28 Gennaio 2026: Qualche riflessione sul presente e sul passato prossimo e remoto realizzata a caldo il giorno dopo che abbiamo smantellato i resti di un’altra Giornata della Memoria
Ogni 27 gennaio, puntualmente, mi torna alla memoria quest’immagine che risale a più di venti anni fa. Un bambino che vaga da solo nel labirinto tombale del Denkmal für die ermordeten Juden Europas di Berlino, il Memoriale per gli ebrei assassinati d’Europa. Un paio di anni fa l’ho vista perfino come una specie di presagio quella foto. Poi, avrò anch’io buttato tutto nel dimenticatoio.
La nostra memoria è vacillante e certe giornate dovrebbero servire proprio per smuoverci dall’indifferenza e dalla distrazione. Ricordare per non ripetere gli errori passati e cercare perfino di mettere in moto meccanismi relazionali tali da non farcene commettere di nuovi.
Poi c’è il passato prossimo, che può essere altrettanto offuscato dal bombardamento di notizie e dagli impegni che ci piombano addosso ogni giorno, ogni momento.
Secondo dati UNICEF e fonti ONU, oltre 100 bambini sono stati uccisi a Gaza dal secondo cessate il fuoco di inizio ottobre 2025, con una media di circa uno al giorno nonostante la tregua. E insieme con loro sono continuati a crepare sotto assedio almeno 350 adulti. Numerosi anche i bambini e gli adulti inciampati in residui bellici o rimasti feriti in attacchi con droni e artiglieria.
Ma se si parla di Gaza oggi la nostra attenzione devia altrove, in direzione dei piani di ricostruzione di Trump, dello strabiliante “Project Sunrise” di suo genero; della trasformazione della striscia in una metropoli costiera con resort di lusso, grattacieli, treni ad alta velocità e reti IA sparse ovunque; del Board of Peace con Trump a capo e qualche gradino sotto Netanyahu e un’altra manciata di leader più o meno autoritari, che puntano a gestire le risorse di Gaza senza consultare nemmeno un adulto o un bambino palestinese. Un’altra “pace duratura”, prospera e smemorata assai.
La storia è una buona maestra, siamo noi che siamo pessimi alunni e la seguiamo poco.
Tra costi crescenti e tensioni geopolitiche, il futuro dell’IA si gioca tra Silicon Valley e Shenzhen. Ma il vecchio continente non può restare a guardare.
Il panorama dell’intelligenza artificiale sta cambiando forma e ridefinendo gli equilibri globali. Se finora abbiamo vissuto un’apparente “età dell’oro” fatta di demo gratuite e accesso illimitato ai modelli più potenti, la dura realtà dei costi e la necessità di monetizzare stanno bussando alla porta.
Tecnicamente, potremmo dire che le Big Tech hanno creato l’hype*, ci hanno stuzzicato con i loro teaser** e hanno studiato i nostri comportamenti di fronte a un interlocutore artificiale. Hanno immagazzinato i nostri dati e le nostre parole tramite tecniche come il RLHF (Reinforcement Learning from Human Feedback***), e ora sono pronti a passare all’incasso.
Il costo dell’intelligenza americana
Le Big Tech della Silicon Valley (OpenAI, Google, Anthropic) si trovano davanti a un bivio: i costi di addestramento, sperimentazione, consumo energetico e manutenzione dei server sono astronomici. Secondo un rapporto di The Information (2024), il solo addestramento di GPT-4 è costato oltre 120 milioni di dollari, mentre le stime per il suo successore superano i 500 milioni.
Una singola query a un LLM come GPT-4 costa frazioni di centesimo, ma moltiplicate per i 10 miliardi di richieste giornaliere stimate nel 2025, queste cifre diventano insostenibili: solo i costi operativi superano i 3 milioni di dollari al giorno.
La tendenza è chiara: le versioni gratuite diventeranno sempre più “vetrine” limitate, lasciando le performance vere a chi è disposto a pagare abbonamenti premium. OpenAI ha già aumentato i prezzi delle API del 30% nel 2024 e introdotto limiti stringenti per gli utenti free.
L’alternativa cinese e il caso DeepSeek
Mentre l’Occidente alza i prezzi, in Cina modelli come DeepSeek, Ernie e Qwen hanno dimostrato che è possibile ottenere prestazioni da top di gamma con una frazione del costo e dell’energia. Il lancio di DeepSeek R1 (gennaio 2025) ha scosso i mercati occidentali: con 671 miliardi di parametri, il modello consuma il 40% in meno di energia rispetto a GPT-4 per rispondere alla stessa query, grazie all’architettura MoE (Mixture of Experts)**** e a tecniche di distillazione dei dati.
Secondo un’indagine di Stanford HAI (2025), il 30% delle aziende europee sta già testando modelli cinesi per ridurre i costi. Ma dietro la ricerca del risparmio, si intravede l’insorgenza di una infuocata questione geopolitica.
La guerra dei chip e l’indipendenza di Pechino
Questo spostamento di massa alimenta inevitabilmente la guerra tecnologica. Gli USA cercano di frenare l’ascesa asiatica limitando l’export delle GPU Nvidia, il motore hardware necessario per alimentare e gestire l’intelligenza artificiale. Dal 2022, Washington ha imposto restrizioni stringenti: le aziende cinesi non possono acquistare chip con prestazioni superiori a 100 TOPS (migliaia di miliardi di operazioni al secondo), una soglia che esclude i chip più avanzati necessari per addestrare i modelli di frontiera.
Tuttavia, la pressione sta provocando una accelerazione dello sviluppo tecnologico: la Cina sta investendo miliardi per rendersi indipendente dal silicio occidentale. Huawei e SMIC sono già alacremente al lavoro per creare processori autoctoni e rendersi indipendenti dai produttori degli Stati Uniti e di Taiwan. Proprio in questa piccola isola dell’Oriente Estremo ha sede la TSMC, la fonderia che materialmente stampa i chip di Nvidia e di quasi tutto l’Occidente: un avamposto tecnologico la cui importanza strategica è, non a caso, al centro delle più alte tensioni diplomatiche tra Pechino e Washington.
