare cenno ai loro colori). L’arte sarà dedicata esclusivamente alla rappresentazione di panorami (evitando paesaggi rappresentati al levar del sole o al tramonto per il loro forte impatto metaforico).
La musica va bene, ma senza parole e, in ogni caso, non vanno mai eseguiti brani sovversivi posteriori al secolo XVII né va suonata o ascoltata musica sincopata di ascendenza negroide.
Nella scienza si escluderanno concetti e termini evocativi come evoluzione e rivoluzione. Inoltre, nell’esercizio della matematica si stia ben attenti a evitare problemi in cui possa venire rappresentata l’Italia in perdita e si privilegi l’uso dell’addizione sulla sottrazione e, soprattutto, sulla divisione.
Largo spazio all’educazione fisica ed all’educazione tecnologica che prepareranno il buon soldato ed il servitore della Patria di domani.
A scuola non si deve discutere di politica, si deve solo diffondere la parola del Governo e battere le mani quando arriva il Direttore.

El paleto y los fascistas

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Molti anni fa…, dieci, forse venti, stavo cercando di far capire ai miei alunni cosa volesse dire la parola spagnola “paleto“.
Provavo a spiegarmi usando definizioni ed esempi in lingua, ma i ragazzi non riuscivano a trovare il corrispondente italiano; finché, all’improvviso, una ragazza si diede uno schiaffo sulla fronte ed esclamò: “Aahhh, cafone…, cafone come Tore“.
Senza un attimo di esitazione, Tore balzò dalla sedia e gridò: “Cafone a ‘mme…? MO TE SPUTO ‘NFACCIA!

Ecco, questa cosa mi è venuta in mente pensando alle reazioni fasciste che hanno i fascisti quando li si accusa di fascismo.

Gli untori del Faccialibro

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Non mi sorprende più di tanto questa storia delle ventitré pagine chiuse da FB in quanto untrici di notizie false e contenuti di odio costruiti ad arte (soprattutto contro immigrati, ebrei e vaccini). Che i social siano infestati di bufale e notiziacce che diffondono paura, odio e incertezza è una cosa che mi pare evidente da tempo. Come mi pare evidente che, quando si parla di circa 2 milioni e mezzo di utenti che seguivano questa ventina di pagine oscurate, si omette di evidenziare che, con i meccanismi di amplificazione e riverbero della rete, le loro bufale cibernetiche e quelle di tante altre pagine ancora attive sono in grado di raggiungere altre decine di milioni di italiani, tutti cittadini votanti o futuri votanti. Una manna per chi usa la xenofobia e l’odio per captare consenso e innalzare muri; un vulnus per la democrazia rappresentativa.
Quello che ancora non mi risulta chiaro è se queste pagine farlocche (che, peraltro, molte volte riciclano follower di pagine nate per altri più innocenti intenti) siano tutte parte di un sistema di disinformazione strutturato e capillare che corrisponde a un preciso disegno politico o se si tratti di un’ondata di cretini e farabutti sciolti che, ognuno per proprio conto, crea questi falsi contenuti per diletto, per sfogare il proprio odio e le proprie frustrazioni o per guadagnarci col clickbaiting.
Probabile che siamo di fronte a una terribile mistura dell’uno e dell’altro caso. Ma, in ogni modo, reputo che la censura possa (e debba) poco contro di loro. Sconfitto un salvini ne verrà un altro. La madre dei salvini è sempre incinta.
Quello che serve è educare le nuove generazioni di naviganti a capire dove va il vento e chi crea le tempeste, riconoscere le bufale, sviluppare senso critico e, soprattutto, dubitare di tutto. Per sconfiggere il nemico non bisogna annientarlo. Lo si deve rendere inefficace. Tanto più quando si tratta di un nemico così diffuso, pervasivo e insidioso.

L’alternativa è la reintroduzione del guardiano della soglia in un mezzo che credevamo anarchico e indipendente. Ne ho sofferto anch’io. FB e Instagram mi impediscono da tempo di mettere link a questo mio povero blog personale.
Si tratta, in fondo, di sacrificare la libertà in nome della sicurezza.
Karl Popper, intimorito dalla possibilità che in una società estremamente tollerante gli intolleranti potessero prendere il sopravvento, affermò (nel 1945, si badi bene) che “dovremmo quindi proclamare, in nome della tolleranza, il diritto di non tollerare gli intolleranti”.
Io, invece, resto dell’opinione che anziché sterminare gli untori bisognerà vaccinare le loro potenziale vittime e poi lasciare le porte aperte al caos e alle fandonie.
Chi è davvero forte resiste anche al vento della calunnia.

