Interludio tecnologico ma non troppo

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Quelli che, quando leggono “premi un tasto qualsiasi per continuare”, premono il tasto di spegnimento e si fermano ore ed ore ad aspettare che succeda qualcosa. Gli stessi che, mentre aspettano davanti al computer spento, imprecano contro i falsi progressi delle nuove tecnologie e dicono che prima si faceva prima e la gente aveva più tempo per fottere, farsi fottere e comunicare.

X Agosto 2014

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Stanotte ho visto il cielo
in un velo di fumo.
Era pieno di stelle,
ma non ne ho visto
nessuna cadere.

Stanotte,
ho ripreso
a fumare e a desiderare,
ma non era per me
il desiderio
che mi sono fermato
a guardare.

Stanotte (mi si perdoni
l’anafora),
ho detto a me stesso che,
anche se non ho visto
stelle cadere,
farò di tutto, di tutto
perché il mio desiderio
si venga a realizzare.

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P.s. Dopo aver scritto questi versi sciatti, sono tornato a guardare il cielo e, in mezzo a tante stelle ferme o pulsanti, ne ho vista una cadere. La più distinta e ravvicinata che mi sia mai capitato di ammirare nella mia vita di scrutatore della volte celeste, azzurra, grigia, nera o blu notte. E questo è un fatto, un fatto che non scalfisce per nulla il mio scetticismo della ragione, ma rafforza assai la mia determinazione. Perché io farò di tutto, di tutto perché il mio desiderio si possa pienamente realizzare.

All’ombra dello sterminator Vesevo

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Ogni giorno roghi tossici e fuochi d’artificio.
A volte penso che la nostra terra sia percorsa da una sorta di cupio dissolvi, da un desiderio di autodistruggersi e scomparire. Come se stessimo mettendo in scena una rituale evocazione delle catastrofi che ci aspettiamo da un’imminente eruzione del Vesuvio. Come se volessimo farci noi stessi vulcano e perpetrare un lento, quotidiano suicidio di massa.

Poi mi tengo più aderente ai fatti e considero che roghi e botti sono solo malefiche scorciatoie per fare soldi in una terra disperata che diventa a ogni fuoco più disperata e sola. E non ci sono vie di uscite facili. O cambiamo il nostro modello di sviluppo o siamo destinati a soccombere; molto prima che il Vesuvio compia la sua missione di sterminio e risuonino per terra e per mare le trombe della prossima apocalissi.


 

Sull’argomento, vi invito a leggere questo vecchio post che citava un paio di miei testi dello scorso millennio. Negli anni ’90 sembravano visioni apocalittiche, catastrofistiche…; pura fantascienza in tinta noir

 

Gli ebrei erranti di Israele

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Culturalmente sono molto più vicino agli ebrei israeliani che ai palestinesi ed al mondo arabo.

