Qualcosa a che fare con la musica e pure con il cinema

Oggi pomeriggio mi sono preso finalmente un po’ di tempo per ascoltare “Qualcosa a che fare con la domenica”, il nuovo cd di Francesco Di Giuseppe: 25 brani, 25 colonne sonore in cerca di immagini da accompagnare, 25 composizioni che disegnano nella mente dell’ascoltatore altrettante scene di film da realizzare.

cover III cd di fdg

Il primo brano, “Accompagnamento di un finale struggente”, rende tutto lo struggimento descritto nel titolo. La stessa atmosfera la ritroviamo nella traccia 6 (“Oltre la boa”) e nella traccia 12 (“Asfalto”). Il pianoforte funziona alla perfezione per rendere certi stati di animo malinconici e nostalgici che sono da sempre nelle corde di Francesco (questo “Accompagnamento di un finale struggente”, in particolare, lo avevamo già ascoltato nel suo secondo album, ma lì era arrangiato per chitarra classica, chitarra elettrica e violoncello).
“Una donna alla specchio” (traccia 2) è un brano per sola chitarra che gioca sapientemente con sincopi e pause.
La terza e la nona traccia (“Il gioco delle tre campanelle” e “I gatti di Trastevere”) sono due divertimenti che sfruttano le qualità timbriche ed evocative del fagotto e del trombone, suonati, rispettivamente, da Giuseppe Brancaccio e Stefano Centini.
Molto bello l’intreccio di chitarra e violoncello del quarto tema (“Buona fortuna”) e l’arrangiamento del quinto (“Il lungo addio”); ma in entrambi i casi non mi piace il fatto che i brani chiudano ex abrupto. Salvo rare eccezioni, sono poco favorevole alle interruzioni improvvise. Allo stesso modo trovo poco gradevole la chiusura sfumata del settimo brano (“Dopo tutto quello che mi hai fatto, hai ancora il coraggio di chiedermi scusa?”) che ci lascia con la curiosità di sapere come va a finire quell’intreccio di voci strumentali che si era intavolato tra tastiera, violoncello e chitarra elettrica.
“Gli amanti clandestini del Castel dell’Ovo” (traccia 8) ci riporta alle atmosfere struggenti e malinconiche dell’apertura del CD. Qui al piano si unisce il violoncello di Angelo Maria Santisi. La composizione è una delle più belle dell’album insieme con “La lunga gonna bianca” (traccia 11 per chitarra, violoncello e clarinetto) e “Lungo il fiume” (traccia 14 per chitarra e flauto, meravigliosamente suonato da Elisa Boschi). Tre chicche che da sole valgono l’acquisto del terzo cd di Francesco Di Giuseppe.
“Vacanze all’italiana” (traccia 10) è un brano fresco e ironico suonato alla chitarra elettrica con accompagnamento di piccole percussioni ed altri strumenti a corde pizzicate.
La tredicesima e la quindicesima traccia (“Anche se mi odi, io ti amo e ti amerò sempre” e “Guarda dove metti i piedi”) sono due gradevoli componimenti che immagino che Francesco si sia suonato tutto da solo intrecciando vari strumenti a plettro, melodica e percussioni.
Così come da solo avrà suonato alle chitarre la traccia 16 (“Il viaggio di una formica”), il più morriconiano dei temi dell’album, una composizione che piacerebbe molto anche a John Zorn e a Marc Ribot.
Il brano successivo (“Vertigine”, traccia 17) è una suite pianistica in cui si intrecciano gli arpeggi suadenti tessuti dalla mano destra con le linee di basso fosche e cariche di suspense percosse dalla sinistra (qui, come in tutto il disco, la pianista Annie Corrado fa un ottimo lavoro, sfruttando tutte le potenzialità dinamiche dello strumento).
“L’emigrante” (traccia 18) è un delicato valzer musette à la Yann Tiersen (anche se le corde suonano un tipico trillato da mandolino napoletano).
Subito dopo, arriva “Espresso notte” (traccia 19), una composizione complessa che ricorda certi viaggi sonori di Egberto Gismonti.
“L’aeroplanino rosso” (traccia 20) mostra un sapiente uso della tavolozza di colori offerti dai vari strumenti della famiglia degli strumenti a corde pizzicate (Francesco suona in questo album chitarra classica, chitarra elettrica, guitalele e ukulele; oltre a tastiere, melodica e percussioni).
Il ventunesimo (“Nel mezzo… divago”) è il pezzo più rock dell’album. Un altro dei miei temi preferiti che vedrei benissimo in un film di Quentin Tarantino o di Robert Rodríguez.
Con “Chiaro/Scuro” (traccia 22) torniamo al pianoforte: come nella traccia 17, la mano sinistra fa la parte dello scuro e la sinistra, con un’agile melodia, si preoccupa di rendere la chiarezza. L’intreccio delle due voci è gradevole, eppure siamo al limite della dissonanza.
La traccia 23 (“Suite per matrimonio”) è un divertente ballo con un curioso arrangiamento per tre melodiche, che, a loro volta, sembrano imitare il suono di una fisarmonica o di un organetto.
Gli ultimi due brani dell’album (“Les Corts – Clot” e “Qualcosa a che fare con la domenica”) sono due preziosi componimenti in cui Francesco torna al suo strumento principe: la chitarra classica solista.

