Quando eu morrer

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Tutto questo parlare negli ultimi tempi di impianti crematori, di ceneri, di polveri e di testamenti, mi ha fatto venire in mente questi versi:

Quando eu morrer
não me dêem rosas
mas ventos.

Quero as ânsias do mar
quero beber a espuma branca
duma onda a quebrar
e vogar.

Ah, a rosa dos ventos
a correrem na ponta dos meus dedo
a correrem, a correrem sem parar.
Onda sobre onda infinita como o mar
como o mar inquieto
num jeito
de nunca mais parar.

Por isso eu quero o mar.
Morrer, ficar quieto,
não.
Oh, sentir sempre no peito
o tumulto do mundo
da vida e de mim.

E eu e o mundo.
E a vida. Oh mar,
o meu coração
fica para ti.
Para ter a ilusão
de nunca mais parar.

Quando eu morrer” è una poesia testamento del poeta angolano Alexandre Dáskalos, nato a Huambo nel 1924.
Pare che Dáskalos l’abbia scritta nel 1961, poco prima di morire in un ospedale di Guarda, nella regione montagnosa di Beira Alta, a nordest del Portogallo.
Nel 1988 il popolare cantautore portoghese Fausto l’ha messa in musica.
Come quella di Dáskalos, la vita di Fausto (al secolo Carlos Fausto Bordalo Gomes Dias) si è svolta tra l’Africa e l’Europa. Pensate che il cantautore è nato nel 1948 in una nave che dal Portogallo andava proprio in Angola, dove ha trascorso la sua infanzia; ma la famiglia di sua madre veniva dallo stesso distretto di Guarda in cui è morto Dáskalos e lui stesso risulta registrato all’anagrafe di una cittadina di quella zona (precisamente, a Vila Franca das Naves).

Come mi è capitato anche con l’Antologia di Spoon River e con Il Giovane Holden,* ho conosciuto prima la versione cantata e poi l’opera che l’ha ispirata. Era la fine degli anni ’80 o l’inizio del ’90, non ricordo bene, e mi trovavo a Lisbona in un periodo in cui i Madredeus non erano ancora popolari in tutta Europa e Wim Wenders non aveva messo mano a Lisbon Story. Essere in Portogallo era ancora essere altrove e Lisbona non era stata assalita da decine di centri commerciali, catene di fast food e multisale.
Saltando rapsodicamente da un disco all’altro, scoprivo in piccoli negozietti del Bairro Alto il meraviglioso mondo canoro di Pedro Ayres Magalhães, Rodrigo Leão e Teresa Salgueiro (“O pastor” mi lasciava senza fiato), di José Afonso (il padre dei cantautori portoghesi, anche lui in bilico tra l’Africa e il Portogallo), di Vitorino e di Né Ladeiras, di Sérgio Godinho e, appunto, di Fausto Bordalo Dias.
Con “Quando eu morrer” fu amore a prima vista. Mi accorsi che mi stavo commuovendo prima ancora di riuscire ad afferrare tutte le parole e comprai di corsa l’album “A preto e branco” (A nero e bianco) che si chiude proprio con questa poesia-canzone.

Il portoghese non l’ho mai studiato organicamente; l’ho imparato per strada in quegli anni e nel corso di altri viaggi. È da molto che non lo pratico. Ma voglio offrirvi una mia traduzione molto libera di questi versi. L’ho fatta in fretta, senza consultare vocabolari o dedicare il giusto tempo a cercare di riprodurre il ritmo e le suggestioni dell’originale. Se passa di qui qualche lusofono che capisce l’italiano, emendi pure senza ritegno le cose che devono essere emendate.

Quando morirò
non datemi rose,
ma vènti.

Voglio l’inquietudine del mare,
voglio bere la schiuma bianca
di un’onda fragorosa
e galleggiare.

La rosa dei venti
scorra sulla punta delle mie dita,
scorra,
scorra senza fermarsi.
Onda su onda infinita
come il mare,
come il mare inquieto
nell’animo che
non vuole mai avere freni.