Adoro la musica klezmer; ho riso con i fratelli Marx, Danny Kaye, Peter Sellers e Woody Allen; ho letto con gusto e piacere romanzi di Philip Roth, Saul Bellow, Paul Auster e David Grossman; ho cercato tracce di ebraismo in Kafka, Marx, Einstein, Löwith e Chomsky; come tanti, mi sono commosso leggendo Celan, Ginsberg e Primo Levi; sono restato ammirato a pensare che avessero ascendenti ebrei artisti tanto diversi come Gustav Mahler, George Gershwin, Benny Goodman, Fritz Lang, Ernst Lubitsch, Billy Wilder e Stanley Kubrick; ho visitato la casa di Anna Frank, il lager di Dachau, il Jüdisches Museum di Berlino e la judería di Girona; conosco sinagoghe di Praga, Roma, Cordova e Toledo; ho studiato la cultura e la lingua sefardita; ho ammirato i quadri di Chagall e le illustrazioni di Emanuele Luzzati; mi sono beato a leggere le raccolte di storielle ebraiche di Marc-Alain Ouaknin e quelle di Ferruccio Fölkel; ho visto ogni volta che ho potuto gli spettacoli di Moni Ovadia e consumato dischi di Giora Feidman, David Krakauer, Don Byron, Uri Caine, Avishai Cohen e, soprattutto, della Tzadik di John Zorn; come Chaplin ho perfino immaginato di avere antenati ebrei (anche se la mia lunga barba e il naso semitico hanno fatto pensare a quelli che mi conoscevano in giro per l’Europa che, più che ebreo, fossi arabo o, perfino, talebano; cosa che mi ha creato qualche problema negli aeroporti di Hannover e di Parigi).
A rischio di essere assimilato a quegli omofobi che dicono di non-avere-niente-contro-gli-omosessuali,-tanto-da avere-anche-un-amico-frocio, aggiungerò che ho avuto ed ho ancora qualche amico ebreo e vanto anche una relazione con la figlia di un rabbino che sosteneva che, per la mia maniera sghemba di pensare, dovevo per forza avere un po’ di sangue giudeo nelle vene (e io la tacciavo di razzismo e di ebreocentrismo; ma, intanto, non mi dispiaceva affatto la sua ipotesi e cercavo origini ebraiche nei cognomi dei miei avi; trovandole, perfino, sia nel ramo paterno che in quello materno).
Insomma, nella mia formazione scorrono litri di inchiostro ebraico. Ma tutto questo non mi impedisce di vedere la sproporzione della risposta israeliana agli attacchi di Hamas e la profonda ingiustizia di un popolo che sta riducendo un altro popolo a riserva indiana, senza alcuna considerazione per la popolazione civile e il valore della vita.

Il buon rabbino Marc-Alain Ouaknin raccomandava in un suo testo non sacro che ho già citato in questo blog: “Faites l’humour, pas la guerre”. Sì, per Jeovah e per Allah, infervorati cugini israeliani, fate l’umorismo, o l’amore (come dicevasi alla vecchia maniera), non la guerra (come si fa ormai pallosamente da secoli e secoli)! Lo dico a rischio di suonare naif e inconcludente come un richiamo del papa o una risoluzione dell’ONU.

 

Qualcosa a che fare con la musica e pure con il cinema

Oggi pomeriggio mi sono preso finalmente un po’ di tempo per ascoltare “Qualcosa a che fare con la domenica”, il nuovo cd di Francesco Di Giuseppe: 25 brani, 25 colonne sonore in cerca di immagini da accompagnare, 25 composizioni che disegnano nella mente dell’ascoltatore altrettante scene di film da realizzare.

