Ingorgo

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File di persone imbottigliate che criticano il traffico da dentro l’abitacolo di un’auto con dietro di loro file di persone che criticano il traffico da dentro l’abitacolo di un’auto, e così via, fino all’ultimo tizio che usciva di casa per fare un pronto soccorso e ora piange.

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15 anni fa, il 3 ottobre del 1999, è morto mio padre. Un infarto giù al parco dove viveva. La strada era gremita di persone e di auto. Forse, senza tutto quel traffico, si sarebbe potuto salvare.

Sonetto Insonne

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Dove si mostra che sovente si dedicano alla metrica persone che, non riuscendo a dormire, per non contare pecore, contano sillabe, versi, strofe e accenti.

manoscritto di "sonetto insonne" di gaetano aitan vergara (c)(c) 2014

Stanco di contare pecore sugli
steccati o di produrre intrugli
mal assortiti, salgo sull’altare
antico del sacro versificare

e mi metto una ad una tutte
le sillabe a computare per poi
vedere e discriminare se coi
versi si può dormire e le brutte

cose tener lontano dalla testa
e far della notte un dì di festa
o almen qualcosa lasciare scritto
per ricordare il giorno invitto

in cui non potendo chiudere occhio
misi insieme cotanto pastrocchio.

Postilla:
Quella stessa notte, dopo aver scritto codesto sonetto insonne, l’autore compose altri 196 endecasillabi e una ballata incompiuta. Poi, per fortuna, scoccò la sveglia e l’alba di un nuovo giorno.

 

Fuochi a terra e aria in fumo

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Intercettazione telefonica in versione bilingue

[Versione originale]
Masanié, chiste c’hanno proprio rutto ‘e palle. Pare che ‘o vonno sempe a nuje, comme si tutte ‘ e colpe ‘e chistu munno fossero ‘e noste. Ma ‘o sanno comme s’e magnassero vive ‘e zanzare, si nuje a nu mumento a n’ato ‘a fernessemo ‘e appicià tutto ‘stu fuoco? Cè, voglio dicere, ma tu ‘e capito quante zanzare ce stessero pa’ c’attuorno si all’intrasatto nuje e tutte ‘sti fabbrichette ‘e scarpe e borze faveze ‘a fernessemo ‘e fa cennere e fummo?
Niente di meno ‘a semmana passata so’ juto a piglià ‘nu carico ‘e munnezza int’a ‘na fabbrica vicino Milano e m’hanno rignuto ‘e muzzeche; cosa ca me stongo ancora rattanno comme si tenesse ‘e zecche. N’atu poco me muzzecavano pure ‘a ponta d’o cazzo. E invece, quanno appicciammo ‘sta rrobba nuje, nun vola manco ‘na mosca e pe’ terra s’arricettano pure scarrafune, vierme e furmicole. Ate ca storie, Masanié, chille a nuje c’avessero fa ‘na statua, ‘na statua r’oro…

[Versione in lingua italiana]
Masanié, questi ci hanno proprio rotto le scatole. Sembra che vogliano sempre tutto da noi, come se tutte le colpe di questo mondo fossero nostre. Ma lo sanno che le zanzare se li mangerebbero vivi, se da un momento all’altro la smettessimo di accendere tutto questo fuoco? Cioè, voglio dire, ma tu hai capito quante zanzare ci sarebbero qui intorno, se all’improvviso noi e tutte queste fabbrichette di scarpe e borse false la finissimo di fare cenere e fumo?
Pensa che la settimana scorsa sono andato a prendere un carico di immondizia in una fabbrica vicino Milano e mi hanno riempito di morsi, tanto che mi sto ancora grattando come se avessi le zecche. Ci mancava poco che mi mordessero anche la punta del c…. E invece, quando noi inceneriamo questa roba, non vola nemmeno una mosca e per terra crepano pure scarafaggi, vermi e formiche. Altro che storie, Masanié, quelli a noi ci dovrebbero fare una statua, una statua d’oro…

 

In un bar, nei pressi della base NATO di Bagnoli

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(Breve monologo che si vorrebbe letto dall’imperiosa voce di Edward Nicolae Luttwak.)