Io voglio solo il mare.
Non morire né restare quieto.
Sentire sempre nel petto
il tumulto del mondo
della vita e di me stesso.

Io e il mondo
e la vita,
Mare,
il mio cuore
resta tuo
per avere l’illusione
di non fermarsi mai.


* Cfr. Fabrizio De André, “Non al denaro non all’amore né al cielo” (1971) e la canzone di Francesco Guccini “La Collina” tratta da “L’isola non trovata” (1970), la cui title track era a sua volta ispirata a Gozzano.

Librarsi con piccole ali e volare lontano

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Da che è nato più di un decennio fa, questo blog ha avuto come sottotitolo: “Leggendo ci si allontana dal mondo per comprenderlo meglio.” Ovvio, dunque, che chi qui dentro scrive pensi che la sua piccola debba avere, fin dai primi anni, confidenza e simpatia per i libri e la lettura.
Per il momento, grazie agli dei della parola scritta, mi sembra che questo pio desiderio si stia realizzando.

Ecco, infatti, la piccola Stefania assorta nella lettura, prima ancora che abbia avuto il tempo di imparare a riconoscere tutti quei segni piccoli e neri che affollano i tanti volumi che trova per casa.

Stefania assorta nella lettura (aitan 2014)

Per ora, le piace molto sfogliarli e immergersi a capofitto in tutti quei caratteri misteriosi. E non si limita a sprofondare solo in libri fatti apposta per lei e pieni di figure che qualche volta si alzano dal piano per prendere vita davanti ai suoi occhi sorpresi. Si interessa a testi di ogni tipo e, a vederla con quei volumi tra le mani, sembra proprio che le piaccia l’oggetto libro e la gestualità che lo anima, ancor più che le favole e le filastrocche che mi sente leggere e canticchiare.

Retablo di Stefy lettrice (aitan 2014)

Qualche volta, infatti, la scopro sola sola a fingere di leggere inventando storie basate sulle immagini che le capitano via via sott’occhio (un’istintiva riproposizione del binomio fantastico” di rodariana memoria). Sarà anche per questo che i suoi libri preferiti sono i dizionari illustrati, pieni di figure spesso incongruenti che si rincorrono pagina per pagina e stimolano la sua fantasia e la sua voglia di sapere.

Stefy inventa storie (aitan 2014)

Insomma, al momento la vedo molto affezionata a questa stupefacente “estensione della memoria e dell’immaginazione” umana. Sembra aver capito che si tratta di un gioco meraviglioso e sempre nuovo.

Spero solo che a scuola non le comunichino l’odio per la lettura e la repulsione per la parola scritta.
Se succede, li ammazzo. Metaforicamente e librescamente, si intende. Magari con un volume della Treccani lanciato dritto sulla testa bacata del malcapitato insegnante.

 

