Casi Amari – II e ultima parte

Cambiarono paese nel timore di rappresaglie da parte di meccanici e spacciatori. E furono di nuovo nell’indigenza, affrontando la fame più nera e senza più un tetto al quale ripararsi.
Fu così che decisero di fare un piccolo colpo in una banca del beneventano, ricavando un bel gruzzoletto che investirono in una modesta officina che dedicarono alla memoria dello sventurato fratello Luigi.
Ma anche per loro, anche questa volta, la fortuna fu effimera.
Lei, di nuovo con qualche soldo per le mani, annoiata, senza un amore, tornò a sniffare cobret e cocaina; lui spese tutti i suoi averi in vino e donne, cercando di affondare la disperazione nei culi femminili di alcune infelici amiche della sorella. Ma la disperazione cresceva e arrivò al culmine quando di lì a poco crepò anche Luisa.
Mannaggia la miseria, mannaggia la morte, era davvero la persona più sfortunata al mondo, il destino gli si era accanito contro e lui non riusciva a pensare ad altro.

Eppure la vita continuava, gli uccelli nel campo, le stagioni, il sole, la luna e bla bla bla. Così, prese i pochi soldi che gli erano rimasti ed emigrò al nord. Bussò alla Fiat e gli fu aperto; anche perché aveva dato a un tale gli ultimi risparmi ricavati con la vendita dell’officina; e il tale gli diede un bel calcio nel sedere fino a lanciarlo dritto alla catena di montaggio, dove era ben felice di poter dimenticare la sua disperazione nei gesti automatici dei ritmi di lavoro, tra il rumore intronante di quelle ferraglie, lo stridore costante dei macchinari e i bisbigli dei compagni di stabilimento.
Purtroppo, però, il suo mutismo conquistò l’antipatia del caporeparto, e quando le esigenze di mercato imposero dei tagli nelle spese di produzione, questi preferì amputare il corpo lavoro di quelle membra mute piuttosto che del più ciarliero operaio con tanto di coscienza di classe e rivendicazioni sindacali.

Di nuovo disoccupato, sfaccendato e solo in terra straniera, si trovò a ripensare alla sua sfortuna, i casi fortuiti, le  disgrazie, l’accanirsi del destino su sé e sulla sua famiglia. E pensando pensando, passò un decennio di vita barbona tra le strade di Torino, finché un giorno inciampò nel corpo addormentato di un immigrato tunisino che era lì sul marciapiede a sognare nuove e sconosciute fortune. Fu in quell’attimo che cancellò il suo pensiero dominante, la filosofia pratica che aveva informato l’intera sua vita.
Tutto ciò non poteva essere uno scherzo del destino, non poteva trattarsi di una catena di casi fortuiti, non era solo sfortuna; l’uomo è padrone di se stesso, la fortuna aiuta gli audaci, aiutati che Dio ti aiuta, aiutati che Dio ti aiuta, aiutati che Dio ti aiuta. E così, preso da questo groviglio di nuovi sentimenti, nuove idee, nuove prospettive sedimentate in qualche recondito angolo della sua coscienza, giunse a una nuova e decisiva risoluzione.

E ammazzò il tunisino.

 

Annunci