Fuga da Lisbona

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Sono stato rapito da Lisbona tra la fine degli anni ’80 e l’inizio degli anni ’90.
La prima volta ci sono stato poco prima dell’incendio del Chiado che cominciò a segnare un cambio e un ammodernamento della facciata della città.

Confronto i miei diari con le notizie della rete e ricostruisco che era l’88. Mi trovavo a Madrid per scrivere i primi capitoli della mia tesi di laurea e un bel giorno decisi di concedermi una vacanza dalla baldoria e dai bagordi turistici della movida spagnola. Pochi anni dopo, io e i miei amici degli ASA (Abusivi Spazi Acustici), avremmo cantato: “Fuggirò a Lisbona / Mi verranno a cercare”…
Arrivai alla Estação do Oriente di mattino presto, in pullman, ed ebbi subito l’impressione di trovarmi altrove. L’Europa, dopo gli anni ’70, stava diventando tutta uguale: stessi negozi, stesse metropolitane, medesimi centri commerciali e stessi manifesti pubblicitari a imbrattare i muri e le menti. Ma il Portogallo no, il Portogallo nella sua dignitosissima povertà non era così, si trovava altrove e ti faceva sentire in un posto differente da tutto il resto che veniva prima e dopo. Eri arrivato alla fine dell’Europa e di fronte all’estremo del fronte occidentale, e lo sentivi anche nell’aria che respiravi. Nessuno fuori da Lisbona e zone collegate conosceva ancora i Madredeus, e Wim Wenders non aveva messo ancora mano a Lisbon Story. La città non era stata ancora invasa da catene di fast food e multisale. Ogni quartiere aveva una sua personalità ben definita e i bar, le librerie e le salumerie erano popolate da persone del posto che erano in confidenza con i proprietari. Di turisti ce n’erano ben pochi; tanto più in comparazione con le orde di stranieri che assalivano Madrid.

Ci sono tornato più di una volta in Portogallo, fino al ’94, poi ho cominciato ad avvertire che qualcosa stava cambiando: i tram e i ristoranti erano affollati di stranieri (me compreso, of course), aumentavano i discopub e spuntavano dappertutto finti locali tipici dove ascoltare il fado, bere una bica, seguire le orme di Tabucchi, immaginarti Pessoa o mangiare pastéis de nata tra copas de moscatel e azulejos.
Quell’anno a Lisbona mi sono anche innamorato di un amore che mi ha fatto parlare portoghese per più di dieci anni, ma in Portogallo non ci sono più tornato. Avevo paura di confrontarmi con i miei ricordi.
Oggi leggo che Lisbona è una delle città più gentrificate d’Europa e del mondo. Sento parlare di una città e di un Paese invasi da capitali stranieri. È scoppiato il Lisboom e il Portogallo non sarà di certo più lo stesso, non sarà se stesso e sarà lo stesso di tanti altri luoghi di questo piccolissimo villaggio globale.
Neanche io sono più lo stesso, ma sono assalito da una profonda nostalgia che ha il sapore dolce e salato delle acque del Tago e delle lacrime compiaciute e strazianti di un fado suonato in un localaccio del Bairro Alto. Se non avessi paura delle parole maiuscole parlerei di Sehnsucht e di Saudade.

‘O pizzo bbuono, ‘i scelle rotte e ‘i cosce chiene ‘e lota e zuzzimma

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‘Nu paese co’ pizzo bbuono e ‘i scelle rotte.
Questo siamo diventati.
Sempre pronti a mettere il becco nei piatti migliori e nelle discussioni più ardite; ma ce mancano ‘e scelle, non abbiamo ali buone per buscarci da soli il cibo e per raggiungere le fonti per abbeverarci e toglierci la sete senza intossicarci e sprofondare dalla mala vita di oggi alla vita peggiore di domani.

L’acqua che c’è intorno è scarsa, stagnante e imputridita. Ma noi ci sguazziamo dentro e continueremo a berla fino al prosciugamento totale dello stagno, del regno e del regio lagno. Come se non ci fosse un domani e come se ci importasse poco o niente di questa nuova generazione di papere edoniste e starnazzanti che stentano a mantenersi a galla mentre si imbellettano le piume e blaterano di supremazia dell’Occidente strombazzando valori e tradizioni che conoscono poco e non preservano per nulla.