Di ceneri, di polveri e di testamenti

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Torno ora da un incontro-dibattito sull’eventualità di installare un impianto crematorio nel cimitero del mio paese, un bel momento di democrazia partecipativa promosso da una serie di associazioni locali* con l’intervento di esperti, tecnici, cittadini e sindaci dei comuni di Frattamaggiore, Frattaminore e Grumo Nevano.
Si sono toccati temi di grande densità emotiva ed esistenziale. Cittadini e associazioni hanno detto cose più pregnanti della maggior parte delle autorità presenti. Dati alla mano, una comunità di cittadini può esprimersi con maggior buon senso e meno condizionata da fattori esterni dei politici preposti a rappresentarla. Da anarchico, questo lo ripeto da anni.
Questo è un territorio complesso troppo densamente popolato e troppo inquinato. Qui non è difficile solo smaltire i propri rifiuti, ma anche i propri morti. Ed è impossibile mantenersi distaccati quanto si parla di temi così delicati. Non esistono soluzioni semplici né scorciatoie; è sempre in agguato la sindrome del NIMBY, Not In My Back Yard, non dietro il mio giardino. Ci vogliono gli inceneritori, ci vogliono grandi strade, ci vogliono i termovalorizzatori e le discariche, ci vogliono le centrali elettriche e gli impianti crematori; ma non nel mio giardino, not in my fucking backyard. E invece forse la soluzione è proprio avere piccoli impianti alle spalle del giardino di ogni comunità, se si vuole arrivare a uno sviluppo sostenibile.
Ma non ho pensato solo cose così raziocinanti, sentendo parlare di forni crematori e salme umane che diventano percolato o polveri sottili e dei danni che possono fare i nostri corpi in consunzione alla terra in cui ci posano e all’aria che i vivi continuano a respirare.
Nulla si crea e tutto ci distrugge.
“A man may fish with the worm that hath eat of a king, and eat of the fish that hath fed of that worm.”
“Un uomo può pescare con il verme che ha mangiato un re e mangiare il pesce che ha mangiato quel verme.”**
E può ingozzarsi mangiando, un uomo.
Io, poi, ho sempre sognato di diventare cenere e fumo, quando sarò crepato. Ma non cenere e fumo di un forno crematorio costruito al centro del territorio in cui continua a vivere la gente che mi ha conosciuto e quelli che non mi hanno conosciuto affatto.

Quel giorno

dopo che le mie spoglia

bruceranno lì sulla spiaggia,

voglio che sia tu a raccogliere la cenere.

La porrai nell’otre e mi fumerai

l’ultima volta a primavera.

Dolce deliquio in cui

ti danzeranno in mente

mille pensieri e immagini,

e per l’ultima volta

vivrò nei tuoi pensieri.

Questa l’ho scritta tanto tempo fa. Quando mi cresceva la prima barba e fumavo il primo tabacco.
Ma oggi ho sentito vagamente parlare dell’eventualità che il mio corpo possa diventare compostaggio. Da inquinante a fertilizzante. E devo dire che mi intriga molto quest’idea di reincarnarmi in albero e dare ossigeno a quelli che restano.


* Queste le Associazioni promotrici rappresentate dal dottor Luigi Costanzo (moderava il dibattito un altro Costanzo, Pasqualino): Anteas Frattamaggiore, Assomaggiore, Bici per la Città, Borgo Commerciale Frattese, Cantiere Giovani, Comitato Ambiente, Comitato di Città Orizzonte, Comitato di Quartiere via Siepe Nuova, Il Musicante, Irma Bandiera, Istituto di Studi Atellani, L’Ottava Nota, M.A.S. Moda Arte e Spettacolo, NetDem, No ai Tralicci, Sottoterra Movimento Antimafie.

** Shakespeare, “Amleto”, atto IV, scena III.

On/Off

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Sono una bambina dalla mente aperta,
ma i miei genitori
non fanno che riempirla di cazzate.
Per il resto ci pensa la maestra,
sempre a dirmi cosa fare e cosa non fare
e a proclamare sciocchezze inutili e noiose
come fossero verità rivelate
da non so che sacra fonte di infinite panzane.

Sono una bambina dalla mente aperta,
ma sono stanca di farmi imbottire
di parole tronfie e pazzesche boiate
pensate da vecchi bacucchi
senza arte né parte.

Sono una bambina dalla mente aperta
che ha deciso di chiudersi al mondo di fuori
per proteggere la mente da ogni intrusione
o esterna aggressione.
D’ora in avanti comunicherò solo con me stessa.
E non dirò né scriverò più una parola,
le ultime mie essendo queste
che tu ora leggi e che mai più
tornerò io a vedere
né in alcun modo
a ripetere o riportare.

Sono una bambina dalla mente aperta,
che ha chiuso i suoi spazi
dalle altrui invasioni
e da un mondo
di servi e coglioni
di cui probabilmente fai parte.
Per questo ti terrò in disparte
e ti vomiterò dalla mia bocca
come un osso d’albicocca
sputato tra le sudate carte.