Oltre ai musicisti già citati, accompagnano Francesco in questa bella avventura Valeria Manai all’oboe e Claudio Cavallaro al clarinetto.

Se siete arrivati a leggere fino a qui, mo’ ve lo dovete assolutamente sentire questo bel disco.
Potete trovarlo qui.

Vale sicuramente molto più di ogni centesimo speso e vi offre l’occasione di girarvi in testa decine di film di accompagnamento alla buona musica che ascolterete.

Sulle tracce di Serendip

Tag

,

errare come i cavalieri erranti
alla ricerca del senso
[magari a piedi, per evitare
l'effetto inquinante
della cacca del cavallo],
[…] navigare senza rotta
e senza dare retta
a chi ci mette fretta
e finge d’aver capito
aitan, 3 Gennaio 2009

Esiste una serendipità emotiva che consiste nella capacità di approfittare degli imprevisti facendo di necessità virtù: un incontro fortuito in un aeroporto nell’attesa di un aereo in ritardo; un urto con la sconosciuta che diventerà la donna della tua vita (almeno per un paio di minuti); la commessa che ti chiede il tuo numero per una scommessa e ti resterà per sempre accanto nella gioia e nel pianto; il vicino rumoroso che ti invita a festeggiare con lui quando lo vai a invitare ad abbassare la voce del suo “Tanti auguri a te” cantato a squarciagola nella casa vuota; il meccanico che ti aggiusta l’auto rotta e poi ti la cambia la vita e ti adotta… Esiste una serendipità emotiva che ti fa trovare qualcosa di buono anche in un textículo sciocco come questo.

[…] Sperimentare. Provare nuove esperienze.
Interessarsi al processo più che alla meta.
Navigare senza rotta sulle tracce di Serendip.
aitan, 23 Aprile 2011

Versi nati sotto le foglie di una brassica oleracea

Tag

Cavolo,

e dico cavolo perché non vorrei
cominciare con un’imprecazione volgare,
di quelle che poi ti accusano di usarle per infarcire
le tue poesie con termini giovanilistici che fanno tendenza,

Cavolo,
cavolo, dicevo,
ma ¿non è che più dei gabbiani
che svolazzano tra le righe con insistiti a capo
di chi si affanna e si strugge per sembrare che abbia del poeta
quello che non volle dargli il cielo (come si pregiava di dire
il sommo narratore monco)
più dei gabbiani,
più dei gabbiani, dicevo,
non è che siano proprio coloro che
si muovono tra uccelli dai nomi meno usati, i laureati,
non è che siano proprio loro, dicevo, i detentori dei luoghi comuni
più triti e logorati; non è, insomma, che, più dei gabbiani, la fuga dai gabbiani
stia segnando la poesia del primo secolo del terzo millennio dalla nascita del Cristo Redentore?

