Sono stato qualche giorno nel Cilento. Il tempo era bello. Invece ora la pioggia ticchetta i vetri delle finestre.

Era da tanto che non tornavo ai lidi nostrani del Mediterraneo mischiato nella folla di fine luglio. Tanto che ho affrontato l’esperienza con una certa circospezione non esente da snobismo. Eppure il mare, il grande mare que siempre fue y es, riesce ad emozionarmi anche quando non è fragoroso e incombente come l’Oceano Atlantico o percorso da mille rivoli e correnti come il Pacifico.

L’acqua a Paestum era limpida, la spiaggia meno affollata di quanto temessi. Ma credo di essermi disabituato a tanta gente perbene stravaccata in costume. Mi ha fatto male vedere tutte quelle signore in permanente che trascorrevano il tempo a fare acquisti dalle mani di ambulanti carichi come muli. Ed ho notato che ormai dalle nostre parti si è molto ampliato lo spettro dei venditori da spiaggia. Un tempo arrivava di tanto in tanto un gelataio, solitamente baffuto, che si annunciava con fischietto bitonale, o qualche nordafricano generoso di candidi sorrisi e ricolmo di teli e collanine; poi nulla più. Di tanto in tanto ci si poteva perfino godere in pace lo sciabordio delle onde ed il brusio dei vicini. Ora è tutto un andirivieni incessante di venditori pronti a offrire la loro merce a prezzi che garantiscono imbattibili: scultoree principesse senegalesi e bei giovani pachistani che distendono patacche luccicanti al sole come gemme rare; marocchini che spacciano cd falsi; cinesi che smelciano cineselìe; strasudati conterranei che danno cocco congelato per cocco fresco ed africani sovraccarichi all’inverosimile che sembrano implorarti di liberarli dal loro giogo o, per lo meno, diminuirne il peso. Ce ne sono persino di quelli che portano appesi ad un’asta di due o tre metri mobili e sculture di finto ebano o giocattoli di plastica variopinta; li ho visti fare con difficoltà manovra tra le sdraio e gli ombrelloni, tra le imprecazioni dei bianchi sdraiati al sole con la segreta speranza di diventare neri come il carbone, o come il vu cumprà contro cui amano concentrare la loro malevolenza. E non manca neanche chi fa tatuaggi, henné, chiromanzia e riti voodoo. C’è di tutto. Più che in un mercato. Come se non si potesse arrestare neanche per un momento la corsa a consumare e lasciarsi vedere consumare dal proprio vicino di ombrellone. E ad acquisto fatto subito a digitare il numero degli amici rimasti a casa per raccontare quanti grani ha la collana, che sconto ci hanno fatto, quanto è buono il sorbetto di limone sciolto al solleone.

Molti bagnanti trattano malissimo gli stranieri. Confondono allegramente nomi, provenienze e continenti; li accusano di disturbo della pubblica quiete o li prendono in giro; li trattano come bestie da soma, ladri o accattoni. Ho visto anche la polizia municipale in pantaloncini e calzini bianchi mettere multe e sequestrare cd abusivi tra il plauso degli astanti.

Ma c’è anche chi li accoglie con spontanea amicizia. Ed ogni tanto si può vedere qualche ambulante stanco e spossato fare una pausa sotto un ombrellone amico come in un’oasi lungamente attesa. Qualcuno, ne sono certo, si innamorerà di loro e sarà disposto a fare follie.
In fondo (ed anche in superficie), anche questa è la globalizzazione, baby.