Temo sempre di più la spettacolirazzazione delle parti in campo, la teatralizzazione dei conflitti e il gioco delle parti funzionale alla ricerca del consenso.
Temo la messa in scena dell’indignazione e la sostituzione della partecipazione attiva con dichiarazioni di intenti e condivisioni in rete che allontanano l’autentica partecipazione alla realtà dei fatti e non riescono a trasformare l’indignazione in un motore per migliorarci e migliorare il mondo intorno a noi.
Temo le scorciatoie di coloro che riducono il proprio gesto politico alla manifestazione del dissenso e alla ridicolizzazione dell’altro.
Temo il presenzialismo spinto e l’autorappresentazione di sé con una bandiera, un volantino o un logo in mano (metto la mia faccia a servizio di una causa o di un’idea di cui so poco o nulla, salvo che quello è il trend e quello il filone).
Temo la spasmodica ricerca del consenso misurata in like, cuoricini e voti elettorali e conquistata a costo di semplificazioni della complessità del reale con conseguente demonificazione dell’avversario e squalificazione di chi dubita o pensa diversamente.
Temo il sarcasmo di chi è certo di avere sempre ragione e cerca nell’altro la pagliuzza, il pelo o il torto; salvo poi fare finta di niente quando inciampa nelle travi che porta piantate negli occhi e nel cuore.
Temo quelli che hanno sempre un dio, un credo, una credenza o un’ideologia dalla loro parte.
Temo chi è in posizione di potere ma finge di essere vittima del sistema di cui è parte e motivo.
Temo chi sta sempre a sottolineare e dire cose tipo: io (io io io) mi faccio in quattro per gli altri.
Temo che più parliamo qua sopra meno tempo abbiamo per dire e fare nel mondo le cose che nel mondo andrebbero dette e fatte.
Temo di essere fuori tempo e fuori moda e temo di aver scelto il posto sbagliato per dispiegare ed esternare il mio timore in modalità che sono parte e motivo di quello che aborro e che temo.
Temo anche l’espressione di questo timore che si manifesta qui ed ora davanti al vostro sguardo appesantito dalle anafore, dalle perifrasi e dalle circunlocuzioni.
E temo il timore e i giochi di parole che nascondono la realtà che vorrebbero svelare sotto le scintille del loro fulgore.

E per quanto ottenebrato da tante paure, credo di avere ancora la lucidità di sapere che questo post si inserisce nel filone della vuota indignazione e del timore, che si autoassolve senza lasciare tracce e facendo solo un po’ di rumore, in aggiunta al frastuono che ci gira intorno.