‘Nu paese co’ pizzo bbuono e ‘i scelle rotte, cu poca acqua e tanti papere ca nun galleggiano ma fanno sulo qua qua qua, senza mettere ‘a capa afora e senza faticà.
‘Nu paese sprufunnato int’a lota, senza uocchie pe’ chiagnere e cosce pe’ correre o pe’ cammena’, ma cu ‘na lengua longa longa bbona sulo pe’ fa chiacchiere e p’alleccà.
‘Nu paese ca’ se sta sfascianno juorne pe’ juorne mmiezzo ‘a scemità, quaquaraquà e taluorne.

Insomma, el agua es poca y el pato no flota (además de tener el pico bueno y las alas rotas), ma s’avessa ‘mparà a galliggià o a vulà, sta papera, pecché si no nun se va annanze e cca fernesce tutto cose senza ca nasce primma ‘nu munno meglio ‘e chisto che amma scurtecato, sfrantummato e sfrarecato comme si ‘o fatto nun fosse ‘o nuosto. Ate ca storie!

P.P.P.

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succhiate
la polpa
l’osso
e il midollo
di ogni giorno

lasciatevi
alle spalle
un passato
che sia valso
la pena
di vivere

non fatevi
distrarre
dalla neve
dai bagliori
e dai sepolcri
imbiancati
pieni di ossa
scricchiolanti
e cadaveri
impudriditi
ma ripassati
a lucido
ogni santo giorno
ed ogni santa notte
che il padreterno
un satanasso
o chi per lui
o per esso
ci mantiene
in questa terra
dilaniata dall’odio
dall’ingordigia
e dalla guerra

.

..

tutto potrebbe essere
molto più bello di così

Il rischio di essere felici, ma anche un po’ malinconici

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Da ieri mattina risuonano tra le pareti di casa mia le note di “Ogni giorno rischio di essere felice”, l’ultimo cd dei Letti Sfatti, gruppo nato negli ormai lontani anni ’90 in quelle terre a Nord di Napoli che sono anche le mie terre. Oggi i Letti Sfatti sono un duo formato dal chitarrista e multistrumentista Jennà Romano e dal batterista e percussionista a tutto tondo Mirko Del Gaudio. Ma si tratta di un duo aperto agli incontri artistici più svariati e stimolanti (la musica popolare di Patrizio Trampetti, il teatro canzone di Peppe Lanzetta, il pop d’autore di Tricarico, il jazz rock dei Napoli Centrale e di Franco Del Prete, il Neapolitan power dei Tiempo Antico, lo sperimentalismo di Pasquale Di Resta, il virtuosismo suggestivo del compianto Fausto Mesolella, le parole esatte di Erri De Luca…, ma anche felici incursioni nella musica per ottoni, nel teatro e nelle cover d’autore – dalla versione napoletana de “Il Vino” di Piero Ciampi a “Stella di Mare” di Lucio Dalla suonata con un bouzouki greco).

In gran parte avevo già avuto modo di sentire in anteprima la maggior parte dei brani di questo cd prima della masterizzazione finale, e sento confermate tutte le buone impressioni che avevo avuto al primo ascolto.
Dalla sua tana di provincia (uno studio ben attrezzato e ricco di strumentazioni digitali e analogiche e strumenti tradizionali, vintage o reinventati), Jennà Romano mi aveva già preannunciato che questa sarebbe stata solo la prima parte di un progetto artistico concepito in due volumi (l’uscita della seconda parte è prevista per novembre di quest’anno), un progetto in cui si era messo personalmente in gioco senza preoccuparsi delle regole di un mercato musicale sempre più asfittico e raccogliticcio; un progetto di ricerca compositiva ed esecutiva fuori dalle righe e dalle regole, suonato con “strumenti veri”, che in più di un punto rievocano un sound anni ’70-’80 (il tempo in cui i musicisti si chiudevano in uno studio e ricercavano un suono che li contraddistinguesse, senza affidarsi a loop e basi preregistrate); un lavoro lento e impegnativo, ben riassunto dalla lumaca che percorre l’asfalto che campeggia sulla copertina del cd.
La lumaca è un animale saggio che costruisce in solitudine la casa che porta sulle sue spalle; ma ad un certo punto si rende conto che il suo guscio sta raggiungendo la taglia massima in rapporto alle proprie dimensioni e comincia gradualmente a rallentare, fino a che non decide di fermarsi e di dedicarsi esclusivamente alla riparazione di eventuali scalfiture o rotture di quella casa-conchiglia che la protegge dai predatori e dalle insidie dell’ambiente circostante. E come la lumaca, Jennà Romano mi ha raccontato di essersi rinchiuso nel suo guscio/studio/sala di incisione per dare voce allo stato d’animo che stava vivendo a seguito di vicende private e personali che è superfluo raccontare qui nei dettagli, ma che sono in buona parte rappresentate nelle tracce di questo lavoro che lui stesso definisce “emotivo” ed “umorale”.