La terza via europea: Regole come vantaggio competitivo
In questo scontro tra titani, l’Europa può rappresentare una “terza via” che non si basi solo sulla potenza di calcolo, ma sulla tutela dei diritti. Mentre USA e Cina corrono senza freni, l’Europa ha posto paletti invalicabili con il GDPR***** e l’AI Act****** e investe ancora poco, troppo poco; lasciando anche che molti cervelli naturali europei si spostino all’estero in cerca di ambienti più stimolanti.
Secondo un rapporto della Commissione Europea (2024), l’UE spende in ricerca e sviluppo sull’IA solo 1/10 degli USA. Il rischio è che la burocrazia soffochi l’innovazione prima che decolli.
Conclusione
La partita è appena iniziata, ma i termini sono chiari: non si tratta solo di chi avrà i modelli più potenti, ma di chi ne controllerà le regole, i costi e l’accesso. Gli USA puntano sulla potenza bruta, la Cina sull’efficienza, l’Europa sulle norme. Ma se l’Europa non accelererà gli investimenti, rischia di restare un attore marginale.
La posta in gioco non è solo economica: è il controllo del pensiero computazionale del XXI secolo.
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Il futuro dell’IA tra costi crescenti e tensioni geopolitiche (clip video)
In sottofondo, qualche nota di TUTU di Miles Davis.
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Glossario minimo
* Hype Il termine “hype” indica un’intensa promozione mediatica che genera aspettative spesso eccessive su un prodotto o tecnologia. Nel caso dell’IA, le aziende hanno creato un’enorme attenzione pubblica attraverso demo spettacolari e annunci sensazionali, attirando investimenti e utenti.
** Teaser I “teaser” sono anteprime o dimostrazioni limitate di un prodotto, pensate per generare curiosità e aspettativa. ChatGPT, Claude e altri modelli sono stati inizialmente rilasciati come beta gratuite proprio con questa funzione: catturare l’attenzione prima del lancio commerciale vero e proprio.
*** RLHF (Reinforcement Learning from Human Feedback) È una tecnica che usa le valutazioni umane per “educare” l’IA. Ogni volta che interagiamo con un LLM, i nostri input aiutano a migliorare il modello. Durante la fase gratuita, milioni di utenti hanno inconsapevolmente lavorato come “addestratori”, fornendo i dati necessari per rendere questi sistemi pronti per il mercato.
**** MoE (Mixture of Experts) Architettura di rete neurale “modulare” dove invece di avere un unico modello gigante che elabora tutto, ci sono molti “esperti” specializzati in compiti specifici (traduzione, matematica, codice, ecc.). Un “router” intelligente decide quale esperto attivare per ogni richiesta. Risultato: si ottengono le performance di un modello enorme utilizzando solo una frazione dei suoi parametri per ogni query, riducendo drasticamente i costi operativi. DeepSeek R1, per esempio, ha oltre 600 miliardi di parametri totali ma ne attiva solo ~37 miliardi per richiesta.
***** GDPR (General Data Protection Regulation) Regolamento europeo sulla protezione dei dati personali, entrato in vigore nel 2018. Stabilisce regole stringenti su come le aziende possono raccogliere, conservare e utilizzare i dati degli utenti. Nel contesto dell’IA, limita l’uso indiscriminato di informazioni personali per addestrare i modelli senza consenso esplicito.
****** IA ACT Introdotta dall’Unione Europea, l’IA Act è la prima legge organica al mondo che regola l’Intelligenza Artificiale. Stabilisce regole vincolanti basate sul livello di rischio dei sistemi di IA, per garantire sicurezza, privacy, trasparenza e tutela dei diritti fondamentali, senza però soffocare l’innovazione tecnologica in Europa. In sintesi: È il “codice della strada” europeo per garantire che l’intelligenza artificiale sia sicura, etica e trasparente.
Solo una protesta massiva potrà fermare la deriva autoritaria negli Stati Uniti d’America
E intanto nel Minnesota gli agenti federali della polizia anti-immigrazione continuano la loro mattanza instaurando un regime di terrore in cui l’autocensura diventerà più forte di ogni motivazione alla protesta e al dissenso.
Più saranno assurde queste morti, più i dissenzienti avranno paura di esporsi e si chiuderanno zitti e muti nelle loro case. Più saranno paradossali le accuse mosse alle vittime di questa violenta repressione e le prove costruite contro di loro, più ognuno penserà che, se non se ne resterà immobile dietro la sua finestra, prima o poi potrà accadere anche a lui, anche a lei.
Come è successo ieri a Alex Pretti, infermiere trentasettenne di Minneapolis. Come è successo un paio di settimane fa a Renée Nicole Good, anche lei trentasettenne, innocente e americana.
A meno che la protesta non diventi veramente massiva, a meno che non saranno anche gli intellettuali, gli artisti e gli statunitensi più esposti e più in vista a far sentire la loro voce, vincendo remore e paure.
In questo contesto di terrore diffuso, mi sembra significativo soffermarsi a guardare la foto di Gregory Bovino, Comandante Generale della Polizia di Frontiera (Border Patrol) a Chicago.
Ignoro la fonte di questa foto, ma immagino che sia stata diffusa in rete dal suo stesso orgoglioso protagonista.
Un’iconografia sempre più vicina ai cattivi di Gotham City, ricalcata sulle uniformi delle parate nazifasciste.
Non a caso, un anno fa, chiedendomi chi potesse fare fronte a Trump per mettere un argine al suo strapotere e limitare le conseguenze esiziali delle sue scelte, dicevo che servirebbe un Bruce Thomas Patrick Wayne; ricchissimo uomo d’affari di Gotham City, meglio conosciuto come Batman.
E aggiungevo che, pur sapendo che c’è poco da ridere e molto da ridire, so anche che a volte l’umorismo è il nostro unico alleato. Ridere delle nostre paure non le cancella, ma ci aiuta a metabolizzarle e a mantenere quella lucidità necessaria per continuare a resistere e per guardare la realtà con la distanza indispensabile a capire in quali sabbie mobili stiamo scivolando.
E poi è risaputo che si cercavano motivi per ridere anche nei Lager, dove imperava la paura e si restava increduli di fronte al crescente terrore instaurato dai potenti e dai criminali. Due facce della stessa orrenda medaglia.
