Plata o Plomo – Sponsor inconsapevoli della mala vida

Tag

, ,

Post moralistico ma non troppo

Vedo orde crescenti di adolescenti e preadolescenti indossare magliette, felpe e cappellini con scritte inquietanti che ammiccano alla criminalità e al traffico di stupefacenti, tipo: Narcos, Pablo Escobar, Cartel de Medellín, Cocaine, Pusher, Plata o Plomo, che letteralmente significa Argento o Piombo, ma, nei fatti, corrisponde a una più violenta e assonante versione del nostrano “O la borsa o la vita”. Tipo: mi dai i tuoi soldi o preferisci prenderti il piombo delle mie pallottole?

Le vedo, le vedo crescere queste orde di sponsor inconsapevoli dei narcotrafficanti e della mala vida; le vedo crescere a fiotti, a mucchi e a ondate, e mi chiedo se i loro genitori si rendano conto di cosa ci sia stampato in petto (o sulla schiena e sulla fronte) degli abiti con cui i loro figli vanno in giro orgogliosi. Non escludo neanche la possibilità che in qualche caso siano le loro stesse madri (o i papà, o i nonni e gli zii) a comprare quegli attraenti indumenti (quasi sempre tinti di nero; che affina, è elegante e va bene su tutto, come il ketchup, il Movimento Cinque Stelle, le mascherine e la maionese). Immagino che comprino le loro oscure magliette in qualche centro commerciale o su una traballante bancarella del mercato affollata di gente in cerca di affari e di pezzi unici; pezzi unici che – sia chiaro – sono unici come quelli di tutti gli altri. E mentre vedo, intravedo e immagino, me li prefiguro tutti in fila che avanzano come zombie nerovestiti in cerca di una dose. Tutti con un coltello in tasca pronto per l’uso. Ché in questa giungla devi imparare a difenderti da solo e da solo devi saperti prendere quello che è tuo e quello che vuoi tuo perché sì.
THE WORLD IS YOURS!
Argento o piombo.
Tutti strafatti di cocaine made in Medellín. Per stare sempre de puta madre e sentirsi forti e potenti come Pablo Escobar.



(A volte chiedo espressamente ai ragazzi così abbigliati se sappiano che realtà rappresentino quelle scritte che imperversano sulle loro maglie; ma ricevo quasi sempre silenzi o risposte evasive. I pochi che farfugliano qualcosa, fanno riferimento a serie televisive alla moda e sostengono, col cuore gonfio di orgoglio, che si tratta di storie mozzafiato, con gente gasata e fica e ambientazioni più avvincenti e coinvolgenti dei quartieri squallidi e ordinari di Gomorra o di Suburra. Tutta roba che gira su Netflix, su Prime, su SkyTV.)

Cerco di farmene una ragione. Mi dico che è solo una moda. Un trend per vendere a caro prezzo magliette di scarsa qualità. Mi dico che, in fondo, anche ai miei tempi c’era chi portava t-shirt con su scritto The Godfather o Il Padrino… O Al Pacino Scarface, un prototipo sempre alla moda.

In fondo, a 15 o 16 anni è normale avere voglia di trasgredire e uscire dagli schemi, mi dico. A 15 o 16 anni (o giù di lì) chiunque, di qualunque generazione, rischia di cadere nella trappola di chi omologa la sua voglia di trasgressione, fa mercato della sua vita e lo fa abboccare come un pesce al suo amo.
Dopo, con l’avanzare dell’età, …sarà lo stesso.
O pure peggio. Mi dico. E vado a cercarmi la mia XL su Amazon.
¿Plata o plomo?