cover III cd di fdg

Il primo brano, “Accompagnamento di un finale struggente”, rende tutto lo struggimento descritto nel titolo. La stessa atmosfera la ritroviamo nella traccia 6 (“Oltre la boa”) e nella traccia 12 (“Asfalto”). Il pianoforte funziona alla perfezione per rendere certi stati di animo malinconici e nostalgici che sono da sempre nelle corde di Francesco (questo “Accompagnamento di un finale struggente”, in particolare, lo avevamo già ascoltato nel suo secondo album, ma lì era arrangiato per chitarra classica, chitarra elettrica e violoncello).
“Una donna alla specchio” (traccia 2) è un brano per sola chitarra che gioca sapientemente con sincopi e pause.
La terza e la nona traccia (“Il gioco delle tre campanelle” e “I gatti di Trastevere”) sono due divertimenti che sfruttano le qualità timbriche ed evocative del fagotto e del trombone, suonati, rispettivamente, da Giuseppe Brancaccio e Stefano Centini.
Molto bello l’intreccio di chitarra e violoncello del quarto tema (“Buona fortuna”) e l’arrangiamento del quinto (“Il lungo addio”); ma in entrambi i casi non mi piace il fatto che i brani chiudano ex abrupto. Salvo rare eccezioni, sono poco favorevole alle interruzioni improvvise. Allo stesso modo trovo poco gradevole la chiusura sfumata del settimo brano (“Dopo tutto quello che mi hai fatto, hai ancora il coraggio di chiedermi scusa?”) che ci lascia con la curiosità di sapere come va a finire quell’intreccio di voci strumentali che si era intavolato tra tastiera, violoncello e chitarra elettrica.
“Gli amanti clandestini del Castel dell’Ovo” (traccia 8) ci riporta alle atmosfere struggenti e malinconiche dell’apertura del CD. Qui al piano si unisce il violoncello di Angelo Maria Santisi. La composizione è una delle più belle dell’album insieme con “La lunga gonna bianca” (traccia 11 per chitarra, violoncello e clarinetto) e “Lungo il fiume” (traccia 14 per chitarra e flauto, meravigliosamente suonato da Elisa Boschi). Tre chicche che da sole valgono l’acquisto del terzo cd di Francesco Di Giuseppe.
“Vacanze all’italiana” (traccia 10) è un brano fresco e ironico suonato alla chitarra elettrica con accompagnamento di piccole percussioni ed altri strumenti a corde pizzicate.
La tredicesima e la quindicesima traccia (“Anche se mi odi, io ti amo e ti amerò sempre” e “Guarda dove metti i piedi”) sono due gradevoli componimenti che immagino che Francesco si sia suonato tutto da solo intrecciando vari strumenti a plettro, melodica e percussioni.
Così come da solo avrà suonato alle chitarre la traccia 16 (“Il viaggio di una formica”), il più morriconiano dei temi dell’album, una composizione che piacerebbe molto anche a John Zorn e a Marc Ribot.
Il brano successivo (“Vertigine”, traccia 17) è una suite pianistica in cui si intrecciano gli arpeggi suadenti tessuti dalla mano destra con le linee di basso fosche e cariche di suspense percosse dalla sinistra (qui, come in tutto il disco, la pianista Annie Corrado fa un ottimo lavoro, sfruttando tutte le potenzialità dinamiche dello strumento).
“L’emigrante” (traccia 18) è un delicato valzer musette à la Yann Tiersen (anche se le corde suonano un tipico trillato da mandolino napoletano).
Subito dopo, arriva “Espresso notte” (traccia 19), una composizione complessa che ricorda certi viaggi sonori di Egberto Gismonti.
“L’aeroplanino rosso” (traccia 20) mostra un sapiente uso della tavolozza di colori offerti dai vari strumenti della famiglia degli strumenti a corde pizzicate (Francesco suona in questo album chitarra classica, chitarra elettrica, guitalele e ukulele; oltre a tastiere, melodica e percussioni).
Il ventunesimo (“Nel mezzo… divago”) è il pezzo più rock dell’album. Un altro dei miei temi preferiti che vedrei benissimo in un film di Quentin Tarantino o di Robert Rodríguez.
Con “Chiaro/Scuro” (traccia 22) torniamo al pianoforte: come nella traccia 17, la mano sinistra fa la parte dello scuro e la sinistra, con un’agile melodia, si preoccupa di rendere la chiarezza. L’intreccio delle due voci è gradevole, eppure siamo al limite della dissonanza.
La traccia 23 (“Suite per matrimonio”) è un divertente ballo con un curioso arrangiamento per tre melodiche, che, a loro volta, sembrano imitare il suono di una fisarmonica o di un organetto.
Gli ultimi due brani dell’album (“Les Corts – Clot” e “Qualcosa a che fare con la domenica”) sono due preziosi componimenti in cui Francesco torna al suo strumento principe: la chitarra classica solista.

Oltre ai musicisti già citati, accompagnano Francesco in questa bella avventura Valeria Manai all’oboe e Claudio Cavallaro al clarinetto.

Se siete arrivati a leggere fino a qui, mo’ ve lo dovete assolutamente sentire questo bel disco.
Potete trovarlo qui.

Vale sicuramente molto più di ogni centesimo speso e vi offre l’occasione di girarvi in testa decine di film di accompagnamento alla buona musica che ascolterete.

