“Incipit”, ovvero “In principio era il romanzo”

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“Dai 17 ai 20 anni pensavo che nella vita avrei scritto romanzi. Dopo ho preferito viverli…”

Potrebbe essere un aforisma del cazzo, uno di quelli firmati dai tanti pseudo-bukowski che affollano la rete, oppure l’incipit di un racconto, di un’opera di finzione, di un’autobiografia più o meno romanzata…, l’inizio di uno di quei fottuti romanzi che pensavo che avrei scritto quando avevo 17-20 anni.

Ma quello che state leggendo non è niente di tutto questo. Quello che state leggendo è solo un post di un blog di periferia che finisce già qui, senza nulla a pretendere né niente apportare al mondo delle lettere o a quello dei network sociali che fanno rimbalzare frasette da schermo a schermo per gente distratta pronta a condividere le architetture di parole che meglio suonano ai loro orecchi poco avvezzi ai flussi di parole; gente distratta abituata solo a cliccare un rapido Mi piace con buona pace dello scrittore che versò lacrime di lettere e rivoli di finto sangue fatto della stessa sostanza delle lettere e delle parole. Un sangue finto che ora mi macchia le dita e la tastiera e minaccia di riempirmi la stanza e la gola fino a farmi affogare in un mare di parole, se non fermo qui questo flusso sconsiderato che non porta a nient’altro che al punto che interrompe il mio vomitio e la vostra lettura. E dopo il punto presento già un sospiro che dalle viscere attraversa la bocca ed esprime il senso di sollievo che viene dal fatto di non trovarsi più davanti al vuoto di altre parole parole parole che per fortuna non si prolungano nei tempi e negli spazi d’un romanzo, ma formano solo un testo che sembra un altro pretesto per non parlare della crisi in cui fui messo e mi misi. E arriva, così, il punto in cui davvero rifletto e mi fermo lasciando anche voi liberi di occuparvi d’altro.

Tra Storia e Memoria (tutta roba presa da Wikipedia)

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«Dicebat Bernardus Carnotensis nos esse quasi nanos gigantium humeris insidentes, ut possimus plura eis et remotiora videre, non utique proprii visus acumine, aut eminentia corporis, sed quia in altum subvehimur et extollimur magnitudine gigantea» (Giovanni di Salisbury, XII secolo)

ovvero

«Diceva Bernardo di Chartres che noi siamo come nani sulle spalle di giganti, così che possiamo vedere più cose di loro e più lontane, non certo per l’acume della vista o l’altezza del nostro corpo, ma perché siamo sollevati e portati in alto dalla statura dei giganti.»

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“If I have seen further it is by standing on ye sholders of Giants.”
Isaac Newton, Letter to Robert Hooke (15 Febbraio 1676)

Varianti modernizzate:
“If I have seen further it is by standing on the shoulders of giants.”
o
“If I have seen further it is only by standing on the shoulders of giants.”

Ma, insomma, ci siamo capiti…

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E lo so che Aldous Huxley aggiunge che “That men do not learn very much from the lessons of history is the most important of all the lessons that history has to teach.”, sì… il fatto che gli uomini non imparino molto dalla storia è la lezione più importante che la storia ci insegna, ma oggi è il giorno della memoria, no?

Il mondo va avanti, ma non è chiaro quale sia il suo senso e la sua direzione

E pensare che qualche coglione parlava di fine della storia.
Come se potesse reggere un mondo con più di tre quarti di popolazione affamata e meno di un quarto che continua a sprecare risorse.
Basti pensare che un’ottantina di miliardari posseggono una ricchezza pari alla metà più povera del pianeta; negli ultimi quaranta anni il numero de paesi meno sviluppati è raddoppiato; miliardi di persone vanno a dormire affamati ogni notte; quasi la metà della popolazione mondiale vive con meno di un paio di euro al giorno.
E voi pensate che la storia sia finita e vi sconvolgete se qualche bomba bussa ogni tanto alle vostre porte? Avete applaudito alle magnifiche sorti e progressive di un mondo globalizzato e ora vi meravigliate della proliferazione dei supermercati cinesi, dei venditori di kebab e delle moschee.
Questa non è guerra e nemmeno guerriglia. Questa è una dissennata ricerca di senso in un mondo di rapper islamici; nababbi arabi e cinesi; cassintegrati e nuovi poveri europei; mafiosi russi con yacht a Capri e a Cannes; donne e uomini tedeschi e francesi figli di tedeschi e francesi che vanno in Siria a prepararsi alla jihad; petrolieri e ipervenditori telematici statunitensi che pensano che resteranno per sempre i padroni del pianeta e fanno di tutto per inverare il loro pensiero.
Le polveriere sono ovunque, e anche gli sciacalli pronti a sfruttare la contingenza favorevole; quelli che con le guerre si arricchiscono e qualche volta perfino le provocano. La fame cerca risposte dappertutto, anche nella religione e nei fondamentalismi. Soprattutto quando alla fame di pane si unisce la fame di certezze e ideologie forti.
La cultura occidentale, dopo la rivoluzione francese, ha saputo abbattere i valori dello status quo ante; ma non è riuscita a ricostruire un sistema di valori nel sentire dei suoi cittadini; fosse anche un sistema basato sulla mancanza del pensiero unico e sul diritto di esprimere le proprie idee in piena libertà e in piena libertà poter criticare quelle altrui. Forse, questa possibilità di vivere la propria vita senza imporre ad altri la propria ideologia è il messaggio più forte che l’Europa può dare al resto del mondo globalizzato. Ma è un messaggio che, per sua natura, non può essere imposto a nessuno, ma solo proposto. E invece siamo già qui a barattare la libertà con la sicurezza e a chiedere le solite leggi speciali; mentre, nel mondo fuori di qui, continuiamo a smerciare democrazia e offrire repressione per poi riempirci la bocca di diritti e perpetrare le leggi dello sfruttamento dell’uomo sull’uomo.