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In sottofondo, un frammento del Batman di John Zorn
Mi chiedo se non sia il caso di cominciare a ridurre i consumi di prodotti provenienti dagli Stati Uniti, il Paese che, per quanto diviso e conflittuale, ha comunque permesso l’ascesa di Trump e del suo trumpismo. Non si tratta di una crociata anti‑americana, né di un «noi contro loro», ma di un gesto simbolico e consapevole: un modo per votare ogni giorno con il portafoglio e dire “no” a una politica che fa della prepotenza e della violenza comunicativa e fisica il suo motore.
Non parlo di dazi, contro-dazi, muri doganali, balzelli e vendette commerciali. Quelle le lascio ai politici di professione, nei quali quasi mai mi riconosco. Parlo di scelte personali: piccole, autonome, civili. Cominciare, per esempio, dal boicottare fast food, scarpe e abbigliamento a stelle e strisce, fino ad arrivare alla tecnologia e ai servizi di streaming. Ridurre gli acquisti su Amazon. Limitare l’ascolto compulsivo di musica e serie TV made in USA. Sostituire l’uso di strumenti d’intelligenza artificiale americani con alternative europee come Mistral, un LLM made in France, open‑source e privacy‑focused. Curioso, certo, che per dirlo mi serva di un lessico tutto anglo‑americano. Perché, in fondo, anche la colonizzazione linguistica è una parte della questione.
E sì, possiamo perfino ricorrere alle IA cinesi come DeepSeek o Qwen, pur sapendo che significherebbe passare dal dominio statunitense al neocapitalismo post‑colonialista cinese.
In ogni modo, con le IA, come anche con i social network, limitiamoci a usare solo i servizi gratuiti che già paghiamo abbastanza con la diffusione in rete dei nostri dati personali e dei nostri comportamenti online.
La verità è che non esistono scelte “pure” nella globalizzazione. Viviamo in un mondo interconnesso. Nessuna scelta di consumo sarà mai priva di rischi, contraddizioni e pericoli. Ma il senso non è la purezza: è la direzione. È dire che non siamo solo utenti passivi, ma cittadini che orientano flussi economici e culturali e decidono consapevolmente di privilegiare i prodotti europei ogni volta che questo non comporti sacrifici insostenibili. E, quando non ci sono alternative europee credibili, guardare ad Africa, Asia, Australia, Canada o America Latina: insomma, diversificare per non alimentare un sistema economico che troppo spesso giustifica la guerra e la violenza come strumento di potere e sottomissione ai propri interessi.
So che rinunciare a “Stranger Things” e a “Bridgerton” può far male, ma quante serie europee straordinarie continuiamo a ignorare mentre scorriamo distrattamente il catalogo delle piattaforme americane? Quante storie vicine a noi – su RaiPlay, Arte.tv, BBC iPlayer, RTVE Play – lasciamo lì, in attesa?
La democrazia non si difende solo votando ogni cinque anni. Si difende ogni giorno, anche al supermercato e facendo o non facendo acquisti online, sprofondati nelle nostre comode poltrone mentre ci scorre il mondo intorno.
Colpire gli USA di TRUMP nei loro portafogli e nei loro salvadanai
In sottofondo, “THIS IS NOT AMERICA” di David Bowie e Pat Metheny
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Boycott Trump (Tutt’un altro video)
In sottofondo, “TUTTA N’ATA STORIA” di Pino Daniele
Un’ulteriore versione del lungo processo di scrittura del racconto Semi nel cemento
Frattamaggiore, 13 agosto 2084
Il sensore biometrico del palazzo di cristallo e marmo emise un bip acuto e prolungato. “Accesso negato”, lampeggiò in rosso sul display olografico. Sossio ritirò il pollice con un sospiro. Come tutti i suoi coetanei dei casermoni, aveva imparato presto dove finiva il suo mondo e dove iniziava quello degli altri, ma non riusciva a cedere alla tentazione di provare ad entrare. Soprattutto quando aveva calato qualche pasticca di troppo.
Era mezzanotte passata e l’afa rendeva l’aria densa e irrespirabile. Nei palazzi nuovi le unità di condizionamento climatico mantenevano una temperatura perfetta, ma fuori, sui balconi, gocciolavano come androidi grondanti di sudore. Nei casermoni di cemento, le finestre spalancate in cerca di ventilazione, lasciavano entrare solo più calore e il rumore incessante del traffico dei droni di Amazon che infestavano il mondo e la città.
Torri di marmo bianco che tagliavano il cielo accanto a edifici di cemento armato che si sgretolavano metro dopo metro, anno dopo anno. Le strade pubbliche, piene di buche, assomigliavano a una superficie lunare ricoperta di polvere grigia che si alzava a ogni passaggio di veicolo.
Mentre si faceva spazio nella polvere camminando senza una meta, Sossio pensava a suo nonno. “Sai cosa c’era qui prima, ragazzo?” gli diceva sempre, indicando i palazzi nuovi. “Campi di canapa che si estendevano fino all’orizzonte. E la villa comunale aveva più di cento alberi. Tigli, querce, oleandri e pini marittimi.”
All’angolo tra Corso Durante e Via Cumana, una luce tremolante attirò la sua attenzione. Non la solita illuminazione a LED che trasformava la notte in giorno nel quartiere dei ricchi, ma qualcosa di più caldo, più umano. Forse una di quelle fiamme di cera che aveva visto nei documentari sulla vita dello scorso millennio.
Attraverso la finestra del piano terra, intravide una donna anziana china su un computer portatile, circondata da pile di veri libri di carta, un autentico lusso nel 2084. Quando lei alzò lo sguardo e i loro occhi si incontrarono, Sossio si aspettava irritazione o paura. Invece, la donna gli sorrise facendogli cenno di avvicinarsi.
“Non stare lì fuori”, disse con voce ferma ma gentile. “Se qualcuno ti vede, inizierà a fare domande. Entra.”
Sossio esitò solo un momento. La porta cigolante lo stava trasportando in un’altra dimensione dello spazio e del tempo. L’interno profumava di libri e cera d’api. Sulle pareti, scaffali carichi di volumi alternati a stampe che mostravano Frattamaggiore in epoche diverse. La donna aveva i capelli completamente bianchi raccolti in una crocchia disordinata e occhi azzurri che sembravano aver visto troppo e troppo vissuto.
“Io sono Stefania”, si presentò, chiudendo il laptop con gesto deciso. “Archivista urbana, sezione memoria collettiva. E tu sei Sossio Di Costanzo, nipote di Carmine.”