L’album si apre con una “serranda” che si chiude. Un brano di forte impatto, con un arrangiamento essenziale e ricercato che per un breve intervallo cita anche “Brown Rice” di Don Cherry (vediamo chi scopre in quale punto della canzone viene rievocato l’immaginifico trombettista di Oklahoma…). Su un tappeto di una serrata chitarra ritmica, del sapiente drumming di Mirko Del Gaudio e del sostegno armonico del Rhodes di Filippo Piccirillo, entriamo subito nell’atmosfera del cd con sguardi che sembrano serrande e diventano muri di incomunicabilità.

La seconda traccia si chiama “Acquaragia” e comincia con i toni intimistici di un canto accompagnato da arpeggi di chitarra e qualche effetto d’amosfera, ma poi irrompe un accattivante giro di basso che fa cambiare clima al brano e ne fa un blues riflessivo e contemporaneo: “Ahi, agliagliagliai, / quante cose avrei se fossi meno onesto. / Ahi, agliagliagliai, / Quante cose avrei se fossi meno disonesto.”. Poi un nuovo cambio umorale e il canto si fa di nuovo disteso, quasi lisergico: “Ti do un’idea, avvelenami, / farò finta che sia grappa / questa acquaragia / e poi dammi una sigaretta, / anche se non fumo. / Fammi accendere, / anche se non fumo”.

Lei balla il mambo” è l’unico brano non inedito dell’album, ma lo ascoltiamo in un bellissimo riarrangiamento che si avvale della riorchestrazione per ottoni del Maestro Domenico Brasiello che aggiunge malinconia e conferisce un certo “Latin tinge” a questa canzone di Jennà Romano che nel 2012 era stata registrata anche da Patrizio Trampetti nell’album “Qui non si muove mai niente”.

Mi piace” è uno dei brani più intimi (e più belli) dell’album e Jennà se lo suona tutto da solo (voci, chitarre, basso, minimoog), intervallandolo con lunghe pause e sospensioni, fino a quando il canto e la musica si interrompono del tutto e restano là, volutamente sospesi sul verso finale: “Mi piace smettere all’improvviso”.

L’amore è uguale per tutti” è una struggente canzone dedicata a un amore già finito, destinato a finire o a trascinarsi “per inerzia o per dolcezza”, come tutti, come tutto. Su un tappeto di corde, la batteria di Mirko irrompe in chiave espressionistica su un testo che ha dentro una disperazione travestita da un cinismo che mi fanno pensare a Luigi Tenco, a Bindi, a Brassens, al primo De André e, soprattutto, a Piero Ciampi, che per i Letti Sfatti è una sorta di nume tutelare maledetto e malinconico.

La gratitudine” è probabilmente la canzone dalla struttura più tradizionale di tutto l’album, ma la sua coda strumentale affidata al sax soprano di Mario Lupoli è splendida e insinuante. Inoltre, il suo ritornello potrebbe farla diventare una sorta di canzone-sigla dei concerti dei Letti Sfatti: “E ringrazio te, che mi sai ascoltare. / E ringrazio te, che mi sai capire, / senza udire le parole, che io non ti so dire.”

Una strada”, che so essere una sorta di lettera che Jennà ha dedicato al padre recentemente scomparso, è la canzone di “Ogni giorno rischio di essere felice” che mi suona più “vintage”. Per un attimo ho avuto l’impressione di star ascoltando la prima PFM. Anche se poi, come accade spesso nelle tracce di questo album, il brano prende un’altra inaspettata direzione. Come la vita. Un pregio di cui possono fregiarsi pochi brani di musica pop o della cosiddetta canzone d’autore italiana, infettati come sono dal morbo della più assoluta prevedibilità. “La vita è fatta ad angoli / e gira sui suoi spigoli. / Le curve sono ripide / per inseguire te. / È un mondo senza limiti / che accelera nei vicoli, / si ferma in una strada / che non porta più da te…”

Nell’ultima traccia, intitolata “Stelle comete“, Jennà torna a fare tutto da solo. Salvo l’incipit di una sola strofa (6 versi in tutto) il brano è un suggestivo strumentale che chiude malinconicamente e magnificamente il CD. “E chissà se domani / ci sarà più domani / quando dentro i tuoi occhi / avrò perso anche i miei…”.