Indicativo presente, passato e futuro

Tag

,

Coniugazioni brevi in tre tempi

Passa il tempo passa e ti consuma
Legno intorno a legno di matita
Passa passa la vita e lascia un segno
che forse qualcuno dopo raccoglierà

*Al passato*
Io arrivai
Tu sorridesti
Lui si alzò
Noi ci guardammo
Voi vi salutaste
Loro immaginarono

*Al presente*
Io devo
Tu bevi
Egli deve
Noi dobbiamo
Voi andate
Loro guardano

*In futuro*
Io verrò
Tu berrai
Lei vedrà
Noi ci saluteremo
Voi brinderete
Loro capiranno

Ma se ne staranno
in silenzio a vederci
sconiugati

San Pasquale, le donne, le ostie, i greggi e lo zabaione

Tag

,

Vida, milagros y culto de San Pascual Baylón

Oggi, 17 maggio, la chiesa, la tradizione e il culto cattolico celebrano San Pasquale Baylon, il frate francescano nato e morto in Spagna nel giorno della Pentecoste (1540-1592).
Era di origini umilissime, Pascual Baylón Yubero; un piccolo pastore di pecore, diventato, in piena controriforma, pastore di anime e strenuo difensore del principio della presenza reale del Cristo nel sacramento eucaristico, che si voleva incarnato in ogni consacrazione attraverso le parole  pronunciate dal sacerdote durante la messa. La fede incrollabile nella parola (“in principio era il verbo”) che Pascual aveva il bel coraggio di andare a sostenere fin dentro le case dei calvinisti francesi.

Oggi, però, San Pasquale, più che come patrono dei pastori e difensore dell’eucarestia, viene ricordato come protettore delle donne in attesa di un figlio o di un marito che non arriva.
Ma da dove viene questa novella specializzazione verso il mondo femminile?
È possibile che questo ruolo di santo sostenitore di donne insoddisfatte si sia sedimentato nella prima metà del ‘700, circa cento anni dopo la sua canonizzazione, proprio qui a Napoli e dintorni; da dove io scrivo ora.
Pare che Don Carlo III di Borbone e sua moglie Doña Maria Amalia di Sassonia, visto che non riuscivano a dare un erede al Regno delle Due Sicilie, si rivolsero a un tale frate Serafín de la Concepción, e pare che questi consegnò ai monarchi una reliquia del santo spagnolo-aragonese. Passarono solo cinque giorni e già la regina sentì tre piccoli colpi nel ventre: poco meno di nove mesi dopo sarebbe nato il sospirato erede, il primo di 13 borboncini.
Tuttavia, come osserva il mio amico Pasquale Vergara, è molto più probabile che questo Pasquale Bailonne protettore delle donne sia scaturito dalla facilità della rima in –onne, più che dai problemi di proliferazione dei re Borboni.

Infatti, nel sud Italia c’è tutto un affastellarsi di invocazioni e formulette magico-miracolistiche al santo in cui risuonano rime di questo tono e suono:

San Pasquale Bailonne,
protettore delle donne,
trovatemi un marito
bianco, rosso e colorito.
Come voi, tale e quale,
o glorioso San Pasquale.

Non so quanti di voi ricordano che nel 1976 Luigi Filippo D’Amico diresse una commedia all’italiana intitolata: “San Pasquale Baylonne protettore delle donne”. Il film raccontava le peripezie di un tale Giuseppe Cicerchia, interpretato da Lando Buzzanca, che si proponeva come intermediario boccaccesco tra le donne e il santo.
Ebbene, in una scene della commedia una processione di donne canta proprio una di queste celebri invocazioni (opportunamente reinventata):

San Pasquale Baylonne,
protettore delle donne
sei il più bello de li santi,
ogni femmina accontenti.

San Pasquale Baylonne,
protettore delle donne
esaudisci le tante preghiere
di chi figli ancora non può avere.

San Pasquale Baylonne,
protettore delle donne,
facce diventà più belle
alle povere zitelle.

In America Latina, invece, la figura di San Pascual Baylón è associata soprattutto all’arte culinaria.
Fin dai tempi delle prime colonizzazioni pare che le cuoche latinoamericane si rivolgessero a lui come “santo protector de los fogones y de los accidentes en las cocinas” (santo protettore dei fornelli e degli incidenti in cucina) e lo invocassero in formule di questo tipo:

San Pascual Baylón,
báilame en este fogón.
Tú me das la sazón,
y yo te dedicó un danzón.

che traduco piuttosto liberamente:

San Pasquale Baylón,
volteggiami tra i fornelli.
Tu ci metti i mattarelli
e io ti dedico un danzón.

(Nell’originale sazón sta per condimento; mentre il danzón è un ballo di origine cubana. In ogni modo, anche qua è probabile che tante invocazioni siano scaturite da questioni di rima; come ho detto anche prima.)