“Come fai a…?”
“Tuo nonno veniva qui spesso negli ultimi mesi.” Stefania si alzò, rivelando una statura minuta ma una postura dritta, da ufficiale militare. “Mi parlava di te. Diceva che eri l’unico della famiglia che si faceva ancora delle domande.”
Lo sguardo di Sossio rimbalzò dai libri sugli scaffali alle mani di Stefania: “Che tipo di archivista sei?”
“Del tipo che documenta quello che vogliono farci dimenticare.” Stefania indicò lo schermo del computer. “Guarda qua.”
Sullo schermo apparve una mappa di Frattamaggiore del 1966: un mosaico verde punteggiato di case basse, attraversato da stradine che seguivano tracciati antichi e dimenticati.
“Questo è quello che hanno cancellato con centinaia di speculazioni edilizie culminate con la Grande Ricostruzione del 2060”, disse Stefania. “Migliaia di metri quadri di verde pubblico, centotrentadue edifici storici, quattro chilometri di canali naturali. Tutto spazzato via per far posto agli investimenti delle megacorporazioni.”
“Perché me lo stai mostrando?”
Stefania spense il computer e prese una torcia. “Per te, per noi tutti, per tuo nonno. Lui mi aveva fatto promettere che ti avrei coinvolto.”
“Coinvolto in cosa?”
“Nel dare nuova vita a questo posto morente. Seguimi e capirai.”
Lo condusse fuori, attraverso vicoli che Sossio conosceva solo di vista, fino a raggiungere il vasto parcheggio del megacentro commerciale Maricada.
“Qui c’era la villa comunale”, disse Stefania, illuminando con una torcia laser quello che sembrava solo asfalto crepato. “Ma osserva meglio.”
Sossio si inginocchiò dove indicava il fascio di luce. Minuscole foglie a forma di cuore spuntavano dalle fessure dell’asfalto.
“Tigli”, spiegò Stefania. “Le radici sono sopravvissute sotto il cemento per venticinque anni. Stanno cercando di tornare alla superficie.”
Nel resto della loro esplorazione notturna Stefania gli mostrò un muro di tufo nascosto dietro una facciata di vetro, dove un’edera centenaria aveva ricominciato a crescere; una sorgente d’acqua che sgorgava tra i mattoni di un edificio abbandonato; un giardino segreto sul tetto di una palazzina, dove qualcuno coltivava pomodori e basilico in contenitori di recupero.
“La città originale non è morta”, disse, fermandosi davanti a un murale che Sossio non aveva mai notato. Rappresentava Frattamaggiore com’era un tempo: bambini che giocavano tra gli alberi, mercati colorati, strade piene di vita. “È solo sepolta sotto una coltre di marmo e cemento. E noi lavoriamo per riportarla in superficie.”
“Noi chi?”
“Architetti che progettano in segreto spazi verdi. Biologi che studiano come la natura può riconquistare il cemento. Artisti che dipingono la memoria sui muri. Hacker che alterano i sistemi di controllo urbano per creare ‘malfunzionamenti’ che favoriscono la crescita delle piante.”
Per la prima volta da mesi, Sossio sentì qualcosa che assomigliava alla speranza. “Cosa posso fare io?”
Stefania estrasse dalla tasca un piccolo cilindro delle dimensioni di una batteria, con una superficie metallica che rifletteva la luce della luna. “Questo è un bio-catalizzatore organico. Contiene enzimi che accelerano la decomposizione del cemento e liberano i nutrienti intrappolati. In settantadue ore crea fessure abbastanza ampie per permettere la germinazione.”
“Ma… si può fare? È legale?”
“Tecnicamente è classificato come ‘acceleratore di compostaggio urbano’ secondo le normative ambientali del 2078.” Stefania fece una pausa. “Ma se le autorità capissero cosa fa realmente a un marciapiede…”
Mentre tornavano verso i casermoni, Stefania spiegò come funzionava la rete dei loro interventi: droni modificati che di notte inserivano spore nelle crepe degli edifici, proiettori olografici che creavano immagini di verde sui muri grigi per risvegliare nei passanti l’amore per la natura e virus informatici che alteravano i dati climatici nei sistemi di controllo per sfavorire la realizzazione di altre strutture di marmo e cemento.
Arrivati davanti al palazzo di Sossio, Stefania si fermò. La sua espressione si fece più grave.
“C’è qualcos’altro che devi sapere. Tuo nonno non è morto per cause naturali.”
Il sangue si gelò nelle vene di Sossio. “Cosa?”
“Carmine era uno di noi. Aveva scoperto documenti che provavano come la Grande Ricostruzione del 2060 fosse stata pianificata già negli anni ’20 da un consorzio di famiglie che gestivano la cementificazione selvaggia e il traffico di rifiuti tossici. Le stesse famiglie che oggi controllano le megacorporazioni e governano la città.” Stefania estrasse un cristallo di memoria delle dimensioni di un’unghia. “Tre giorni prima di morire, mi diede questo. Disse che conteneva abbastanza prove da mandare in galera mezza amministrazione cittadina.”
Sossio prese il cristallo con mani che tremavano leggermente. “Perché me lo dai adesso?”
“Perché domani mattina il bio-catalizzatore che ti ho dato inizierà a lavorare. Quando vedrai le prime crepe nel cemento, dovrai scegliere: accontentarti di far crescere qualche pianta o usare quello che sappiamo per riprenderci davvero la nostra città.”
Stefania si allontanò nella penombra, lasciando Sossio solo con due segreti che potevano cambiare tutto.
Quella notte Sossio non chiuse occhio. Ogni rumore nella strada lo faceva trasalire. Ogni luce che filtrava dalla finestra poteva essere un drone di sorveglianza. All’alba, quando scese per andare al lavoro, notò la prima sottile crepa che attraversava il marciapiede davanti al suo palazzo.
Il cemento aveva iniziato a cedere.
E lui doveva decidere da che parte stare.
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Germinazione – Distopia Frattese
In sottofondo, “Abusi di potere“, brano di Jennà Romano tratto dalla colonna sonora del film “Trentatré” di Lorenzo Cammisa (2024-2025).