E vaffanculo la parola!

Note di soli, lacrime, baci e cammelli cinesi; ma soprattutto musica

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Mettetevi comodi e ascoltate questo paio di minuti di musica eseguiti dal grande Rahsaan Roland Kirk.

Siamo nel 1971 e, come capita spesso, Kirk suona nello stesso brano 5 o 6 strumenti, alcuni dei quali anche contemporaneamente.
È una bella versione del brano di Bill Withers, “Ain’t No Sunshine”.

Ma io, appena l’ho sentita, ho pensato al, “Cammello ‘nnamurato” di Pino Daniele; una canzone pubblicata nel 1995, quando il buon Pino era ormai nel pieno della sua crisi creativa (per come la vedo e la sento io).

Ho fatto una ricerca in rete e ho scoperto che a sua volta la melodia di Bill Withers, scritta all’inizio degli anni ’70, somiglia sorprendentemente a un brano degli inizi degli anni ’60 di Elvis Presley: “Summer Kisses, Winter Tears”.

Proseguo nella mia indagine e leggo di una somiglianza del brano di Withers (e dunque anche di quello di Elvis) con una canzone del 1986 di Sergio Caputo: “I cinesi non si affacciano mai”. Ma quella di Caputo a me sembra più che altro una canzoncina che cerca di imitare le tonalità della musica orientale (anche se, indubbiamente, la somiglianza c’è).

Andando avanti con le ricerche, trovo centinaia di cover del brano di Withers e perfino un paio di traduzioni in tedesco (si sono cimentati, tra gli altri, anche un giovanissimo Michael Jackson, Al Jarreau, Barry White, BB King, Caterina Caselli, Giorgia e Nancy Sinatra), ma la versione cantata che mi sembra più suggestiva è quella della cantautrice statunitense originaria di Taiwan Vienna Teng.

Caspita, è vero che le note sono sette (o dodici, contando anche i diesis e i bemolle) e le loro combinazioni più gradevoli non sono poi così tante, ma questa sequenza di suoni, che se siete arrivati fin qui avete ripetutamente e variamente ascoltato, ha trovato terreno fertile nelle corde di decine di autori e interpreti di terre e culture lontanissime. A volte basta così poco per entrare nella testa e nel cuore di milioni di persone…

Alle rive dell’assurdo

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Tutto d’un tratto, lei lo guardò dritto negli occhi e sbottò: “Bello, se stai giocando con me, fa in modo che mi diverta pure io!”
Il piccolo stupratore abbassò gli occhi guardando di traverso verso il muro scrostato e si allontanò, in cerca di più facile preda, con la coda tra le gambe (per così dire).

Lungo la strada mise le mani in tasca, abbassò la visiera del cappello e decise che per quella sera sarebbe stato meglio cambiare i suoi programmi. Ma quando si rese conto di non avere né in tasca né altrove ulteriori programmi da selezionare, si buttò tutto vestito nel canale e nuotò fino all’altra sponda sperando di essere travolto da un’onda o sbranato da uno squalo; come se stesse galleggiando a largo tra le acque dei mari del sud o sulle rive dell’assurdo in cui tutti si vive, finché si vive; che è comunque meglio che esser morti; fino a prova contraria.

 

Sonettaccio e coda

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Lasciar che il tempo ti scorra addosso
Come un fesso al bordo di un fosso
Lasciar che il tempo faccia il suo corso
In un solo morso, in un solo sorso

Tutto di un fiato senz’interruzioni
A discapito delle tue intenzioni
Se tu ne hai avuto alcuna mai
Minuscolo uomo che fai e non sai

E corri corri incontro alla fine
Sulle tue gambe piccine piccine
In marcia come il topo inflautato
Dal pifferaio che l’ha infinocchiato

E così ti trovi or nella massa
Che fa d’ogni vita una matassa
Sola

Sola sola
Come una casa sola
In una casa desolata e sola
Che resiste ancora pur se si sente sola

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