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La Danae di Tiziano del 1553 e quella di Artemisia Gentileschi del 1612.

Oggi vi propongo di rifugiarvi tra le pareti dell’arte e del mito. Un modo per ricaricare le batterie e rifarvi gli occhi e la mente in un mondo sconvolto e spossante.

Tiziano, 1553
Gentileschi, 1612



Due versioni della stessa scena sensuale, procace e buffa. A ben vedere, una sequenza da commedia all’italiana ante litteram, a sfondo porno-soft.

Ma per apprezzarla dobbiamo prima ricordare la versione del mito raffigurata in questi due capolavori del manierismo e del barocco italiano.

La leggenda sacra narra che l’oracolo di Delfi aveva predetto al re Acrisio di Argo che sarebbe stato ucciso dal nipote, il figlio non ancora nato di sua figlia Danae, e lui, come si usava, aveva messo sotto chiave la pulzella, per impedire il concepimento e la nascita del suo esiziale discendente. Ma il povero re non aveva tenuto conto di Giove Pluvio.
Al chiuso delle quattro mura della torre in cui era relegata, Danae fu sedotta e ingravidata da Zeus sotto forma di pioggia dorata. Durante un temporale il sommo capo di tutti gli dei lasciò piovere il suo seme d’oro sulla torre e penetrò sotto terra, attraversando le pareti di bronzo, fino ad irrorare di sé la vergine e fecondarla.

In entrambi i dipinti la bella e prosperosa Danae è rappresentata nuda in un momento che sembra corrispondere al congiungimento erotico con la divinità, ma potrebbe trattarsi anche di poco tempo dopo o poco tempo prima dell’amplesso. Nel quadro della Gentileschi, tuttavia, la giovane donna, col corpo proteso in avanti, sembra più propensa a darsi e lasciarsi andare a quell’aureo congiungimento erotico, mentre in quello di Tiziano Danae sembra più intenta a guardarsi intorno e chiedersi cosa stia succedendo (e, nel mentre, con la mano sinistra, si tocca). Non è escluso che Tiziano stia rappresentando il prima e la Gentilischi il dopo, ma in entrambi i casi mi pare di vedere un corpo illanguidito e abbandonato al piacere.



Nel frattempo, e qui sta il colpo da commedia dei due artisti italiani, in entrambe le opere vediamo, in controscena, l’ancella di Danae che prende la palla in balzo e si approfitta di quel magico evento per riempirsi i lembi del suo grembiule dei resti del seme d’oro sparso dalla infoiata divinità.
E fu così che, da quel fatidico congiungimento erotico, venne fuori il mitico Perseo ed anche un po’ di benessere per la povera e scaltra domestica.
La cosa curiosa è che non si riscontrano tracce di questa ancella in nessuna versione precedente del mito. Il che spinge a pensare che si tratti di una variante introdotta dallo stesso Tiziano, il quale, peraltro, aveva già rappresentato il postcoito di Danae qualche anno prima senza questa gustosa introduzione realistica (il primo dei suoi quadri dedicato a Danae si trova al Museo di Capodimonte, il secondo al Prado di Madrid; poi esiste un’altra versione viennese, simile a questa, e due conservate a New York: evidentemente la vergine fecondata era, per il Maestro veneto, una magnifica e prolifica ossessione).

De Matteis, 1704

Più tardi l’ancella di Danae apparirà anche in un quadro del 1704 dell’artista napoletano Paolo De Matteis. L’ancella è molto ben delineata e raccoglie l’oro in un vassoio, ma Danae è ‘o cesso, niente a che fare con il corpo abbandonato di Tiziano e con le carni languide e frementi di Artemisia Gentileschi.


P.s.
Io ho avuto la fortuna di vedere due di questi tre quadri da vicino, e forse pure il terzo, ma molto distrattamente. In ogni modo, il bello di internet, oggi, è proprio che uno può scrivere un post come questo anche senza essere mai uscito di casa e senza aver mai visitato un museo, una galleria o una chiesa. Basta spulciare quadri e storie direttamente dalla rete, come e più facilmente di un Salgari che solcava i Caraibi tra le pagine di un’enciclopedia o di un libro illustrato. Potenza di questo web che ci isola, ci incanta, ci irretisce e ci offre una finestra sul mondo.