Per estensione, in molti Paesi di lingua spagnola, ogni volta che si desidera qualcosa ci si può rivolgere al buon Pasquale in questi termini:

San Pascual Bailón, San Pascual Bailón,
… [Qui si dice quello che si desidera dal santo
tipo: acaba con esa destrucción
ovvero: falla finita con questa distruzione].
Si me lo concedes, te bailo un danzón
o te canto una canción”.

Naturalmente, se il desiderio si compie, è d’uopo danzare e cantare così come promesso nell’invocazione.
(Io direi di provarci.)

In Messico c’è chi assicura che rivolgendosi al nostro santo mentre si cucina (“San Pascual Bailón, ilumina mi sazón”), il piatto comincia ad assumere un aspetto appetitoso e arriva a piena cottura in tempi miracolosamente brevi.
Similmente, in Colombia, si celebra una festa danzante in suo onore nella cittadina di Monguí caratterizzata dalla formula rituale:

San Pascualito, San Pascualito,
tú pones tu granito
y yo pongo otro tantito.

D’altra parte, anche in Italia, molti ricordano San Pasquale come il protettore dei cuochi e dei pasticceri e perfino c’è chi lo considera l’inventore dello zabaione.
Una tradizione piemontese vuole che Pascual inventò questo dolce nella chiesa di San Tommaso a Torino, e, proprio per questo, i torinesi avrebbero denominato questa santa crema prima San Baylon e poi Sanbajon, fino ad arrivare all’odierno zabaione.
Un’altra versione racconta che il Nostro portò la ricetta dell’uovo sbattuto con zucchero e vino passito dalla Spagna a Napoli e consigliò alle donne di prepararla per i loro mariti al fine di rinvigorirli e predisporli alle gioie dell’amore (soprattutto quando li trovavano un po’ pigri e inappetenti).

Sia come sia, pastore, predicatore, protettore delle donne, inventore dello zabaione, cuoco e pasticciere, a me piace ricordare di San Pasquale soprattutto questa frase tramandata di monastero in monastero e arrivata a me attraverso le maglie inesauribili della rete Internet:

Nunca hay que negar el pan a nadie. Cuando hay generosidad y ganas de compartir, siempre se produce el milagro.”

“Non bisogna mai negare il pane a nessuno. Quando c’è generosità e voglia di condividere, sempre si ravviva il miracolo.”

E chesto e’.
Con tanti auguri ai Pasquali, alle Pasqualine e pure a quelli che si fanno chiamare Paco o Paquito non sapendo che in Spagna questo è un diminutivo di Francisco, di cui ho già detto altrove e non mi voglio dilungare (si fa per dire).

esperpento esperpéntico

Tag

, , , ,

Dove provo a illustrare cosa diamine sia mai l’esperpento con l’aiuto di Francis B. e di Francisco G.

#arte #goya #bacon #valle-inclán #francisbacon

Specchi che deformano la realtà per renderci più chiari e comprensibili i brividi che ci percorrono la schiena e le emozioni che ci salgono mute alla bocca come bava di lumaca.
Urla che sussurrano nuove chiavi di lettura e l’evenienza di altri mondi dentro e fuori di noi.
Deformazioni che rendono intellegibili le assurdità delle nostre esistenze ed il degrado in cui intrecciano i loro logori fili.
Riflessi di una irrealtà possibile.

Esperpento.

“Gli eroi classici riflessi negli specchi concavi danno l’esperpento. Il senso tragico della vita spagnola può darsi solo con un’estetica sistematicamente deformata.
[…] La Spagna è una deformazione grottesca della civiltà europea.
[…] Le immagini più belle in uno specchio concavo sono assurde.
[…] Deformiamo l’espressione nello stesso specchio che ci deforma le facce e tutta la vita miserabile della Spagna.”
Per ridirlo con le parole del moribondo Max Estrella nella XII scena di “Luces de Bohemia” (1920).

