Disamoroso apologo
(raccontino u-morale e sfiiduciato)

– A volte vorrei essere un altro. Ma poi resto sempre quello che ero…, quello che sono.
– …
– Insomma, io ti voglio bene, ma mi sono anche rotto le palle.
– E già, vedessi io, bello mio!
– …
– Io ti ho sempre voluto bene, t’ho sempre voluto…, ma lo sapevo, lo sapevo che non c’era da fidarsi, che non saresti cambiato mai, che non ti saresti mosso di un passo. Mannaggia, non mi dovevo affidare a te. Non mi dovevo fidare della prima impressione.
– Ma no, cosa dici? Che caspita c’entra la fiducia, ora? Queste sono cose della vita, le solite cose che capitano ai vivi prima di morire, prima che si arresti il cuore… Perché bene o male si finisce sempre così, con un arresto cardiaco… E tu sempre a sbatterti inutilmente e a fracassare i coglioni. Come avessimo tutto il tempo davanti, come se fossimo immortali…
– Ma che cazzo dici? Di che caspita parli?
– Stai calma, stai calma; misura le parole che poi…
– Ma va un poco a fare in culo da un’altra parte, brutto stronzo.
– E io solo questo volevo sentirti dire, cretina che non sei altro. Me ne vado, me ne vado, è certo che me ne vado.

Malgrado queste parole che sembravano di reciproca rottura, malgrado le porte sbattute e le telefonate bruscamente interrotte, di lì a qualche giorno lui sarebbe cambiato per far piacere a lei, lei avrebbe fatto di tutto per compiacere lui. E cambiando cambiando, cambiando lui, cambiando lei, avrebbero finito per non incontrarsi mai. Come sembra che capiti a tutti. Più o meno.

 

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