Con questo racconto si chiude il processo di riscrittura di questa storia fantascientifica ambientata a Frattamaggiore, la cittadina dove sono nato e vivo e che è una delle più cementificate e trafficate del mondo: poco più di cinque chilometri quadrati con oltre 28mila abitanti; il che fa del nostro paesello uno dei trenta comuni più densamente popolati d’Italia, in buona compagnia – si fa per dire – con molti paesi limitrofi dell’area a Nord di Napoli (alcuni dei quali si posizionano ai primissimi posti in questa scellerata classifica di luoghi ipercementificati e privi di spazi verdi pubblici e privati).
Se volete leggere gli altri racconti di questa serie “seminale” li trovate qui:
“No”, mi rispose, “Voglio sentire il fruscio del vento tra le foglie, lo svolazzare di ali nel cielo, il frinire delle cicale e lo scroscio delle onde sulla scogliera.
Quello che non voglio più ascoltare è il nostro rumore e il suono della mia voce”.
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Un dialogo tardo-ottocentesco sulle note di Chopin (il video)
In sottofondo, Fryderyk Franciszek Chopin a.k.a., Frédéric François Chopin (1810-1849), “Notturno Op.9 n.2” in Mi bemolle maggiore, nell’interpretazione di Pio Palumbo
Il video è stato realizzato integrando strumenti di intelligenza artificiale generativa – come Nano Banana, Veo e Flow – con PicsArt ed Edit per il montaggio e per l’editing delle immagini statiche e della grafica dei singoli frame.
Il mio intento era dare un tono romantico e vagamente ottocentesco a una clip realizzata con strumenti del XXI secolo. Spero di esserci riuscito senza risultare troppo melenso e caramelloso.
Da una prostituta francese a una prostituta brasiliana, attraverso schiere di puttane di De André e un’appendice femminista.
Fais-nous danser, Julie la Rousse Toi dont les baisers font oublier
Petit’ gueule d’amour t’es à croquer Quand tu trimballes ton éventaire Ton arsenal sans fair’ de chiqué A vaincu plus d’un grand militaire
La incontro così, per caso, scorrendo parole di vecchie chansons francesi: una ragazza dai capelli rossi che “fa ballare” un intero quartiere e, soprattutto, “fa dimenticare” le miserie, le frustrazioni, le guerre, perfino i grandi militari che il suo “arsenale” di seduzione ha già sconfitto da un pezzo.
Provo a portarla in italiano, senza tradirne del tutto la musica:
Facci ballare, Julie la Rossa, tu, i cui baci fanno dimenticare ogni cosa.
Piccola faccia d’amore, sei da mangiare di baci, quando ti porti in giro il tuo banchetto, il tuo arsenale, senza fare la preziosa, ha sconfitto più di un grande militare.
Siamo nel lontano 1956 e l’autore di questa canzone si chiama René-Louis Lafforgue: attore, autore, cantautore, figura appartata ma decisiva della chanson réaliste del dopoguerra, quella che guarda Parigi non dalle terrazze dei caffè letterari, ma dai marciapiedi, dai bistrot, dalle camere ammobiliate dove si sopravvive più che vivere. La sua Julie la Rousse, interpretata anche da Colette Renard, Anny Flore e Philippe Clay, appartiene a questa tradizione di ritratti umani che mescolano tenerezza, ironia e una feroce lucidità sociale.
Julie non è una musa angelicata. È una prostituta della Place Blanche, regina non incoronata di un angolo di Parigi dove i clienti passano, fumano, trattano, dimenticano. I passanti la giudicano “mauvaise graine”, cattiva erba, perché “a ogni uomo dà un’imbeccata”, eppure il testo le rende omaggio definendola “vraie citoyenne”: una vera cittadina che, senza proclami e senza rivendicazioni, “dà sollievo alle arsure extra-repubblicane” dei maschi francesi. Se la Repubblica proclama égalité e fraternité, è anche grazie a corpi come il suo che certe pulsioni trovano una via d’uscita meno violenta e mortale. In questo senso, quello di Lafforgue è anche un canto antimilitarista.
C’è un verso che mi piace particolarmente, quello che ricorda che Julie, a volte, lavora da artista:
Car parfois tu travailles en artiste Ton corps tu l’prêt’s sans rien fair’ casquer À tous les gars qu’ont le regard triste
A volte, insomma, Julie non chiede nemmeno una ricompensa economica: presta il suo corpo “da artista” a tutti ragazzi che hanno lo sguardo triste. Il commercio del sesso si incrina per un attimo e lascia passare un’altra logica: quella della cura, della compassione, della consolazione quasi materna. Nei baci di una prostituta di quartiere, la canzone arriva a dire che si può “abbracciare il mondo intero”. Non è poco.
Uno sguardo sulle prostitute, senza moralismo e senza sconti, che mi riporta a De André. Penso, ovviamente, a “Bocca di Rosa“, la forestiera che “metteva l’amore sopra ogni cosa” e che per questo viene prima idolatrata e poi cacciata dal paese dalle pie donne offese. Penso alla “Città vecchia“, dove “se ti inoltri lungo le calate / dei vecchi moli, tra la gente che viene e che va…”, incontri “la puttana, il ladro, l’ubriacone” e tutta quella fauna umana che la borghesia preferisce tenere a distanza di sicurezza. Penso a “Via Del Campo“, alle passeggiate festive delle prostitute di “ADumenega“, e a “Prinçesa“, trans e prostituta brasiliana.
De André ha dichiarato spesso il suo debito verso la canzone francese: Brassens, Brel, Ferré, ma anche questo sottobosco di autori meno celebrati che hanno insegnato a guardare in faccia i “perdenti” della storia, a restituire dignità narrativa a chi vive ai margini. Julie la Rossa potrebbe tranquillamente camminare tenendo sottobraccio Bocca di Rosa lungo una via tra Pigalle e un anonimo paese dell’entroterra ligure: due donne di mala fama, due sante laiche che ricordano agli uomini il prezzo e la grazia del desiderio.
A partire da questi versi e da questa immaginaria sorellanza tra Lafforgue e De André, ho provato a dare un volto alla mia Julie. Il risultato è il ritratto che accompagna questo post: una ragazza dalla chioma rosso fuoco, pelle quasi di gesso, occhi verdi e sguardo laterale, un po’ ironico e un po’ diffidente. Non è la Julie di Parigi, non è Bocca di Rosa, non è nessuna delle due: è la loro cugina che passa per il mio bloc-notes, si lascia colorare e poi scappa di nuovo nella notte.