Va be’, ho provato invano a far innalzare dai miei versi
pennuti carichi di energia e tensione emotiva.
Ma è inutile;
forse hanno davvero ragione i poeti laureati
cui ballano per la testa volatili
dai nomi meno usati,
e non usurati gabbiani
e cavoli che mascherano
e blandiscono imprecazioni
da scaricatore
per diporto
quale io
sono
e fui.

Riflessioni itineranti tra Napoli e Caserta

Tag

, ,

In due o trecento metri, due o trecento auto incanalate nel traffico.

La Campania, la mia Campania, la mia Campania felix sta ogni giorno peggio.
Una volta questa terra si chiamava terra di lavoro: una terra ubertosa, fertile, fertilissima; una terra ricca di canapa, di fragole, di noci, di tabacco e di braccia generose. Una terra di fatica e sudore; una terra martoriata, deturpata e incenerita; una terra offesa, vilipesa e dilaniata.

In due o trecento metri, tre cassonetti bruciati.

Certo le colpe sono strutturali e ampiamente diffuse, il fuoco lo accendiamo qua, ma la munnezza viene anche da nord e da centro. La mala politica, gli affaristi, la mafia e la camorra endogena ed esogena… Tutto vero, tutto perversamente cooperante ad affossare la felicità di questo angolo di paradiso spuntato tra Napoli e Caserta.

Sono bloccato in questi due o trecento metri e impreco.

A volte penso che perdiamo troppo tempo a cercare colpe al di fuori del nostro agire quotidiano.
Non possiamo autoassolverci così facilmente; una buona parte dei problemi hanno messo le radici dentro di noi. Abbiamo vissuto in questo territorio per secoli e secoli senza maturare un reale senso di appartenenza. Oppure lo abbiamo perduto, un po’ alla volta, ad ogni dominazione esterna.

In due o trecento metri, decine e decine di auto parcheggiate a capa di cacchio.

Questa è un terra in cui è molto diffusa la mancanza di senso civico, qui la munnezza “se votta ‘a fora” e la casa si tiene pulita. E questa mancanza di senso civico mi pare che venga da molto lontano: da secoli in cui la gente di questi incantevoli luoghi non è stata mai padrona della terra che lavorava; da secoli in cui si è rafforzato l’attaccamento alla propria famiglia, ma si sono indeboliti i legami col proprio territorio, con la gente del vicinato, con le strade e i monumenti della propria città, del proprio paese… Tanto ‘a terra nun è ‘a mia. ‘E figlie so’ piezze ‘e core, tutto ‘o riesto no, nun m’appartene. ‘A terra è d’o viceré, d’o sinneco, d’o padrone…

No, no, no! La terra è nostra e tutto chello ca sputammo ‘ncielo ‘nfaccia ce cade.

In due o trecento metri, decine di motorini senza casco e senza senno mi sorpassano da destra e da sinistra e mi viene voglia di buttarli sotto.

Riprendiamoci quello che ci hanno tolto e difendiamolo con le unghie e coi denti.
Questo può tornare un posto bellissimo in cui è desiderabile vivere e far crescere figli migliori di noi; ma dobbiamo imparare a rispettare quello che la natura e la sorte ci hanno dato in custodia e godere di questo sole, di questo mare e di queste montagne, tutte così ravvicinate, tutte così magicamente a portata di mano. E dobbiamo smettere di fare i furbi e ingannarci l’un l’altro. Finiamola una buona volta con l’arte di arrangiarci e di fotterci a vicenda. Smettiamola di saltare le file e imbrogliare ai concorsi. Smettiamola di chiedere ed elargire piaceri. Impariamo un po’ di spirito di cooperazione. Non diamo più spago a chi fa di noi il capro espiatorio dei problemi del Paese. Abbassiamo il livello delle nostre meschinità e del nostro tornaconto e facciamoci intelligenti, intelligenti e cooperanti per la costruzione di un futuro bello da vivere in uno dei luoghi più straordinari, floridi e invidiabili del mondo.