Cala il sole ad Occidente

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Dove dico alcune cose in cui credo abbastanza usando un tono antipatico à la Diego Fusaro (sperando che da queste parti siate in pochi a conoscerlo, il Fusaro, e in pochissimi ad ammirarne le reboanti doti argomentative e retoriche)

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Prima premessa: questa è una riflessione del tutto inadatta a una lettura sui social.
Seconda premessa: si tratta di pensieri che nascono da sensazioni e riflessioni che cercano il tempo adeguato per strutturarsi, ma, nel mentre, comincio a buttarli qui in modo grezzo, anche a mo’ di appunto (la rete è diventata ormai la nostra memoria e io, personalmente, da un certo periodo in poi, non ho più nei cassetti block notes pieni di parole, ma solo cianfrusaglie, cavi e caricabatterie). Inoltre, lasciando qui le mie riflessioni, immagino che qualcuno possa fermarsi a leggere e possa aggiungere nuovi spunti o peritarsi di confutare le mie tesi, mostrandomi quanto io sia “despistado”, fuori strada o lontano dalla realtà dei fatti.

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Parto dalla mia vita quotidiana.
A scuola sento dire sempre più di frequente che ci troviamo di fronte alla peggiore generazione di adolescenti che abbiamo mai avuto tra i nostri banchi. Chiaramente può essere una questione prospettica dovuta all’invecchiamento della classe docente italiana che fa aumentare il divario tra docenti e discenti. In fondo, i vecchi hanno sempre visto i giovani come una copia degradata di se stessi. Ma io ho la sensazione che, in questo caso, ci sia anche dell’altro.
Per farla breve, credo che probabilmente non abbiamo la peggiore generazione di adolescenti che abbiamo mai avuto; probabilmente abbiamo i peggiori padri ed anche i peggiori maestri; o, quanto meno, abbiamo (siamo!) i maestri e i padri più sbandati, sfiduciati e privi di certezze che ricordi la storia del fronte occidentale. (E, si badi bene, non mi riferisco solo ai padri del 2000, ma anche a quelli dello scorso secolo, sebbene nel terzo millennio il potere di diffusione e di amplificazione del villaggio globale e del neoliberismo turbocapitalista sembrino aver accentuato certi fenomeni).
Abbiamo abbattuto il sistema valoriale preilluministico senza riuscire a sostituirlo con quello illuministico; intenti come eravamo ad assurgere a valore primario (quanto non unico e assoluto) il possesso ed il consumo dei beni materiali (a qualunque prezzo e a qualunque costo), e questo, ora, ci fa sentire smarriti di fronte a una crisi economica che ci sta togliendo sotto i piedi le fondamenta su cui avevamo basato la nostra costruzione di senso.

A volte, nella storia, capita che manchi un raccordo tra le vecchie e le nuove generazioni. Lo aveva notato anche Gramsci agli albori della fascistizzazione dell’Italia in una celebre pagina dei “Quaderni dal Carcere” (scritti, è il caso di ricordarlo, tra il 1929 e il 1935).

Nel succedersi delle generazioni (e in quanto ogni generazione esprime la mentalità di un’epoca storica) può avvenire che si abbia una generazione anziana dalle idee antiquate e una generazione giovane dalle idee infantili, che cioè manchi l’anello storico intermedio, la generazione che abbia potuto educare i giovani.
Tutto ciò è relativo, s’intende. Questo anello intermedio non manca mai del tutto, ma può essere molto debole «quantitativamente» e quindi materialmente nell’impossibilità di sostenere il suo compito. Ancora: ciò può avvenire per un gruppo sociale e non per un altro. Nei gruppi subalterni il fenomeno si verifica spesso e in modo più grave, per la difficoltà, insita nell’essere «subalterno», di una continuità organica dei ceti intellettuali dirigenti e per il fatto che per i pochi elementi che possono esistere all’altezza dell’epoca storica è difficile organizzare ciò che gli americani chiamano trust dei cervelli.” (Antonio Gramsci, Quaderno 15, § 66.)

In questo vuoto, la rete e i manipolatori della rete stanno supplendo alla mancanza di un anello di congiunzione generazionale con messaggi e slogan facili, “parole d’ordine” che puntano alla pancia di un popolo di (e)lettori privi di fondamenta. Per affermare il loro potere, cercano (e trovano) capri espiatori su cui sfogare le frustrazioni di una società in dissesto ed offrono scorciatoie che non tengono conto dei diritti umani e dei principi di libertà, di uguaglianza e di solidarietà che sono stati pilastri e punti di riferimento della nostra cultura.

