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Spettacolo di musica e poesia dei Maccusproject nella villa comunale di Via Siepe Nuova a Frattamaggiore

Ieri sera ho ascoltato un concerto in bilico tra i versi di Montale e quelli di Fossati. Praticamente due outsider della gloriosa scuola genovese.

Si andava dal Montale di Non chiederci la parola (quello stracitato di “Codesto solo oggi possiamo dirti, / ciò che non siamo, ciò che non vogliamo“) al Fossati popolare di Una notte italiana e La musica che gira intorno, e da questo a quello struggente di Carte da decifrare e L’amore trasparente, passando per una spiegazione esauriente e chiara del “correlativo oggettivo” nella poesia del ‘900 (la rappresentazione di emozioni attraverso oggetti concreti che fanno rivivere nel lettore le sensazioni del poeta o… del cantautore). La spiegazione, ad opera di Gianni Aversano che durante lo spettacolo recita, canta e suona chitarra e armonica, accompagnato sapientemente da Salvatore Vito alle tastiere, Giovanni Vergara al basso e Pasquale Marchese alla batteria e alle congas. In una sola (composta) parola di sapore atellano: i Maccusproject.

(La fotina è di ieri ed è mia)



Fatta la spiegazione, si scivola senza soluzione di continuità dai versi montaliani di Prima del viaggio alle strofe dolenti e speranzose di Mio fratello che guardi il mondo, per poi fare un passaggio in Brasile con le versioni italiane di due capolavori della musica carioca: Águas de Março (di Jobim) e O que será (di Chico Buarque de Hollanda), tante volte riprese anche da Ivano Fossati e dalle cantanti che gli giravano intorno (o era lui che girava intorno a loro? Questo non lo so o e mi importa poco saperlo). Ad ogni buon conto, la sessione brasiliana è stata un crescendo che è cominciato con un assolo di batteria cui si sono unite progressivamente basso, armonica tastiere, canto e congas.

Poi, dopo qualche frammento della Lettera levantina di Montale, quattro pezzoni di Fossati – Il bacio sulla bocca, Italiani d’Argentina, La costruzione di un amore e I treni a vapore -, intervallati da Primo Gennaio di Montale:

So che si può vivere
non esistendo,
emersi da una quinta, da un fondale,
da un fuori che non c’è se mai nessuno
l’ha veduto.

Di seguito, La casa sul mare fa da introduzione alle malinconie canore di E di nuovo cambio casa e di Treno di ferro; così come un frammento de I limoni si fonde perfettamente con i versi introduttivi di C’è un tempo, tanto che Eugenio e Ivano finiscono per fondersi, confondersi per poi rifondarsi:

[…] s’affolta
il tedio dell’inverno sulle case,
la luce si fa avara – amara l’anima.
Quando un giorno da un malchiuso portone
tra gli alberi di una corte
ci si mostrano i gialli dei limoni;
e il gelo del cuore si sfa,
e in petto ci scrosciano
le loro canzoni
le trombe d’oro della solarità.
[…]
Dicono che c’è un tempo per seminare
E uno che hai voglia ad aspettare
Un tempo sognato che viene di notte
E un altro di giorno teso
Come un lino a sventolare.

Gran finale con tre composizioni superfamose e pop (la seconda è di Montale):
La canzone popolare
Ho sceso, dandoti il braccio, almeno un milione di scale (la poesia di “Xenia II”, poi inserita all’interno della raccolta “Satura”)
Lindbergh (“Non sono che il contabile dell’ombra di me stesso…”).

Durante l’ora e mezza di concerto/spettacolo, le emozioni dei versi si sono sommate e moltiplicate con quelle di canzoni che parlano di lacerazioni e di sofferenze prodotte da pene d’amore e migrazione. E tante volte sembra che le ferite dell’anima possano essere mitigate solo dal ritmo di un tamburo, da una voce alla radio o dal suono di una banda. “Spesso il male di vivere ho incontrato.” Da una parte la sofferenza di essere altrove, di non sentirsi se stessi o di non poter essere con chi si vuole, dall’altra la musica che gira intorno alle nostre gioie e al nostro dolore.

In coda, Mimmo Giuliano, organizzatore della serata, ha letto una sua composizione.

Infine, nel bis, fuori programma, un brano di Lucio Dalla tratto da “Come è profondo il mare” (1977): quel meraviglioso Treno a vela (ancora treni, ancora viaggi e mezzi di trasporto) che ritrae un mendicante che trascina la vita con un cane e un bambino in un’atmosfera di neo-realismo magico dal sapore zavattiniano. Miracolo in Villa Comunale. Miracolo a Frattamaggiore.

Voglio un chilo di pane
e un fiasco di vino.
Le dò in cambio il bambino
che ho in più.
Posso darle anche un osso.
Non mi piace è di cane
m’è passata la fame.
Quanto costa una mela?
Costa un sacco di botte.
Se mi faccio picchiare un pochino
la darebbe al bambino?
Se la metterà in testa senza neanche capire
così lei con le frecce si potrà divertire.

Bene.

ll viaggio finisce qui:
nelle cure meschine che dividono
l’anima che non sa più dare un grido.
Ora i minuti sono eguali e fissi
come i giri di ruota della pompa.
Un giro: un salir d’acqua che rimbomba.
Un altro, altr’acqua, a tratti un cigolio.

(Eugenio Montale, la prima strofa de La casa sul mare, da “Ossi di seppia”, Torino, 1925, quasi cento anni fa, ma sembra oggi, sembra ieri).

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