Sulle tracce di Serendip

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errare come i cavalieri erranti
alla ricerca del senso
[magari a piedi, per evitare
l'effetto inquinante
della cacca del cavallo],
[…] navigare senza rotta
e senza dare retta
a chi ci mette fretta
e finge d’aver capito
aitan, 3 Gennaio 2009

Esiste una serendipità emotiva che consiste nella capacità di approfittare degli imprevisti facendo di necessità virtù: un incontro fortuito in un aeroporto nell’attesa di un aereo in ritardo; un urto con la sconosciuta che diventerà la donna della tua vita (almeno per un paio di minuti); la commessa che ti chiede il tuo numero per una scommessa e ti resterà per sempre accanto nella gioia e nel pianto; il vicino rumoroso che ti invita a festeggiare con lui quando lo vai a invitare ad abbassare la voce del suo “Tanti auguri a te” cantato a squarciagola nella casa vuota; il meccanico che ti aggiusta l’auto rotta e poi ti la cambia la vita e ti adotta… Esiste una serendipità emotiva che ti fa trovare qualcosa di buono anche in un textículo sciocco come questo.

[…] Sperimentare. Provare nuove esperienze.
Interessarsi al processo più che alla meta.
Navigare senza rotta sulle tracce di Serendip.
aitan, 23 Aprile 2011

Versi nati sotto le foglie di una brassica oleracea

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Cavolo,

e dico cavolo perché non vorrei
cominciare con un’imprecazione volgare,
di quelle che poi ti accusano di usarle per infarcire
le tue poesie con termini giovanilistici che fanno tendenza,

Cavolo,
cavolo, dicevo,
ma ¿non è che più dei gabbiani
che svolazzano tra le righe con insistiti a capo
di chi si affanna e si strugge per sembrare che abbia del poeta
quello che non volle dargli il cielo (come si pregiava di dire
il sommo narratore monco)
più dei gabbiani,
più dei gabbiani, dicevo,
non è che siano proprio coloro che
si muovono tra uccelli dai nomi meno usati, i laureati,
non è che siano proprio loro, dicevo, i detentori dei luoghi comuni
più triti e logorati; non è, insomma, che, più dei gabbiani, la fuga dai gabbiani
stia segnando la poesia del primo secolo del terzo millennio dalla nascita del Cristo Redentore?

Va be’, ho provato invano a far innalzare dai miei versi
pennuti carichi di energia e tensione emotiva.
Ma è inutile;
forse hanno davvero ragione i poeti laureati
cui ballano per la testa volatili
dai nomi meno usati,
e non usurati gabbiani
e cavoli che mascherano
e blandiscono imprecazioni
da scaricatore
per diporto
quale io
sono
e fui.

Riflessioni itineranti tra Napoli e Caserta

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In due o trecento metri, due o trecento auto incanalate nel traffico.

La Campania, la mia Campania, la mia Campania felix sta ogni giorno peggio.
Una volta questa terra si chiamava terra di lavoro: una terra ubertosa, fertile, fertilissima; una terra ricca di canapa, di fragole, di noci, di tabacco e di braccia generose. Una terra di fatica e sudore; una terra martoriata, deturpata e incenerita; una terra offesa, vilipesa e dilaniata.

In due o trecento metri, tre cassonetti bruciati.

Certo le colpe sono strutturali e ampiamente diffuse, il fuoco lo accendiamo qua, ma la munnezza viene anche da nord e da centro. La mala politica, gli affaristi, la mafia e la camorra endogena ed esogena… Tutto vero, tutto perversamente cooperante ad affossare la felicità di questo angolo di paradiso spuntato tra Napoli e Caserta.

Sono bloccato in questi due o trecento metri e impreco.