“Ah, bro’, the beautiful days, i bei tempi che si andava in una di quelle Banana Republics vicino casa e si pagava qualcuno della rivoluzione o della controrivoluzione e in un botto avevi un altro paese under your control, sotto i tuoi piedi, as you say. Now, oh, ora non si capisce niente; nothing, nothing… Tutti rogue people, tutti fottuti popoli canaglia! You help them, gli dai le armi per combattere e loro ti sparano addosso and slaughter your sons, sgozzano i tuoi figli. Bastards!
Non si può andare avanti così. The world is spinning up. Non c’è più religione, as you say. Or… perhaps there is too much religion. Forse c’è troppa religione. I don’t know. I don’t understand. Questi sono pazzi, crazy, crazy, absolutely crazy! We want to bring them democracy, coke, whiskey and cigarettes; vogliamo portargli tecnologia e libertà, freedom, freedom, e loro buttano bombe dappertutto, everywhere. Fuck off, bastard motherfuckers! We are America and if we want, we wipe you from the face of the Earth, ti cancelliamo dalla faccia della terra, brutto muslim di merda; ti buttiamo in una riserva as we did with Indians; ti mettiamo in una striscia di terra come a Gaza, ti torturiamo come a Guantanamo e ci prendiamo tutto il tuo fucked petrolio di merda! Shit, shit! We are America and you are nothing. All the world is nothing di fronte all’America. Tutto il mondo è niente… It’s better that you understand this simple reality, before it’s too late, prima che sia troppo tardi…”

Interludio tecnologico ma non troppo

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Quelli che, quando leggono “premi un tasto qualsiasi per continuare”, premono il tasto di spegnimento e si fermano ore ed ore ad aspettare che succeda qualcosa. Gli stessi che, mentre aspettano davanti al computer spento, imprecano contro i falsi progressi delle nuove tecnologie e dicono che prima si faceva prima e la gente aveva più tempo per fottere, farsi fottere e comunicare.

X Agosto 2014

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Stanotte ho visto il cielo
in un velo di fumo.
Era pieno di stelle,
ma non ne ho visto
nessuna cadere.

Stanotte,
ho ripreso
a fumare e a desiderare,
ma non era per me
il desiderio
che mi sono fermato
a guardare.

Stanotte (mi si perdoni
l’anafora),
ho detto a me stesso che,
anche se non ho visto
stelle cadere,
farò di tutto, di tutto
perché il mio desiderio
si venga a realizzare.

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P.s. Dopo aver scritto questi versi sciatti, sono tornato a guardare il cielo e, in mezzo a tante stelle ferme o pulsanti, ne ho vista una cadere. La più distinta e ravvicinata che mi sia mai capitato di ammirare nella mia vita di scrutatore della volte celeste, azzurra, grigia, nera o blu notte. E questo è un fatto, un fatto che non scalfisce per nulla il mio scetticismo della ragione, ma rafforza assai la mia determinazione. Perché io farò di tutto, di tutto perché il mio desiderio si possa pienamente realizzare.

All’ombra dello sterminator Vesevo

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Ogni giorno roghi tossici e fuochi d’artificio.
A volte penso che la nostra terra sia percorsa da una sorta di cupio dissolvi, da un desiderio di autodistruggersi e scomparire. Come se stessimo mettendo in scena una rituale evocazione delle catastrofi che ci aspettiamo da un’imminente eruzione del Vesuvio. Come se volessimo farci noi stessi vulcano e perpetrare un lento, quotidiano suicidio di massa.

Poi mi tengo più aderente ai fatti e considero che roghi e botti sono solo malefiche scorciatoie per fare soldi in una terra disperata che diventa a ogni fuoco più disperata e sola. E non ci sono vie di uscite facili. O cambiamo il nostro modello di sviluppo o siamo destinati a soccombere; molto prima che il Vesuvio compia la sua missione di sterminio e risuonino per terra e per mare le trombe della prossima apocalissi.


 

Sull’argomento, vi invito a leggere questo vecchio post che citava un paio di miei testi dello scorso millennio. Negli anni ’90 sembravano visioni apocalittiche, catastrofistiche…; pura fantascienza in tinta noir

 

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