“Los héroes clásicos reflejados en los espejos cóncavos dan el Esperpento. El sentido trágico de la vida española sólo puede darse con una estética sistemáticamente deformada.
[…] España es una deformación grotesca de la civilización europea.
[…] Las imágenes más bellas en un espejo cóncavo son absurdas.
[…] Deformemos la expresión en el mismo espejo que nos deforma las caras y toda la vida miserable de España.”
(Ramón del Valle-Inclán, l’autore)

Ma… el esperpentismo lo ha inventado Goya

PVP

Tag

, ,

un verso un varco un arco una parola

tu non puoi sapere quanto
ho sofferto
per scavarmi dentro
un verso
che mi portasse fuori
dalla disperazione
nell’arco lungo e irto
della sua costruzione

e a volte dura una notte
che più di una vita dura
anche una parola sola
che cerca spazio
tra una parola
e una parola

un beso un arco un barco una amapola

Ovunque qualcuno fa il pane

Tag

, , ,

Di dispanità inedia e vuoti


Ovunque
qualcuno
fa il pane

Ovunque
ovunque
e ovunque

Ma non tutti
ne hanno
abbastanza
da mangiare



Ovunque
qualcuno
fa il pane

Ovunque
ovunque
e ovunque

Ma poi ci sono
quelli che
non ne vogliono
e quelli che
non ne possono
mangiare

Al Nord e al Sud
del mondo
madri disperate
perché i figli
non mangiano
si struggono
simmetricamente

simmetricamente
si struggono
e non mangiano

Comunque
ovunque
et
iniquamente

A chistu munno
chi ha avuto tanto
e chi nun tene niente
A chistu munno
tene troppo pane
chi nun tene ‘e diente
A chistu munno
sta senza pane
e chine ‘e pene
troppa gente

E je parle parle
ma nun dico niente.


In sottofondo, banale come il pane appena sfornato e sempre buono da mangiare, Erik Satie Gymnopédie n.1.


Canzone senza note

Tag

,

Di vuoti e simmetrie

A te che mi insegnasti che non ho bisogno di nessuno
A te che non ti sembrava mai abbastanza
A te
A te che mi volevi indipendente da tutto e da niente
A te
A te che mi portasti a scoprirmi e a scoprire cose che nemmeno sapevo di voler sapere

A te che mi dicesti non sai quanto vali
A te che mi tenevi a bada i coccodrilli e gli squali
A te che colpivi sempre all’incrocio dei pali
ma insegnavi lo stesso che non vengono a nuocerci tutti i danni i malvagi i malanni ed i mali

A te
Alle tue malie
ed alle tue manie
A te che non ti sembravano mai abbastanza
le mie autonomie

A te
A te di cui ora ho un immenso bisogno
che non conosce ragione rimedi o ricette esistenziali
ma solo ferite vuoti ed assenza

A te di cui non oso fare senza



A te a te e a te

A te che mi insegnasti che non ho bisogno di niente
A te che mi vedevi anche a distanza
lontano da te o persa in un’altra stanza
A te
A te che mi volevi innamorata di tutto e di niente
A te
A te che mi portasti a sentirmi e a sentire
cose che nemmeno sapevo di voler scoprire
A te che mi dicesti non sai quanti mali
volano via e si disperdono nel vento
dopo che gli metti le ali

A te
Alle tue malie
ed alle tue manie
A te che non ti sembravano mai abbastanza
le mie antinomie

A te
A te di cui ora ho un immenso bisogno
che non capisce ragione ricette o rimedi
convenzionali
ma solo ferite vuoti ed assenza

A te
A te di cui non so fare senza

Una donna d’altri tempi calata in questo terzo millennio come da un altro pianeta

Tag

, ,

Domenica, otto maggio del duemila e ventidue

Mamma, grazie, grazie mille per tutto quello che hai fatto per me da 55 anni e oltre.
Lo so, lo so, sono stato cacacazzo fin dal principio, ma ti voglio bene. Un bene dell’anima.
Grazie, grazie mille e infinite grazie, mamma, per quello che hai fatto e fai per me e per Stefania. Anche lei ti vuole bene; ma non te lo sa dire.
E poi corriamo a mille all’ora e finiamo per dimenticare le cose più importanti e le persone che ci vogliono più bene, quelle che è tutta la vita che dedicano la loro a noi. Come fosse una cosa normale. Come fosse scontato o perfino naturale. Come fosse niente e niente ci fosse da risarcire, restituire o nemmeno, solamente, ringraziare.

