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altre riflessioni di guerra


Quello che privatamente è vietato ci viene imposto in nome dello Stato.
Noi osiamo lodare certe azioni (che commesse da un privato cittadino sarebbero sanzionate con la pena capitale) solo perché sono state ordinate dal potente di turno.
L’uomo, l’animale che per natura potrebbe essere il più mite, non si vergogna di provare godimento alla vista del sangue, né di fare guerre che si protraggono per lunghi anni, mentre persino le bestie più feroci vivono in pace.”

Lucio Anneo Seneca, Lettere a Lucilio, XCV, 31


I popoli, dalle guerre, escono sempre sconfitti e finiscono per perdere, insieme ai loro beni materiali, anche il senso della realtà.
I problemi più gravi insorgono quando si comincia a vedere nell’altro l’incarnazione del male assoluto. Una volta perduta la misura e il senso della realtà, l’altro diventa il tuo demonio e tu il suo.

Le guerre dicotomizzano la complessità del reale. Riducono tutto a un circuito manicheo che non ammette mezze misure e sfumature. Costringono a stare da una parte o dall’altra, anche quando si percepisce che nessuna delle due parti ci appartiene del tutto né del tutto coincide con i principi della nostra logica, con la prospettiva delle nostre visioni e con le vibrazioni del nostro sentire. Le guerre ci fanno regredire all’essere primitivo che ci portiamo dentro. Quello che raggiungeva i suoi obiettivi primari a forza di colpi di clava. Massimamente le guerre civili. O con me o contro di me. Le individualità si debbono annullare nelle scelte di campo. In guerra bisogna tapparsi gli occhi e combattere.
I popoli si infantilizzano e vengono trattati come i figli dei separati a cui viene imposto di scegliere tra la mamma e il papà ed agire di conseguenza contro la parte rifiutata. Scegliere uno e negare completamente l’altro. Senza riserve.



Personalmente sono sempre stato dalla parte dei disertori e degli scappati di casa. Anche se di istinto e di testa mi viene di correre in soccorso dell’oppresso, chiunque sia l’oppressore di turno.
Eppure, per quanta spinta ideale possa sentirmi addosso e nelle vene, credo che non riuscirei mai a difendere la parte offesa combattendo tra le truppe degli aggrediti con le mani sugli occhi e il cervello spento; tanto più se succedesse, come spesso succede, che, sotto il fuoco del nemico, il capo dei guerrafondai bianchi cominciasse ad assumere gli stessi modi modi violenti e repressivi dell’oppressore nero.
Già sopporto male le leggi “normali”, figuriamoci poi quelle marziali che ti costringono all’obbedienza più cieca e alla partecipazione più muta che si possa immaginare (senza alcuna reale possibilità di esprimere liberamente il frutto della nostra immaginazione).

Quando tuonano le bombe, tace ogni voce e ogni ragione e la verità giace tra i morti offuscata.

È la guerra il male assoluto.
Un male assoluto e travolgente che annulla i popoli e gli individui con la pretesa di ricondurre la realtà a un nuovo equilibrio che porta già in sé i germi del prossimo conflitto.
Si alimenta con la guerra, la guerra, e si nutre col sangue dei vinti e con il sangue dei vincitori.

La pace non si conquista con la guerra.
La pace si costruisce con la pace.
Come in pace vivono anche le bestie più feroci.

Quello che bisogna fare, anche nei cosiddetti tempi di pace, è fare guerra alla guerra. Una guerra senza quartiere. Ma non appena cessa la bufera, preferiamo dormire sugli allori. Come facevamo pure in guerra, in fondo in fondo.


Fa la ninna, cocco bello,
finché dura sto macello:
fa la ninna, ché domani
rivedremo li sovrani
che se scambieno la stima
boni amichi come prima.

So cuggini e fra parenti
nun se fanno comprimenti:
torneranno più cordiali
li rapporti personali.

E riuniti fra de loro
senza l’ombra d’un rimorso,
ce faranno un ber discorso
su la Pace e sul Lavoro
pe quer popolo cojone
risparmiato dar cannone!

Trilussa, “La ninna nanna della guerra” (frammento finale), ottobre 1914