Mentre scrivo, mi rendo conto che è tutto ancora più complesso di così…
L’unica certezza è che non è finita la storia e di conflitti ne vedremo ancora tanti, dentro e fuori da queste case che non hanno più pareti, ma schermi infiniti come te che leggi e forse riecheggi nella tua mente una canzone di tanto tempo fa.

Questo blog, nel 2014; con tanti auguri per il 2015.

I folletti delle statistiche di WordPress.com hanno preparato un rapporto annuale 2014 per questo blog.

Ecco un estratto:

Una metropolitana a New York trasporta 1 200 persone. Questo blog è stato visto circa 4.500 volte nel 2014. Se fosse una metropolitana di New York, ci vorrebbero circa 4 viaggi per trasportare altrettante persone.

Clicca qui per vedere il rapporto completo.

Scarpe diem (piccolo gioco natalizio)

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- Se sei lento a fare calcoli a mente, prendi penna e foglio o usa una calcolatrice.
– Moltiplica per 5 il tuo numero di scarpe.
– Aggiungi 50.
– Moltiplica per 20.
– Aggiungi 1014.
– Sottrai il tuo anno nascita.

Fatto?

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Il risultato dovrebbe corrispondere al tuo numero di scarpe e alla tua età (anno più, anno meno, ché qua non ci formalizziamo sui dettagli. :)

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“El que al cielo escupe, en la cara le cae.” (Dove metto insieme un sacco di fatti in modo un po’ delirante ma col tono di chi la sa lunga.)

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Piove, piove a catinelle, piove a dirotto, grandina, diluvia, e le nostre città sembrano sempre più inadeguate a fronteggiare ogni tipo di fenomeno naturale. Continui disastri, emergenze senza fine, e subito tutti a parlare di bombe d’acqua e catastrofi ambientali, come se mai avesse piovuto prima. Non lo so, mi sembra tutto un brainstorming di sciocchezze ripetute a raffica. Ma i fiumi straripati, le case e le vite distrutte sono lì a far pensare che non si tratti solo di un problema di percezione pubblica; forse le precipitazioni stanno veramente aumentando rispetto ai secoli scorsi e ci stiamo lentamente tropicalizzando.

Io, però, resto della convinzione che si tratti di problemi antropici, più che metereologici. Si costruisce troppo e in modo dissennato. La popolazione sul territorio è mal distribuita. Si pianifica poco o niente. Ci si preoccupa degli interessi immediati e si distrugge ogni possibilità di sviluppo futuro.
La natura va assecondata, non combattuta. Non si può andare oltre il limite di sopportazione delle terre e dei fiumi. C’è bisogno di terreno che assorba la pioggia e la trasformi in vita. E invece non facciamo altro che continuare a costruire, a mettere cemento su cemento, togliendo spazio agli alberi ed ai corsi d’acqua, provocando nuove deforestazioni in periferia e aumentando la produzione di anidride carbonica, metano e gas di scarico in città già sovraffollate. Tutto questo, a sua volta, contribuisce al surriscaldamento del pianeta: la probabile causa dello scioglimento dei ghiacciai, degli sconvolgimenti delle correnti marine, dell’estinzione o dell’aumento sconsiderato di animali e piante, della desertificazione del terreno e, per l’appunto, della tropicalizzazione del Mediterraneo. Un maledetto cane che si morde la coda.
Siamo in tanti, in un pianeta piccolo piccolo, e siamo mal distribuiti. Per sovrannumero, si allargano sempre di più, a livello globale, comportamenti puntati sulle leggi della crescita economica, piuttosto che sul buon senso e sulle irragionevoli ragioni della natura.

Mutatis mutandis, considero un problema di cattiva distribuzione degli insediamenti umani anche quello dell’immigrazione. Non si possono mettere migliaia di immigrati in quartieri ghetto che presentano già enormi problemi sociali e pretendere che tutto fili liscio. L’immigrazione può essere linfa vitale per questo paese, ma va distribuita in modo razionale sul territorio e non dirottata e irreggimentata in zone periferiche delle metropoli. Paradossalmente, avere frontiere aperte e lasciare che le masse umane di immigrati si distribuiscano liberamente sul territorio, potrebbe fare meno danni di questa politica che li costringe a nascondersi tra la folla delle metropoli e a rinchiudersi in ghetti fatiscenti.
Non c’è niente da fare, anzi ci sarebbe da fare moltissimo. Ma la nostra operatività si limita al lamento. Come sto facendo anche io, ora, qui.

Siamo causa del nostro danno e malediciamo il cielo, il mare, la pioggia, le masse umane e i fiumi, dimenticando che siamo noi quelli che continuano a sputare in cielo e a lamentarci della saliva che ci ricade in testa.

 

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