Corriamo a mille all’ora senza pensare alle tue ginocchia e all’udito che va a diminuire, mamma, e ti passiamo davanti senza salutare o salutando con una fretta che tu non puoi sentire, mentre raccogli in te la tua forza per continuare a mettere ordine nelle nostre vite e a cucinare, a lavare e rammendare.


Corrono a mille all’ora anche tante sofferenze inaspettate. Sorprese al rovescio che non potevi immaginare nella tua semplicità di donna d’altri tempi calata in questo terzo millennio come da un altro pianeta (a cui, comunque, a modo tuo, ti sei saputa adattare, se non proprio adeguare).


Ma oggi Stefania e io te li vorremmo ripetere tutti insieme i grazie che abbiamo dimenticato o dato per scontato (indicibile errore).
Se solo bastasse questo foglio, questo figlio o tutta un’enciclopedia e i suoi aggiornamenti in continuo divenire.
E ti auguriamo tante altre pagine colme di gioia a compenso (parziale) di tanto dolore.

Grazie, mamma.

Grazie, nonnina del mio cuore.

・・ ・・
・・・ ・・・
・・・・・・・・
・・・・・・
・・・・
・・・
・・


Tanti auguri a tutte le madri e a chiunque abbia dentro e metta fuori i suoi migliori istinti di generare, preservare e amare. Soprattutto in questi tempi cupi e distruttivi.


Rap/sodia del Primo Maggio

Tag

,

New Edition (ulteriormente ridotta, rammendata e riacconciata)

È primo maggio ed è pure domenica.
Nun tengo voglia ‘e fa niente.

Vi riciclo i miei auguri di un anno fa che riciclavano quelli di due, tre, quattro e cinque anni fa diretti a tutti coloro che il lavoro lo creano, lo fanno o lo cercano. Aggiungo le miei maledizioni per quelli che il lavoro lo distruggono, lo disprezzano o lo sfruttano.
E dedico le mie parole a chi di lavoro, pure quest’anno, è crepato.

Rap/sodia del Primo Maggio

Il lavoro mi piace
mi incanta
m’agguanta

Me ne starei ore
ed ore ed ore
davanti ad un cantiere
a guardare la gente
che fatica
suda e
travaglia

o le fimmine
che fanno
la maglia
mentre gli uomini
si allisciano la coglia
tra le pieghe
della vestaglia

È una storia antica
Chi magna
e chi fatica

La cicala
e la formica

E io che sogno
un primomaggio di lavoro
veramente intelligente
No di chi fa tanto
e di chi non fa niente
e ci guadagna pure tanto
ed eccessivamente
sulla schiena
della povera gente
che fatica suda
sfuma si sfoglia
trasuda rancore
e travaglia

Dignità e Rispetto
Lavorare per vivere
e non vivere per lavorare

Dignità Rispetto e Sicurezza
Lavorare per vivere
e non morire per lavorare

Dignità Rispetto
Sicurezza e Giustizia
Distribuire i pesi
e tutti equamente ricompensare

Lavorare bene
e nessuno il lavoro d’altri sfruttare

Aprile è stato crudele
Speriamo in un maggio migliore
Ma di speranza non vogliamo morire

E nemmeno
di lavoro
di non lavoro
o di lavorare




Grazie assai a T.S. Eliot, a Jerome K. Jerome a Enzo Del Re ed anche a me stesso per avermi dato inconsapevolmente in prestito qualche parola buona e giusta e qualche altra, di certo, un po’ meno (tra queste ultime, le mie di me medesimo, immagino).


Ernesto Cardenal, un albero piantato accanto a una sorgente di acqua pura

Tag

Beatitudini, angosce e inquietudini di un poeta mistico e rivoluzionario

“Beato l’uomo che non segue le direttive del Partito
né partecipa ai suoi meeting
né siede allo stesso tavolo di gangster e camorristi
né con i Generali nel Consiglio di Guerra
Beato l’uomo che non spia il suo fratello
né denuncia il suo compagno a scuola

Beato l’uomo che non legge gli annunci commerciali
né ascolta le loro radio
né crede ai loro slogan

Sarà come un albero piantato accanto a una fonte”