Per chi fosse curioso di sapere come è nata questa Julie la Rossa a matita e colori digitali, ho montato un piccolo video di making of: il disegno che prende forma a poco a poco, dalla prima linea incerta fino alla colata di rame dei capelli, con in sottofondo proprio la canzone di René-Louis Lafforgue.
“Julie la rousse” canta Anny Flore, 1957
Così, mentre la mano traccia ombre e contorni, è la voce della chanson a ricordarci che, a volte, per capire un’epoca non bisogna ascoltare i discorsi dei ministri, ma le storie di chi, come Julie, “fa ballare” e “fa dimenticare” il mondo intero per qualche minuto rubato alla notte.
Perché a volte lavori come le artiste Il tuo corpo lo offri senza chiedere nulla A tutti i ragazzi dallo sguardo triste
Ma…, proprio qui, nel momento in cui la canzone di Lafforgue tocca le corde più alte della compassione e della bellezza, mi viene da fermarmi a chiedermi se questa visione della prostituzione non sia troppo romanticizzata, e comincio a dubitare (mi capita molto spesso). Non è, in fondo, uno sguardo tutto maschile che proietta sulla figura della prostituta i propri bisogni di consolazione, la propria nostalgia, il proprio sentimentalismo?
Il Movimento Femminista Romano se lo chiese già negli anni Settanta, quando riscrisse “La Canzone di Marinella” di De André (che pure raccontava la storia di una giovane prostituta morta ammazzata) in questi termini:
Questa di Marinella è la storia vera, lavava i piatti da mattina a sera e un uomo che la vide così brava pensò di farne a vita la sua schiava.
Così, con l’illusione dell’amore, che le faceva batter forte il cuore, s’inginocchiò davanti a quell’altare e disse tre volte “sì” per non sbagliare.
Lui ti guardava mentre pulivi, forse leggeva mentre cucinavi; te ne accorgesti senza una ragione che la sua casa era la tua prigione.
C’era la luna e ancora non dormivi, dopo l’amor no, tu non dormivi: sentisti solo sfiorare la tua pelle, lui ebbe tutto e ti girò le spalle.
Dicono che spesso con cipiglio lui ti chiedesse un figlio; tu eri stanca, grassa ed avvilita, avevi solo figlie dalla vita.
Ma un giorno, mentre a casa ritornava, vide una mostra che la riguardava: cambiare poteva la sua condizione col Movimento di Liberazione cambiare poteva la sua condizione col Movimento di Liberazione
Da Vettori Giuseppe, Canzoni italiane di protesta 1794 – 1974, Roma, Newton Compton, 1975
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Insomma, se da un lato è giusto diffidare della mitologia maschile sul “cuore d’oro” delle prostitute, dall’altro non si può negare che canzoni come Julie la Rousse o Bocca di Rosa abbiano compiuto un gesto politicamente rilevante: hanno restituito visibilità e dignità narrativa a figure che la società benpensante voleva cancellare. Hanno detto: queste donne esistono, meritano di essere raccontate, hanno una storia, una dignità e uno spessore poetico.
Tra realtà e intelligenza artificiale, il gesto di sfida di una giovane iraniana a Toronto e la mia affrettata sperimentazione con Flow di Google
Ha una carica simbolica e una forza iconica tremenda l’immagine di questa bellezza iraniana che si accende una sigaretta facendosi fuoco con una foto dell’ayatollah Ali Khamenei.
Debbo dire che all’inizio avevo capito che compisse il suo gesto in Iran e la cosa mi era sembrata così improbabile che avevo pensato che fosse una clip creata con l’IA generativa. Poi, però, ho letto che questa stupenda, sfrontata e libera ragazza vivrebbe a Toronto. Così la cosa mi è parsa più probabile.
(Difficile fare un serio fact checking sull’autenticità di questo ed altri video simili. Da quanto ho visto, però, su Tik Tok tra i primi ad averlo pubblicato c’è il Jerusalem Post; il che qualche lecito dubbio lo fa venire. Ma ormai poco importa. Le immagini oggi non debbono essere vere, e nemmeno debbono non esserlo. Debbono essere credute, riconosciute e condivise. Nascono per farsi meme).
In ogni modo non ho resistito alla tentazione di chiedere all’intelligenza artificiale di Flow di crearmi uno short video simile. L’AI ha generato le immagini in movimento che gli ho richiesto con la consueta sollecitudine e con qualche evidente difetto che non mi sono peritato nemmeno di correggere manualmente né di chiedere, alla macchina, di far correggere artificialmente.
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fumata bianca, fumata nera, fumata falsa, fumata vera e fumata AI (fumata Anti-Imperialista)
Va bè, che vadano in fumo tutti gli Stati assoluti e tutti gli autoritarismi! Fuck out ofthis world!
L’assassinio di Renee Nicole Good e la risposta ancora timida degli Stati Uniti d’America
A Minneapolis, un ufficiale federale della polizia anti-immigrazione (ICE), ha ammazzato con tre colpi di pistola puntati sulla faccia, Renee Nicole Good. Renee nel 2020 aveva vinto il premio di poesia dell’Academy of American Poets con il componimento “On Learning to Dissect Fetal Pigs” (“Sull’imparare a sezionare i feti di maiale”).
Mi sono andato a cercare questa poesia. Nella parte finale si legge:
now i can’t believe—
that the bible and qur’an and bhagavad gita are sliding long hairs behind my ear like mom used to & exhaling from their mouths “make room for wonder”
che traduco in modo approssimativo con
ora non riesco a credere—
che la bibbia e il corano e la bhagavad gita stiano scostando lunghi capelli dietro il mio orecchio come faceva mamma ed esalando dalle loro bocche “fai spazio allo stupore”.
E, mentre leggo, faccio spazio a tutto il mio scandalizzato stupore: non riesco a credere, I can’t believe, che sia ancora così timida la protesta contro questo assassinio. E che non si sentano voci forti di intellettuali, artisti e donne e uomini pubblici che protestino contro questo uso spropositato della forza dentro e fuori dalle mura degli Stati Uniti d’America.