In due o trecento metri, mi tagliano due volte la strada, mi incazzo e comincio a muovermi anch’io nel traffico come un pazzo scriteriato, passando da una corsia all’altra e non rispettando più semafori e precedenze. Ma jatevenne ‘a ffa ‘nculo tutte quante. Ma che gente ‘e merda, ma che popolo ‘e curnute e figlie ‘e zoccola!

In due o trecento metri, un bambino gioca a pallone tra le auto e la palla attraversa il finestrino e mi finisce sulle braccia. Gliela passo incazzato, lui mi sorride e io cambio di nuovo umore e so’ cuntente ‘e sta…

 

Relazioni due punto zero

Tag

,

Ci incontriamo
Ogni volta a rotazione
A casa di un amico differente
Ci sediamo intorno a un tavolo
O qualche volta in circolo
Su poltrone e divani
E ci immergiamo
Ognuno
Nei nostri telefonini
La testa china
E le dita
Sempre pronte
A digitare

Qualche volta
Qualcuno
Mette sul social
Un’immagine
O una frasetta intelligente
Copiata da qualche parte
Nella rete
E molti di noi
Si fermano
Un attimo
A leggere
O a vedere
E
Cliccano
Su
“Mi piace”
Senza
Alzare gli occhi
Dal rettangolino

Un attimo dopo
Torniamo
A scorrere
Lo schermo
Dal basso
Verso l’alto
Pronti
A cliccare
Su
“Mi piace”
Alla prossima
Immagine
O
Frasetta intelligente
Scovata
Col ditino

Gocce di bici in un oceano di traffico motorizzato

Tag

,

O strizzeco fisso fa ‘o fuosso.
(La goccia fissa fa il fosso.)

Dicette ‘o pappece ‘a noce: “Dàmme ‘o tiempo ca te spertoso”.
(Disse il tarlo alla noce: “Dammi il tempo che ti buco.”; ma a me piace tradurlo in rima: Disse il baco alla bruco: “Dammi il tempo che ti buco.”)

Stefy all'VIII edizone di "Bici in città" (Frattamaggiore NA, 2014)

Stamattina oltre mille persone hanno percorso in bicicletta il perimetro di Frattamaggiore, piccola località molto densamente popolata a Nord di Napoli. Era l’VIII edizione di un evento dedicato alla mobilità sostenibile e denominato “Bici in Città” (che, a sua volta, si inserisce in una manifestazione più ampia che si chiama “ViviAmo la Città”.)


Mentre pedalavo anch’io in questa massa umana, pensavo che se ognuno di questo migliaio di cittadini dimezzasse l’uso e l’abuso che fa quotidianamente dell’automobile e di altri mezzi di trasporto inquinanti, la mia città sarebbe molto più respirabile e molto meno stressante, un posto in cui sarebbe piacevole e desiderabile vivere e far crescere i propri figli; oltre al fatto che, una scelta di questo tipo, comporterebbe automaticamente un grande risparmio energetico ed economico.

Magari tutto questo succederà davvero e, goccia goccia, questo migliao di persone riuscirà a convincerne altre cento, ed altre cento, ed altre cento…
Date il tempo al “pappecio” e vedrete se non lo “spertosa” questo maledetto nocciolo duro dell’indifferenza e dell’ignoranza.

Perché io sono convinto che molti cittadini sono già virtuosi e non lo sanno, hanno solo bisogno di buoni esempi che rivelino loro le loro virtù e il buon senso che hanno smarrito. Oltre al fatto che ormai siamo arrivati a un punto di saturazione, un punto di non ritorno e, prima o poi, dovremo capirlo volenti o nolenti che altre automobili non si potranno immettere nel nostro territorio già tanto martoriato, mortificato e dilaniato.