Ernesto Cardenal, “Salmo 1“, 1968

La traduzione, con qualche libertà, è mia.
L’originale faceva così (e, in verità, non c’erano i camorristi; quelli li ho aggiunti io, facendoli accomodare al tavolo con i gangster):

Bienaventurado el hombre que no sigue las consignas del Partido
ni asiste a sus mítines
ni se sienta a la mesa con los gánsters
ni con los Generales en el Consejo de Guerra
Bienaventurado el hombre que no espía a su hermano
ni delata a su compañero de colegio
Bienaventurado el hombre que no lee los anuncios comerciales
ni escucha sus radios
ni cree en sus slogans

Será como un árbol plantado junto a una fuente

Ernesto Cardenal, l’autore di questo versi da mandare a memoria e pubblicare sui manifesti e sulle bacheche di tutti i social, ci ha lasciato poco più di sei anni fa.
Aveva 95 anni vissuti densamente e con grande dignità; in coerenza con le parole della sua poesia e con la sua vita di prete, politico e teologo, impegnato nella vita del suo Paese e del mondo.
Quasi sempre vestito di bianco e con un basco à la Che Guevara in testa; come ho cercato di rappresentarlo in questo disegno digitale. Per ricordarlo, per ricordarmene.

Oltre che poeta, sacerdote e pure scultore, era uno dei massimi esponenti della teologia della liberazione e un importante esponente della rivoluzione sandinista.
Dal 1979 al 1987 è stato un illuminato Ministro della Cultura del Nicaragua e, insieme con il fratello Fernando, che nello stesso periodo era titolare del dicastero dell’Educazione, ha dato un rilevante impulso al processo di alfabetizzazione del Paese centroamericano.

Wojtyla, il papa polacco, gli proibì di amministrare i sacramenti, a seguito del reiterato rifiuto di abbandonare la vita politica e gli incarichi pubblici. Era il 1984.
Dieci anni dopo fu lui stesso, il sacerdote rivoluzionario Ernesto Cardenal, a lasciare il Fronte Sandinista di Liberazione Nazionale, in polemica con la deriva autoritaria del presidente Daniel Ortega.
Lui che negli anni ’60 e ’70 aveva combattuto contro l’oppressione e la corruzione del dittatore Somoza non poteva accettare l’oppressione, la corruzione ed il militarismo paraocchiuto di Ortega. Criticò, tra l’altro, il fatto che “más de la mitad del presupuesto del país era dedicado a la Defensa” (“più della metà del bilancio del Paese era dedicato alla Difesa”) e accusò i politici che facevano grandi fortune alle spalle della popolazione e che continuavano a chiamarsi sandinisti ma, di fatto, non lo erano per niente (“empezaron a robar, hicieron grandes fortunas que todavía las tienen y que son los que ahora gobiernan llamándose sandinistas pero no lo son”).

Nel 2019 Bergoglio, il papa argentino, revocò tutte le sanzioni canoniche che gli gravavano addosso dai tempi di Papa Giovanni Paolo II e lo reintegrò nella chiesa.
L’anno dopo, il primo marzo, Ernesto Cardenal, morì a Managua. Le sue ceneri furono seppellite in un’isola del Lago Nicaragua, dove nel 1966 aveva fondato la comunità non-violenta di Solentiname, dedita all’agricoltura, all’arte e alla meditazione.

Una vita esemplare, estranea agli apparati della chiesa e dei partiti e lontana dai tavoli dei mafiosi e dei generali. Da uomo schivo e a volte anche scorbutico. Una vita insubordinata e incline al bene comune ed al benessere di tutti e, soprattutto, degli ultimi.
Una vita ritirata, da rivoluzionario e da mistico inserito completamente e concretamente nel suo tempo; un religioso che non ignorava i progressi della scienza, della tecnologia e della matematica. Anzi, li considerava parte del tutto.

Vivimos como en espera de una cita
infinita
que nos llame al teléfono
lo Inefable.

“Coplas a la muerte de Merton”, en “Homenaje a los indios americanos”

En el principio era el Canto.
Al Cosmos él lo creó cantando.
Y por eso todas las cosas cantan.