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Una rassegna di pietre miliari.
É come se fossimo in prossimità del capolinea di una progressivo smantellamento dell’umanesimo occidentale fondato sui principi di fratellanza e cooperazione umana e segnato da pietre miliari di questa “envergadura” (“envergadura” è una parola spagnola che vuol dire “apertura alare”, “rilevanza, “importanza” e non riesco a trovarne una migliore per questo contesto):

– “Noi rispettiamo e veneriamo chi è di nobile origine, ma chi è di natali oscuri, né lo rispettiamo, né l’onoriamo. In questo, ci comportiamo gli uni verso gli altri da barbari, poiché di natura tutti siamo assolutamente uguali, sia Greci che barbari. Basta osservare le necessità naturali proprie di tutti gli uomini […] nessuno di noi può esser definito né come barbaro né come greco. Tutti infatti respiriamo l’aria con la bocca e con le narici.” (Antifonte, V secolo a.C.)

– “Homo sum, humani nihil a me alienum puto.” (Sono un essere umano, niente di ciò ch’è umano mi è estraneo). (Terenzio, “Heautontimorùmenos“, v. 77, 165 a.C.)

– “Ama il prossimo tuo come te stesso.” (Matteo 22, 37-40, ma anche Marco 12, 29-31)

“Non c’è giudeo né greco; non c’è schiavo né libero; non c’è maschio e femmina, perché tutti voi siete uno in Cristo.” (Lettere di Paolo di Tarso ai Gàlati 3, 26-29)

Bandita la giustizia, che altro sono i regni se non grandi associazioni di briganti? Le bande di briganti non sono forse dei piccoli regni?” (Agostino da Ippona, De Civitate Dei, IV, 4, V secolo d.C.)

– “È impossibile che l’animo di un uomo possa rientrare totalmente sotto la giurisdizione di un altro; nessuno […] può alienare a favore d’altri il proprio diritto naturale, inteso qui come facoltà di pensare liberamente e di portare il proprio giudizio su qualsiasi argomento […]. Di conseguenza, viene considerato oppressivo quel governo che pretende di opprimere gli animi; e si ritiene che l’autorità sovrana faccia violenza ai sudditi e usurpi i loro diritti quando vuole dettare a ciascuno ciò che dev’essere abbracciato come vero e respinto come falso, e quando vuole stabilire da quali credenze l’animo dei singoli debba essere mosso nella devozione verso Dio: pensieri e sentimenti, questi, che sono patrimonio di ciascuno e a cui nessuno potrebbe rinunciare, anche volendolo.” (Baruch Spinoza, “Trattato teologico-politico”, cap. XX, 1670)

“Se infatti dobbiamo prestare fede al vangelo e agli Apostoli, nessuno può essere cristiano senza carità e senza la fede che agisce con l’amore, non con la forza. Ora, forse quelli che con il pretesto della religione perseguitano, torturano, riducono in miseria e uccidono gli altri fanno tutto ciò da amici benevoli?” (John Locke, Lettera sulla tolleranza, 1685)

– “L’ineguaglianza, quasi inesistente nello stato di natura, […] diviene infine stabile e legittima con l’istituzione della proprietà e delle leggi.
Il primo uomo che, avendo recinto un terreno, ebbe l’idea di proclamare questo è mio, e trovò altri così ingenui da credergli, costui è stato il vero fondatore della società civile. Quanti delitti, quante guerre, quanti assassinii, quante miserie, quanti orrori avrebbe risparmiato al genere umano colui che, strappando i pali o colmando il fosso, avesse gridato ai suoi simili: «Guardatevi dall’ascoltare questo impostore; se dimenticherete che i frutti sono di tutti e che la terra non è di nessuno, sarete perduti!»” (Jean Jaques Rousseau, “Discorso sulle origini della disuguaglianza fra gli uomini“, 1754)

– “Chi è pronto a mettere in discussione le proprie libertà fondamentali per acquistare qualche briciola di sicurezza non merita né la libertà né la sicurezza.” (Benjamin Franklin – Da un discorso tenuto davanti l’assemblea legislativa dello Stato di Pennsylvania nel 1755)

– “[…]
nessun cittadino sia tanto ricco da poterne comprare un altro, e nessuno tanto povero da essere costretto a vendersi […]” (Jean-Jacques Rousseau, “Il Contratto Sociale”, II, 11, 1762)

“Liberté, Égalité, Fraternité.” (1798)

– “La libertà consiste nel potere di fare ciò che non nuoce ai diritti altrui.” (Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo e del Cittadino, 1789)

– “Da ciascuno secondo la sua capacità, a ciascuno secondo il suo bisogno.” (Critica al programma di Gotha, Karl Marx, 1875)