Mateo Bertley - Game over

I bene-fattori

Tag

,

Incontri belli e intensi ieri alla Notte del lavoro narrato organizzata da Mariangela (formerly known as GattiPazzi) all’IN FORM OF ART di Napoli e intervallata da canti di lavoro e passione eseguiti da Francesca Cacciatore.

Tra tante emozioni e condivisioni, tre cose sono emerse con più forza: l’amore per il proprio e l’altrui fare; una sacrosanta follia che spinge donne e uomini apparentemente comuni a realizzare imprese ritenute impossibili e la centralità dell’exemplorum vis, la forza degli esempi.

In realtà, ascoltando le narrazioni di tante persone interessanti e necessarie, mi sono soffermato a pensare anche un’altra cosa: nelle vite esemplari che sono state raccontate nel corso della lunga serata tornavano in modo ricorrente le figure del padre e della madre, il che ci rende ancora più responsabili verso le nuove generazioni.
(Considerazione al volo, perché la mia piccola vuole giocare.)

Questo, comunque, somiglia molto al testo che ho letto ieri (piuttosto malamente, anche per le luci troppo soffuse :o) insieme con Pkuu (che, invece, ha letto in modo chiaro e appropriato). L’ho scritto a quattro mani con Borges (anche se lui non lo sa)  e vuole essere una memoria dei tanti parenti e amici che ho avuto come esempio e modello di dedizione al lavoro e di profondo amore per il fare.


 

Dei bene-fattori di famiglia e zone limitrofe

Un hombre que cultiva un jardín, como quería Voltaire.
El que agradece que en la tierra haya música.
El que descubre con placer una etimología.
Dos empleados que en un café del Sur juegan un silencioso ajedrez.
El ceramista que premedita un color y una forma.
Un tipógrafo que compone bien esta página, que tal vez no le agrada.
Una mujer y un hombre que leen los tercetos finales de cierto canto.
El que acaricia a un animal dormido.
El que justifica o quiere justificar un mal que le han hecho.
El que agradece que en la tierra haya Stevenson.
El que prefiere que los otros tengan razón.
Esas personas, que se ignoran, están salvando el mundo.

“Los Justos”, pubblicato nel 1981 da Jorge Luis Borges

Mio nonno che lo fecero laureare in legge, ma lui disprezzava i legulei e si laureò da capo, in medicina; e a 40 anni e 9 figli cominciò a lavorare come medico condotto.

Il nonno, il nonno che girava il paese con la sua vespa blu e mangiava fagioli nei tuguri dei suoi pazienti più indigenti.

Mio padre, mio padre che cambiò mille mestieri e alla fine si mise a fare l’impiegato, portandosi il lavoro a casa, per non fare straordinari e togliere agli altri il lavoro che faceva lui.

Suo padre, suo padre che nel tempo che gli restava aggiustava penne di ogni tipo e le riponeva nella sua vetrina, come fossero gioielli o porcellane da conservare.

Mio padre, mio padre, mio padre che quando andò in pensione si mise a coltivare l’orto, ma non fece in tempo a vedere rossi i pomodori e le zucchine in fiore.

E sua madre, sua madre sempre impegnata tra lavori di casa e bambini. Quante zie, quante cugine, debbono al tempo che lei dedicava ai loro figli la possibilità di essere donne in carriera in un paese con pochi soldi e meno asili.

[Alll'unisono]
Anche questi sono i giusti, i giusti che salvano in silenzio il Paese.

Lo zio, che da maestro si faceva chiamare dagli alunni per nome e da direttore aggiustava impianti elettrici e computer e pensavano fosse un bidello o un tecnico passato di lì per caso.

E quell’altro che ha dedicato migliaia di giorni della sua vita alla metrica barbara e a tradurre col ritmo giusto le imprese di Enea e il meraviglioso IV libro di Didone.

L’amico, che ha costruito uno stadio pensile su un centro commerciale di Malta, perché non sia mai che un cliente pensi che ci sia cosa che non si possa o non si voglia fare.