A volte penso che perdiamo troppo tempo a cercare colpe al di fuori del nostro agire quotidiano.
Non possiamo autoassolverci così facilmente; una buona parte dei problemi hanno messo le radici dentro di noi. Abbiamo vissuto in questo territorio per secoli e secoli senza maturare un reale senso di appartenenza. Oppure lo abbiamo perduto, un po’ alla volta, ad ogni dominazione esterna.

In due o trecento metri, decine e decine di auto parcheggiate a capa di cacchio.

Questa è un terra in cui è molto diffusa la mancanza di senso civico, qui la munnezza “se votta ‘a fora” e la casa si tiene pulita. E questa mancanza di senso civico mi pare che venga da molto lontano: da secoli in cui la gente di questi incantevoli luoghi non è stata mai padrona della terra che lavorava; da secoli in cui si è rafforzato l’attaccamento alla propria famiglia, ma si sono indeboliti i legami col proprio territorio, con la gente del vicinato, con le strade e i monumenti della propria città, del proprio paese… Tanto ‘a terra nun è ‘a mia. ‘E figlie so’ piezze ‘e core, tutto ‘o riesto no, nun m’appartene. ‘A terra è d’o viceré, d’o sinneco, d’o padrone…

No, no, no! La terra è nostra e tutto chello ca sputammo ‘ncielo ‘nfaccia ce cade.

In due o trecento metri, decine di motorini senza casco e senza senno mi sorpassano da destra e da sinistra e mi viene voglia di buttarli sotto.

Riprendiamoci quello che ci hanno tolto e difendiamolo con le unghie e coi denti.
Questo può tornare un posto bellissimo in cui è desiderabile vivere e far crescere figli migliori di noi; ma dobbiamo imparare a rispettare quello che la natura e la sorte ci hanno dato in custodia e godere di questo sole, di questo mare e di queste montagne, tutte così ravvicinate, tutte così magicamente a portata di mano. E dobbiamo smettere di fare i furbi e ingannarci l’un l’altro. Finiamola una buona volta con l’arte di arrangiarci e di fotterci a vicenda. Smettiamola di saltare le file e imbrogliare ai concorsi. Smettiamola di chiedere ed elargire piaceri. Impariamo un po’ di spirito di cooperazione. Non diamo più spago a chi fa di noi il capro espiatorio dei problemi del Paese. Abbassiamo il livello delle nostre meschinità e del nostro tornaconto e facciamoci intelligenti, intelligenti e cooperanti per la costruzione di un futuro bello da vivere in uno dei luoghi più straordinari, floridi e invidiabili del mondo.

In due o trecento metri, mi tagliano due volte la strada, mi incazzo e comincio a muovermi anch’io nel traffico come un pazzo scriteriato, passando da una corsia all’altra e non rispettando più semafori e precedenze. Ma jatevenne ‘a ffa ‘nculo tutte quante. Ma che gente ‘e merda, ma che popolo ‘e curnute e figlie ‘e zoccola!

In due o trecento metri, un bambino gioca a pallone tra le auto e la palla attraversa il finestrino e mi finisce sulle braccia. Gliela passo incazzato, lui mi sorride e io cambio di nuovo umore e so’ cuntente ‘e sta…

 

Relazioni due punto zero

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Ci incontriamo
Ogni volta a rotazione
A casa di un amico differente
Ci sediamo intorno a un tavolo
O qualche volta in circolo
Su poltrone e divani
E ci immergiamo
Ognuno
Nei nostri telefonini
La testa china
E le dita
Sempre pronte
A digitare

Qualche volta
Qualcuno
Mette sul social
Un’immagine
O una frasetta intelligente
Copiata da qualche parte
Nella rete
E molti di noi
Si fermano
Un attimo
A leggere
O a vedere
E
Cliccano
Su
“Mi piace”
Senza
Alzare gli occhi
Dal rettangolino

Un attimo dopo
Torniamo
A scorrere
Lo schermo
Dal basso
Verso l’alto
Pronti
A cliccare
Su
“Mi piace”
Alla prossima
Immagine
O
Frasetta intelligente
Scovata
Col ditino

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