– “Nessun individuo può riconoscere la sua propria umanità né per conseguenza realizzarla nella sua vita, se non riconoscendola negli altri e cooperando alla sua realizzazione per gli altri. Nessun uomo può emanciparsi altrimenti che emancipando con lui tutti gli uomini che lo circondano. La mia libertà è la libertà di tutti, poiché io non sono realmente libero, libero non solo nell’idea ma nel fatto, se non quando la mia libertà e il mio diritto trovano la loro conferma e la loro sanzione nella libertà e nel diritto di tutti gli uomini miei uguali.” (Michail Bakunin, Stato e anarchia, 1873)

Cerco, magari un po’ forzando, una linea comune che tenga insieme l’umanismo di Terenzio con il cristianesimo di Paolo di Tarso, con Spinoza, con gli illuministi, con Hegel, Marx e Bakunin. Non sto parlando di “una grande chiesa / che passa da Che Guevara / e arriva fino a Madre Teresa” (dio, se c’è, me ne scansi e liberi, che, se no, penso io a liberarmene). Sto parlando dei principi fondanti della civiltà occidentale al fine di osservare come l’abbattimento (o anche l’assopimento) di questi principi ci tenga in bilico tra l’edonismo narcisistico e il fondamentalismo delle bombe. Due estremi ugualmente infecondi e, tendenzialmente, suicidi.
Se la società civile francese avesse saputo far riconoscere i figli degli immigrati nei principi di libertà, solidarietà e uguaglianza, non avremmo avuto gli attentati stragisti nella sede del Charlie Hebdo e nel Teatro Bataclan (tanto per citarne solo due avvenuti in luoghi simbolici della cultura e della way of life occidentale). Ma, ancor di più, avremmo potuto evitare di covare in seno all’Occidente il fondamentalismo delle seconde generazioni, se di mezzo non ci fosse stato un colonialismo che ha fatto entrare in contraddizione e reso poco credibili questi principi per rincorrere il possesso dei beni materiali dentro e fuori dai confini europei.

Canto dei Sanfedisti
(canto tradizionale napoletano)
So’ venute

li Francise,

ati tasse

‘nc’hanno mise

Liberté, egalité…

tu arruobbe a ‘mme

je arrobbo a ‘ttè…

Sona sona

sona Carmagnola

sona li cunzigli

viva ‘o rre

cu la Famiglia.

Son venuti

i Francesi

e ci hanno imposto

altre tasse

Libertè, egalitè…

tu rubi a me,

io rubo a te!

Suona, suona

Suona la Carmagnola

suonano i “consigli”:

viva il re

con la famiglia!

Lezioni di ipocrisia che hanno contribuito a svalutare i principi fondanti di chi pretendeva di mettersi ex cathedra a impartire lezioni di democrazia.
Insomma, la mia impressione è che la cultura occidentale, dopo la rivoluzione francese, abbia saputo abbattere i valori dello status quo ante; ma non sia riuscita a ricostruire un sistema di valori nel sentire dei suoi cittadini; fosse anche un sistema basato sulla mancanza del pensiero unico e sul diritto di esprimere le proprie idee in piena libertà e in piena libertà poter criticare quelle altrui. Forse, questa possibilità di vivere la propria vita senza imporre ad altri la propria ideologia è il messaggio più forte che l’Europa può dare al resto del mondo globalizzato. Ma è un messaggio che, per sua natura, non può essere imposto a nessuno, ma solo proposto. E invece siamo già qui a barattare la libertà con la sicurezza e a chiedere le solite leggi speciali; mentre, nel mondo fuori di qui, continuiamo a smerciare democrazia e offrire repressione per poi riempirci la bocca di diritti e perpetrare le leggi dello sfruttamento dell’uomo sull’uomo.

E qui, sia chiaro, uso la Francia come una metonimia di tutto un ampio Occidente che continua a pretendere di esportare il suo modello di sviluppo, senza preoccuparsi di preservare in patria i valori su cui si basa la sua storia né di concepirne di nuovi, più adeguati a dare risposte ai punti più critici del nostro presente.
Consideriamo, per esempio, quanta scarsa attenzione abbia avuto la cultura occidentale per la salvaguardia dell’ambiente, impegnati come eravamo a dominare la natura e a consumare territorio per affermare la nostra volontà di potenza e il desiderio infinito di crescere, espandere il capitale, depredare la natura e il prossimo.