[Alll'unisono]
Questi, anche questi sono i giusti che salvano silenziosamente l’Europa e il Paese.

La mia bisnonna proprietaria di una ditta canapiera e da tutti temuta, perché anche quando non c’era indovinava chi aveva e chi non aveva lavorato. Che ne sapevano che c’era il bisnonno, disertore di tutte le guerre, che faceva la spia nascosto da dietro ai covoni.

L’amica che in una terra offesa, spolpata e desolata spinge le nuove generazioni a fare impresa e l’amico che portava in tournée per i teatri del mondo una compagnia di attori handicappati e marginali (allora si diceva ancora così).

Il cittadino che si affanna a spegnere i fuochi di questa terra deturpata e il contadino che coltiva l’insalata a pochi metri dai roghi.

I compagni che si impegnano a dare spirito di comunità a un immenso parco di periferia.

Mio fratello che con mani sapienti aggiusta ogni cosa e l’amico che non sta un attimo fermo e trova ogni momento un nuovo oggetto da reinventare.

Il professore che motiva gli alunni a cambiare il mondo che si deve cambiare e il musicista che cerca da vent’anni il suono migliore per far sentire la sua gioia e il suo dolore.

Il barista che sa cosa voglio bere prima ancora che io chieda a me stesso che pausa mi voglio dare e il panettiere che impasta il pane che non mi stanco mai di mangiare.

Questi, anche questi ed altri, molti altri – operai, scrittori, artigiani, coltivatori e dottori – sono i giusti che salvano e mandano avanti in silenzio il mondo.

E l’elenco potrebbe continuare per ore ed ore, perché se gira il mondo è perché siamo in tanti a farlo girare col nostro fare e le nostre parole.

Un uomo che coltiva il suo giardino, come voleva Voltaire.
Chi è contento che sulla terra esista la musica.
Chi scopre con piacere un’etimologia.
Due impiegati che in un caffè del Sur giocano in silenzio agli scacchi.
Il ceramista che premedita un colore e una forma.
La lettrice che recita questa pagina che forse non le piace.
Una donna e un uomo che leggono le terzine finali di un certo canto.
Chi accarezza un animale addormentato.
Chi giustifica o vuole giustificare un male che gli hanno fatto.
Chi è contento che sulla terra ci siano Borges e Stevenson.
Chi preferisce che abbiano ragione gli altri.
Queste persone, che si ignorano, lo stanno già salvando, il mondo.


Aggiunta del 2 maggio, dopo aver riletto questo stesso testo con mia cognata Pina all’ex Sasa di Frattamaggiore di fronte a un pubblico più vasto.

Questi giorni sono stati pieni di incontri belli e interessanti. Qualche volta mi sono sentito anche piccolo piccolo di fronte a donne e uomini dalla personalità gigantesca (spesso portata a spasso in fisici esili e minuti). Ma questo mio sentirmi piccolo piccolo lo trovo sempre vivificante. Si cresce salendo piano piano sulle spalle di giganti, non schiacciando quelli che sono alla nostra altezza per sentirci più grandi e grossi.

Porque eu sou do tamanho do que vejo
E não do tamanho da minha altura...
da “Guardador de Rebanhos
di Alberto Caerio
(uno degli eteronimi di Fernando Pessoa)

 

 

 

Quando eu morrer

Tag

, , ,

Tutto questo parlare negli ultimi tempi di impianti crematori, di ceneri, di polveri e di testamenti, mi ha fatto venire in mente questi versi:

Quando eu morrer
não me dêem rosas
mas ventos.

Quero as ânsias do mar
quero beber a espuma branca
duma onda a quebrar
e vogar.

Ah, a rosa dos ventos
a correrem na ponta dos meus dedo
a correrem, a correrem sem parar.
Onda sobre onda infinita como o mar
como o mar inquieto
num jeito
de nunca mais parar.

Por isso eu quero o mar.
Morrer, ficar quieto,
não.
Oh, sentir sempre no peito
o tumulto do mundo
da vida e de mim.