Renee Nicole Good aveva 37 anni e 3 figli, il più piccolo di 6 anni. Trump e l’amministrazione federale l’hanno descritta come una esagitata, hanno dichiarato che stava compiendo un atto di terrorismo interno (“domestic terrorism“) e hanno difeso a oltranza il suo massacratore (il vicepresidente Vance si è spinto fino a dichiarare che l’agente godrà di una “absolute immunity“). Checché se ne dica, svariati video testimoniano che Renee non stava in alcun modo attentando alla vita degli agenti dell’ICE che l’hanno brutalmente giustiziata davanti a decine di cittadini americani.*
Lei sul suo account Instagram si autodefiniva come “poetessa, scrittrice, moglie, mamma e chitarrista da quattro soldi”. Io tendo a crederle.
E continuo a scandalizzarmi per la timidezza delle proteste interne.
Continuo a chiedermi: Dove caspita è finita l’America del dissenso e del non conformismo?
«Dove sono i Ginsberg, gli Huxley e i Vonnegut? Dove i Dylan, i Mingus, gli Zappa e gli Shepp di oggi e di domani? Dove sono i James Baldwin, le Toni Morrison e le Nina Simone? Che fanno i Noam Chomsky, le Patti Smith, i Tom Waits, i John Irving, i Philip Roth e i Paul Auster in questo letamaio? Dove sono finiti i Thoreau, i Burroughs, i Coltrane, i Lou Reed, gli Zack de la Rocha e i Chaplin; e dove cavolo stanno gli Orson Welles, i Robert Altman, i Dennis Hopper, i John Cassavetes, gli Oliver Stone, gli Spike Lee, gli Art Ensemble of Chicago, gli Henry Threadgill, i Woody Allen, i Marlon Brando, le Jane Fonda, gli Sean Penn, le Susan Sarandon e perfino i Clint Eastwood che alimentarono il nostro sogno americano.
“All, all are sleeping on the hill“, e le loro figlie e i loro figli stanno a guardare, a quanto pare, mentre là fuori infuocano le trumpate e il giorno si fa buio.»
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Short Video in memoria di Renee Nicole Good
In sottofondo, qualche nota di “Requiem for a Revolution” di Marc Ribot (2010)
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* Qui un link che documenta il massacro (fonte: The New York Times):
Aggiungo che, dopo questo efferato delitto, la voce più netta che ci è arrivata dall’America non è stata quella di un intellettuale o di un artista, ma quella di un politico locale: il sindaco di Minneapolis, Jacob Frey, che ha rilasciato queste inequivocabili dichiarazioni:
“To ICE: Get the fuck out of Minneapolis. We do not want you here. Your stated reason for being in this city is to create some kind of safety and you are doing exactly the opposite.” In italiano: “All’ICE: andatevene a fare in culo fuori da Minneapolis. Non vi vogliamo qui. La vostra motivazione dichiarata per essere in questa città è di creare una sorta di sicurezza e state facendo esattamente il contrario.”
“Having seen the video myself, I want to tell everybody directly: that is bullshit.” In italiano: “Avendo visto il video di persona, voglio dire a tutti direttamente: questo è una grossa stronzata.”
“This was an agent recklessly using power that resulted in somebody dying.” In italiano: “Questo è un agente che ha usato il potere in modo sconsiderato con il risultato che qualcuno è morto.”
“We are calling for a clear and transparent process that includes state investigating agencies.” In italiano: “Stiamo chiedendo un processo chiaro e trasparente che includa le agenzie investigative statali.”
(Fonti: The Guardian, The Standard, CBS News e Time)
Mi pare che il sindaco Frey abbia detto tutto quello che si doveva dire. Una piccola luce tra le tenebre a stelle e strisce.
Paesaggi campani restituiti a Berlino da occhi di Düsseldorf
Ti giri quasi per caso verso una sala laterale e trovi Napoli appesa al muro di un museo di Berlino. Non è una metafora: è proprio Napoli. Sorrento, Capri, Pozzuoli, il golfo al tramonto. Tutto lì, in una stanza che non ti aspettavi di attraversare.
“Si dica, si racconti o si dipinga quel che si vuole ma qui ogni attesa è superata. Queste rive, golfi, insenature… Siano perdonati tutti coloro che a Napoli escono fuori di senno!” Johann Wolfgang Goethe, Italienische Reise, 1787
Nel video che condivido oggi provo a restituire questo piccolo cortocircuito geografico: siamo a Berlino, all’Alte Nationalgalerie, eppure, quadro dopo quadro, sembra di camminare tra Sorrento, Capri, Pozzuoli, Miseno, immersi in una luce pienamente mediterranea.
Ho girato il minivideo durante una visita a una mostra temporanea dedicata alla Collezione Scharf, con nomi come Goya, Monet, Cézanne, Bonnard, Degas, Toulouse-Lautrec. Un percorso ricchissimo, quasi “da museo dei sogni”. Eppure mi sono fermato in questa sala laterale, meno celebrata, dove alcuni artisti della Scuola di Düsseldorf raccontavano Napoli e dintorni attraverso lo sguardo del paesaggismo romantico europeo.
Nel video si attraversano luoghi che hanno alimentato a lungo l’immaginario continentale: Sorrento, Capri con i suoi pescatori e la Grotta Azzurra, Pozzuoli, il Golfo di Napoli al tramonto, fino a Miseno e Miliscola. Tra i pittori esposti compaiono Carl August Zimmer, August Wilhelm Ahlborn, Carl Friedrich Seiffert, Carl Blechen, August Kopisch e Joseph Rebel. Nomi non “pop”, quasi laterali, ma capaci di dire molto su un’epoca e su uno sguardo. La Scuola di Düsseldorf fu uno dei principali centri artistici tedeschi dell’Ottocento, attiva soprattutto tra gli anni Trenta e la fine del secolo. La sua pittura unisce rigore accademico, cura del disegno e una forte tensione narrativa. I paesaggi sono spesso idealizzati, ma fondati su uno studio attento dal vero. Una miscela perfetta per il “tema Italia”: precisione e immaginazione, osservazione e mito. Queste opere si collocano pienamente nel solco del Grand Tour, il viaggio di formazione che tra Sette e Ottocento portava artisti e intellettuali europei in Italia. Se Roma rappresentava la classicità, Napoli era spesso la rivelazione sensoriale: la luce del golfo, il mare, i promontori, il Vesuvio sempre presente. Un luogo in cui il quotidiano e il sublime convivevano senza separazioni nette. Guardando quei quadri si ha l’impressione che Napoli non venga semplicemente ritratta. Viene cercata. Non come città, ma come esperienza, come soglia percettiva, come spazio capace di modificare lo sguardo di chi arriva. È questo che amo delle sale “minori”: non chiedono venerazione, chiedono attenzione. E se gliela concedi, aprono mondi. In questo caso uno inaspettato: il Golfo di Napoli appeso a Berlino, testimonianza concreta di quanto il Sud d’Italia abbia inciso sull’immaginazione europea. Se vi va, guardate il video così: non come una carrellata di quadri, ma come un Grand Tour compresso. Un viaggio da parete, con dentro il mare. Perché forse è questo che facciamo davanti a certe opere: non cerchiamo un luogo. Cerchiamo un modo di vedere.
