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Memoir di un giocatore


Più vedo passare i segni del tempo sulla mia faccia, nei miei occhi e sul mondo, più mi rendo conto che non c’è follia più grande che attribuire le categorie del nostro buon senso alla follia altrui.
Cerchi di prevedere le mosse future secondo i criteri della logica o della ragione, ma resti sempre spiazzato, come su un tavolo di poker in cui i tuoi compagni di tavolo giocano con altre regole, altre scale e altri valori, ma vincono e calcolano i punti – ed anche i crediti – con i tuoi parametri, i tuoi valori e le regole tue.

Giles Ravager, “Avrei potuto fare di più, ma sono contento di quello che non ho fatto. Confessioni di un indolente che non si pente di nulla e di niente.”, Inexistent Edizioni, 2022


Mi disse che nonostante le sue vittorie e la sua fama, lui non aveva mai avuto buone carte.

Mi disse che avevo poco da lamentarmi, avevo poco da lamentarmi per aver perso con lui.

Disse pure che dovevo considerarlo quasi un onore, disse, disse così, disse: un vero onore!

Lui non aveva avuto quasi mai carte buone, disse, ma aveva tante e tante volte lasciato con le pezze al culo decine e decine di giocatori che avevano avuto in sorte carte molto migliori delle sue, disse.

E poi aggiunse



è vero sai non ho quasi mai avuto buone carte ma le ho sempre sapute giocare al meglio che potevo e saranno più le volte che ho bluffato che quelle che sarei saltato dalla sedia se le avessi avute davvero quelle carte che gli altri pensavano che io non avevo ma si cacavano sotto di venire a vedere perché pensavano che se proprio quella volta io veramente c’avevo le carte che mostravo di avere si sarebbero fatti male e io lo sapevo bene che loro sospettavano che non ce le avevo quelle carte ma si cacavano sotto perché pensavano che se proprio quella volta io veramente ce le avevo quelle benedette carte si sarebbero scassati e sarebbero sprofondati in un fosso senza fondo e io proprio di questo campavo della loro paura e della possibilità di avere e giocare le carte che non avevo e che non ho avuto quasi mai
ma di quel quasi mo non voglio proprio parlare anche perché nella vita ho provato più soddisfazione a giocare le carte che non avevo che a trovarmi in mano le carte migliori e rischiare di saltare dalla sedia e farmi sgamare proprio io che ero famoso per aver sempre avuto una faccia da culo che nessuno poteva capire se ero stato io a sganciarne una nemmeno se tenevano gli occhi puntati sulla mie natiche e sul buco del culo
e questo è un fatto
il resto sono solo costruzioni di sabbia sulla riva di una spiaggia isolata senza neanche un cane con cui giocare un’altra mano

ma almeno riempitemi di nuovo il bicchiere se volete sentirmi ancora
diobbuono
ho la gola secca
e poi se avete un mazzo nuovo lo scartiamo e ci facciamo una mano
una mano ancora
basta che non mi chiediate di giocare a carte scoperte
che io a carte scoperte non ci ho giocato mai
se vi piace giocare a carte scoperte piazzatevi di fronte a una slot machine
io non sono una fottuta slot machine
io sono un giocatore
un giocatore vero

il mio intento non è annientare l’avversario umiliarlo togliergli tutto
il mio intento è fottere la mala sorte che mi perseguita e mi dà sempre le carte peggiori
ma io le ho sempre giocate al mio meglio e ho lasciato con le pezze al culo decine e decine di giocatori che avevano in sorte carte migliori



Pensai che forse anch’io avevo avuto carte migliori delle sue, ma mi aveva bloccato la paura.
Ed ebbi paura anche di giocare di nuovo.
Mi inventai in tutta fretta una scusa e mi allontanai per non più tornare.
E mentre mi allontanavo, preferii pensare che in quell’ultima mano lui aveva più del mio tris di dieci. Pensai che era solo un sbruffone. Uno che fingeva di aver bluffato per il gusto di farti credere che aveva vinto pur avendo carte peggiori delle tue. Oppure lo faceva per tenerti in uno stato di tensione emotiva che lo aiutava a soggiogarti e continuare a vincere. Ma io la seconda volta non ci sono cascato.
Checché dicesse o andasse raccontando in giro, ero io lo sfigato con le carte peggiori.

E poi era il momento di chiudere con quella storia. Una storia che forse mi aveva voluto insegnare qualcosa, pensai. Anche se non so cosa.