E eu e o mundo.
E a vida. Oh mar,
o meu coração
fica para ti.
Para ter a ilusão
de nunca mais parar.

Quando eu morrer” è una poesia testamento del poeta angolano Alexandre Dáskalos, nato a Huambo nel 1924.
Pare che Dáskalos l’abbia scritta nel 1961, poco prima di morire in un ospedale di Guarda, nella regione montagnosa di Beira Alta, a nordest del Portogallo.
Nel 1988 il popolare cantautore portoghese Fausto l’ha messa in musica.
Come quella di Dáskalos, la vita di Fausto (al secolo Carlos Fausto Bordalo Gomes Dias) si è svolta tra l’Africa e l’Europa. Pensate che il cantautore è nato nel 1948 in una nave che dal Portogallo andava proprio in Angola, dove ha trascorso la sua infanzia; ma la famiglia di sua madre veniva dallo stesso distretto di Guarda in cui è morto Dáskalos e lui stesso risulta registrato all’anagrafe di una cittadina di quella zona (precisamente, a Vila Franca das Naves).

Come mi è capitato anche con l’Antologia di Spoon River e con Il Giovane Holden,* ho conosciuto prima la versione cantata e poi l’opera che l’ha ispirata. Era la fine degli anni ’80 o l’inizio del ’90, non ricordo bene, e mi trovavo a Lisbona in un periodo in cui i Madredeus non erano ancora popolari in tutta Europa e Wim Wenders non aveva messo mano a Lisbon Story. Essere in Portogallo era ancora essere altrove e Lisbona non era stata assalita da decine di centri commerciali, catene di fast food e multisale.
Saltando rapsodicamente da un disco all’altro, scoprivo in piccoli negozietti del Bairro Alto il meraviglioso mondo canoro di Pedro Ayres Magalhães, Rodrigo Leão e Teresa Salgueiro (“O pastor” mi lasciava senza fiato), di José Afonso (il padre dei cantautori portoghesi, anche lui in bilico tra l’Africa e il Portogallo), di Vitorino e di Né Ladeiras, di Sérgio Godinho e, appunto, di Fausto Bordalo Dias.
Con “Quando eu morrer” fu amore a prima vista. Mi accorsi che mi stavo commuovendo prima ancora di riuscire ad afferrare tutte le parole e comprai di corsa l’album “A preto e branco” (A nero e bianco) che si chiude proprio con questa poesia-canzone.

Il portoghese non l’ho mai studiato organicamente; l’ho imparato per strada in quegli anni e nel corso di altri viaggi. È da molto che non lo pratico. Ma voglio offrirvi una mia traduzione molto libera di questi versi. L’ho fatta in fretta, senza consultare vocabolari o dedicare il giusto tempo a cercare di riprodurre il ritmo e le suggestioni dell’originale. Se passa di qui qualche lusofono che capisce l’italiano, emendi pure senza ritegno le cose che devono essere emendate.

Quando morirò
non datemi rose,
ma vènti.

Voglio l’inquietudine del mare,
voglio bere la schiuma bianca
di un’onda fragorosa
e galleggiare.

La rosa dei venti
scorra sulla punta delle mie dita,
scorra,
scorra senza fermarsi.
Onda su onda infinita
come il mare,
come il mare inquieto
nell’animo che
non vuole mai avere freni.

Io voglio solo il mare.
Non morire né restare quieto.
Sentire sempre nel petto
il tumulto del mondo
della vita e di me stesso.

Io e il mondo
e la vita,
Mare,
il mio cuore
resta tuo
per avere l’illusione
di non fermarsi mai.


* Cfr. Fabrizio De André, “Non al denaro non all’amore né al cielo” (1971) e la canzone di Francesco Guccini “La Collina” tratta da “L’isola non trovata” (1970), la cui title track era a sua volta ispirata a Gozzano.

Iscriviti

Ricevi al tuo indirizzo email tutti i nuovi post del sito.

Unisciti agli altri 84 follower