Strofetta dell’Epifania che ogni gioia si porta via (in appendice, Chet Baker, “The Party is over”)
So’ arrivate Gaspare, Melchiorre e Baldassarre E’ fernuta a zezzenella e se torna areta ‘e sbarre
Affianco il mio piccolo presepe con tre capolavori del Rinascimento e del Barocco. Tre Adorazioni dei Re Magi di (nell’ordine cronologico e di scrollaggio) Jeroen Anthoniszoon van Aken, più noto come Hieronymus Bosch (1450 circa –1516), Bartolomeo Suardi detto Bramantino (1465-1530) e Domínikos Theotokópoulos a.k.a. El Greco (1541–1614).
Tutti nomi d’arte avevano questi artisti. Parola di Gaetano Vergara, altrimenti conosciuto come Aitan. Ma je nun so’ n’artista, je so’ sulo nu masto scuncecatore.
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Strofetta dell’Epifania – L’esaurimento della zezzenella
In sottofondo, qualche nota di “E’ Fernuta ‘a Zezzenella“, brano di Mimmo e Michele Taurino che comincia con un dialogo che fa – Amore, sai che sono senza mutandine? – Uffà, ancora cu sti spese, o vvuò capì ch’è fernuta ‘a zezzenella!!!
E continua con l’immortale strofa che fa: E’ fernuta a zezzenella sò passate e tiempe bbeeeelle Piglia e fierre e a cardareeellaaa è o’ mumento ‘e faticààààà
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The party is over…
Concludo questo post sconclusionato e saltellante con “In a Sentimental Mood“e “The party is over“, brani tratti dall’album CHET ON POETRY, Italia 1989.
Nel gennaio del 1988 Baker partecipò ad un’incisione per un disco rimasto incompiuto a causa della sua prematura e tragica morta. L’album fu successivamente completato e mixato a cura di Nicola Stilo per l’etichetta Novus.
Questo il testo dei versi introduttivi di Gianluca Manzi
But now it has happened, No use in talking The silence between me and you Has never had meaning. It was, love it, that was all That was asked. But now it has happened, No words for the foretime, The desperation has made me the same, Has made me another. Who looks at the shape of the fish Grow giant on the side of his bowl, Who walks on the terrace Observing foliage from above, Who hears the snapping of plastic That wraps like cellophane Bare branches of climbers? You don’t know, and I Who descend the stairs neither, I am the same, I am another.
Chet Baker – tromba e voce Nicola Stilo – flauto, chitarra, piano e sintetizzatore Enzo Pietropaoli – contrabbasso Roberto Gatto – batteria Alfredo Minotti – percussioni Carla Marcotulli e Alfredo Minotti – coro in “The Party Is Over”
Registrato da Franco Finetti e Sergio Marcotulli ai Forum Studios di Roma, a gennaio del 1988.
Chet Baker sarebbe morto pochi mesi dopo, il 13 maggio di quello stesso anno. Lo trovarono sfracellato al suolo ad Amsterdam. Era precipitato giù dalla finestra di un hotel. Non sapremo mai se fu un suicidio, una caduta accidentale sotto l’effetto di droghe o se qualcuno lo spinse giù volontariamente.
Fuori dall’albergo di Amsterdam una targa commemorativa recita: “Il trombettista e cantante Chet Baker morì in questo luogo il 13 maggio 1988. Egli vivrà nella sua musica per tutti quelli che vorranno ascoltarla e capirla“.
Riti di passaggio e la fatica di credere nel rinnovamento aspettando sia un volo verso casa che un anno migliore
Vi lascio i miei più affettuosi auguri di buon anno dall’aeroporto di Monaco, in transito da Berlino; ma non riesco a fare a meno di aggiungere ai miei desideri di un anno migliore le stesse perplessità di sempre.
Perché diciamocelo: io con questi riti collettivi dettati dai calendari non ho mai avuto un buon rapporto. So benissimo che le cose non cambieranno in virtù di un numero che avanza nel computo degli anni che conteggiamo dalla presunta nascita di Cristo. Mentre scrivo, mi torna in mente mia cugina Tiziana che, a quattro anni appena compiuti, si guardò allo specchio e disse delusa: “Ma sono la stessa di ieri!”. Ecco, il punto è proprio questo. Non abbiamo passato una mano di pittura sui problemi nella notte di San Silvestro. Il tempo scorre fluido e continuo lungo il declivio delle nostre vite, lo sappiamo. Eppure c’è qualcosa di stranamente consolante in questo rituale collettivo di illudersi che le cose possano andare meglio, che si possa ricominciare e diventare migliori ad ogni cambio di calendario. Che il fuoco e il frastuono dei botti di capodanno abbiano annullato il male dalle nostre case e dalle città assediate. Un proverbio indios che ho inventato qualche anno fa diceva: “Anche quelli che non ci credevano si misero a danzare, e quando arrivò la pioggia ridevano più forte degli altri.” Quindi, va bene, balliamo. Facciamo finta che questo incremento di cifra significhi qualcosa. Perché forse, alla fine, l’unico modo per rendere quest’anno veramente nuovo e più bello che pria è smettere di aspettare che lo diventi da solo.
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L’anno nuovo sarà veramente nuovo se sapremo rinnovarlo, se sapremo rinnovarci.
Buon 2026, muchas felicidades e tante cose belle a tutti e ad ognuno.
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“Un anno è andato via” (il video)
In sottofondo, “Il tema” di Francesco Guccini (1970)