“Segunda cantiga” en Cántico cósmico,

No había luz
la luz estaba dentro de las tinieblas
y sacó la luz de las tinieblas
las apartó a las dos
y ese fue el Big Bang
o la primera Revolución.
Palabra que nunca pasa
(“el cielo y la tierra pasarán…”)
“Segunda cantiga” en Cántico cósmico,

Si en matemáticas son infinitos los números,
los pares y los impares
¿por qué no una belleza infinita y un amor infinito?
Es una constante en la naturaleza
la belleza.
De ahí la poesía: el canto y el encanto por todo cuanto existe
.
Da “Cantiga 5. Estrellas y luciérnagas”, en Cántico cósmico

Concludo questa veloce rassegna di più mezzo secolo di versi con una poesia di Cardenal dedicata all’apparecchietto che molto probabilmente avete in mano anche voi, leggendo (come me, che sto scrivendo su uno schermo piatto). Molti sentono nei suoi versi un’eco di Ezra Pound (exteriorismo versus subjetivismo), io ci rivedo Brecht e la forza didascalica e controllata della sua indignazione contro le ingiustizie e le negligenze del mondo.

Il cellulare (la traduzione è mia)
Parli al tuo cellulare
e parli e parli
e ridi nel tuo cellulare
senza sapere come è stato fatto
e meno ancora come funziona
ma questo che importa
il peggio è che non sai
come anch’io non sapevo
che molti muoiono in Congo
migliaia e migliaia
per questo cellulare
muoiono in Congo
nelle loro montagne c’è il coltan
(oltre all’oro e ai diamanti)
usato per i condensatori
dei telefoni cellulari
per il controllo dei minerali
le corporazioni multinazionali
fanno questa guerra interminabile
5 milioni di morti in 15 anni
e non vogliono che si sappia
paese di immensa ricchezza
con popolazione poverissima
l’80% delle riserve mondiali
di coltan sono nel Congo
lì giace il coltan da un bel po’
tremila milioni di anni
Nokia, Motorola, Compak, Sony
comprano il coltan
anche il Pentagono e anche
la corporazione del New York Times
ma non vogliono che si sappia
né vogliono che cessi la guerra
per continuare a impossessarsi del coltan
bambini dai 7 ai 10 anni estraggono il coltan
perché i loro piccoli corpi
entrano nelle piccole fenditure
per 25 centesimi al giorno
e muoiono migliaia di bambini
per la polvere di coltan
o martellando la pietra
che gli viene addosso
anche The New Yor Times
che non vuole che si sappia
e per questo non sappiamo
di questo crimine organizzato
dalle multinazionali
la bibbia identifica
giustizia e verità
e l’amore e la verità
l’importanza dunque della verità
che ci renderà liberi
anche la verità del coltan
coltan dentro al tuo cellulare
nel quale parli e parli
e ridi nel tuo cellulare

_______________________________________


El celular (versione originale di E.C.)
Hablas en tu celular
y hablas y hablas
y ríes en tu celular
sin saber cómo se hizo
y menos cómo funciona
pero qué importa eso
lo grave es que no sabes
como yo tampoco sabía
que muchos mueren en el Congo
miles y miles
por ese celular
mueren en el Congo
en sus montañas hay coltán
(además de oro y diamantes)
usado para los condensadores
de los teléfonos celulares
por el control de los minerales
corporaciones multinacionales
hacen esa guerra inacabable
5 millones de muertos en 15 años
y no quieren que se sepa
país de inmensa riqueza
con población pobrísima
80% de las reservas mundiales
del coltán están en el Congo
yace el coltán desde hace años
tres mil millones de años
Nokia, Motorola, Compak, Sony
compran el coltán
también el Pentágono y también
la corporación del New York Times
y no quieren que se sepa
ni quieren que se pare la guerra
para seguir agarrando el coltán
niños de 7 a 10 años extraen el coltán
porque sus pequeños cuerpos
caben en los pequeños huecos
por 25 centavos al día
y mueren montones de niños
por el polvo del coltán
o martillando la piedra
que les cae encima
también The New Yor Times
que no quiere que se sepa
y así es que no se sabe
ese crimen organizado
de multinacionales
la Biblia identifica
justicia y verdad
y el amor y la verdad
la importancia pues de la verdad
que nos hará libres
también la verdad del coltán
coltán dentro de tu celular
en el que hablas y hablas
y ríes en tu celular.


Da “El celular y otros poemas”
(2012)