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Ogni tanto torno a dare i numeri e li infarcisco di citazioni (voi, se credete, potete giocarli su tutte le ruote)

Uno, doje, tre e quatto
E passa nu guaio
E passane duje
E passa n’atu guaio
E passsane duje
E passatele ciento guaie

(Dal “Rosario”
della Gatta Cenerentola
di Roberto De Simone)

Più passa il tempo più cresce in me l’impressione che non ci sia niente di più ideologico ed idelologizzato dei numeri.
I numeri riportati.
I numeri sbandierati.
I numeri letti e analizzati dalle statistiche.
I numeri condizionati da idee preconcette e pregiudizi.

Se torturi i numeri abbastanza a lungo, confesseranno qualsiasi cosa.

Avrò citato questa frase di Gregg Easterbrook mille volte (laddove mille è un numero iperbolico non direttamente riferito alla realtà).

Quanti erano i morti di Guernica?
Quante sono state le vittime della Shoah?
Ha fatto più vittime il nazismo o il comunismo?
Quanti sono crepati di covid?
E quanti di loro erano i vaccinati e i non vaccinati?
Quanti ne muoiono all’anno di influenza?
Quanti in incidenti stradali?
Quanti tra i fumatori?
Quanti di infarto o mentre facevano l’amore?

Sui morti si danno da sempre i numeri.
La morte è certa.
Fino a prova contraria tutti dobbiamo morire.
Ma i dati sulla quantità dei morti sono quanto mai oscillanti e riconducibili a un’interpretazione dei fatti non basata sulla loro reale consistenza, ma adattata a determinati schemi ideologici o alla posizione che assumiamo nella discussione in atto.

L’umorista statunitense Evan Esar sosteneva che la statistica è “l’unica scienza che permette a esperti diversi, usando gli stessi numeri, di trarre diverse conclusioni“.
Figuriamoci poi quando le statistiche vanno nelle mani di politici e dei giornalisti compiacenti.

Secondo Churchill, che dell’arte politica della manipolazione era uno spregiudicato esperto, “le sole statistiche di cui ci possiamo fidare sono quelle che noi abbiamo falsificato.”

Ce ne rendiamo conto ad ogni tornata elettorale, quando, all’uscita dei risultati delle urne, sentiamo le interpretazioni più fantasiose su quei dati: il più delle volte, pare che nessuno abbia perso e tutti siano degni di fare la loro parata sul carro dei vincitori.

I dati.
I dati.

Ecco quelli di questi giorni della mia regione relativi alla pandemia.

654 contagiati rilevati.
Un titolo riporta che la metà sono *vaccinati*.
Un altro che la metà sono *non vaccinati*.
Bicchiere mezzo pieno. Bicchiere mezzo vuoto.
Un altro passo aggiunge che i morti sono *quasi tutti no vax*.
Un altro ancora rincara la dose e toglie il quasi.

Letture quanto mai ideologiche, insomma.

Poi passa un commentatore e osserva che i non vaccinati fanno più spesso il tampone (normale che vengano rilevati più casi).
Un altro oppone che i vaccinati sono molti di più dei non vaccinati, per cui, se la percentuale è fifty-fifty, normale che l’incidenza dei casi tra i no vax sia molto più alta.

Io resto a guardare e ripenso a queste parole attribuite a Stalin (quello di non so quanti milioni di vittime anticomuniste)*:

La morte di una persona è una tragedia, la morte di milioni è una statistica.”


* Qualcuno osserva che quando si parla di 110 milioni di morti delle purghe staliniste non si tiene in debito conto il fatto che prima della II guerra mondiale la popolazione totale in Urss era pari a 170 milioni di persone (come mostra un censimento del 1939). Se, dunque, le vittime dello stalinismo ammontassero a 110 milioni, sarebbe stata ammazzata più della metà della popolazione.
Boh!? Ma che ne so? Magari li hanno contati dopo aver ammazzato quei 110 milioni di dissidenti. Oppure hanno trascritto o tradotto male. Oppure hanno contato pure quelli che morivano di fame, di fumo o… di covid. Oppure questi dati sono del tutto inventati. Oppure è inventato solo quello dei 110 milioni, o quello dei 170… O magari hanno falsificato i dati giusto un poperché Churchill aveva vinto la guerra…
Che ne so?
Sono numeri.
Tutto è possibile.