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Un finale affrettato.
In questa mia soggettiva prospettiva, l’Occidente (e, segnatamente, il versante europeo dell’Occidente) ha un futuro se riuscirà a tenere fede ai principi che sbandiera e se, nel contempo, sarà capace di affermare codesti principi nel rispetto della Madre Terra in cui tutti dobbiamo necessariamente convivere. Non se continua a cercare capri espiatori negli immigrati neo-arrivati o nei rom che sono qui dai tempi dei tempi. E neanche se cerca di rincorrere il capitalismo cinese cancellando i diritti acquisiti e continuando a rincorrere uno sfruttamento incessante e predatorio del territorio e degli uomini.
Abbiamo bisogno di un nuovo umanismo ed anche di nuove utopie, e abbiamo bisogno di un modo e di uno spazio per diffonderle queste utopie, visto che qui in rete predominano le emozioni sui ragionamenti e tutto si appiattisce in un nulla indistinto e privo di senso (a meno che non consideriamo senso la quantità di clic e la manipolazione delle scelte e dei consensi dell’utente/cliente-elettore).

Daniele Sepe, algo más

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Relativamente a quello che è diventato oggi il mondo del mercato discografico (uno spazietto di nicchia per ascoltatori impenitenti) e considerando che fondamentalmente si tratta di un album di jazz, “The cat with the hat“, l’ultimo lavoro di Daniele Sepe, sta avendo un meritato successo di vendite; ma non si tratta del suo prodotto discografico migliore.
O forse sono io che ero troppo carico di aspettative tenendo in considerazione i grandi musicisti che ci avrebbero suonato (cito solo i tre non-napoletani più celebri: Roberto Gatto, Stefano Bollani e Hamid Drake) e pensando ai riferimenti a Gato Barbieri (cui l’album è dedicato) ed all’annuncio che ci sarebbero state delle reinterpretazioni del mio tango preferito di sempre,”Naranjo en Flor”, e di uno dei brani totem di Charlie Haden, “Song for Che“.

Invece, mi pare di stare di fronte a un bel progetto in bilico tra il jazz di “A Note Spiegate” e le reinterpretazioni della tradizione contenute in “Te lo ricordi Víctor Jara?“, “Vite Perdite“, “Spiritus Mundi” ed in altri capi d’opera dell’eclettico maestro napoletano (quando si parla di lui parlare di eclettismo o di “zappismo” è diventato d’obbligo tra i recensori, e non voglio esimermene nemmeno io); ma il progetto non decolla, pur presentando punte di altissimo livello.

Daniele Sepe - Cover dell'album in vinile

L’apertura del disco con “La Partida” di Víctor Jara è folgorante ed è un segno di quello che avrebbe potuto essere questo disco. Si parte con la tradizione (il charango di Roberto Trenca e la quena di Roberto Lagoa), ma presto irrompe il suono lacerante del sax tenore e sembra davvero di risentire i graffi sinuosi e insinuanti di Gato Barbieri. Davvero bello. Ed è piaciuto anche alla piccola che ripeteva ad ogni irruzione del sassofono: “Mi piace questo risveglio”.
Però poi arriva una versione troppo quadrata e un po’ confusa di “Song for Che” che non sta al passo con quanto avevamo sentito con la Liberation Music Orchestra, con Ornette Coleman o con successive e più raccolte interpretazioni di Charlie Haden (mi verrebbe da dire che il free non si improvvisa).
E si va avanti così, tra vette interpretative (come “Canzone appassiunata“, “Los ejes de mi carreta” e gli incipit di “Nunca más” e “Io non canterò alla luna“) e cadute di tono e di tensione interpretativa e narrativa. In più di un caso, mi pare di stare di fronte a brani che nulla tolgono e poco aggiungono agli originali. Ma io volevo di più, anche perché “l’eclettico” ad altro ci aveva abituato (anche se lui, personalmente, invecchia meravigliosamente e suona sempre meglio; di certo gli hanno giovato le tournée con Bollani e con Gatto ed il confronto a tu per tu sul palco con fiatisti del calibro di Nico Gori).

Ma perché far cantare alla voce esile di Roberto Lagoa un brano che era stato magistralmente interpretato dalla voce potente e irraggiungibile di Roberto “El Polaco” Goyeneche? Io ne avrei fatto uno strumentale. Anche perché la voce graffiata e straziante e i “rubato” del Polacco erano quanto di più vicino si possa immaginare al sax di Gato Barbieri. E io questo mi ero immaginato, e con simili pregiudizi mi sono avvicinato a questo disco che mi sento comunque di consigliarvi vivamente. (Però poi sentitevi pure il resto della discografia di Sepe, “Capitan Capitone” included!)