Una terra angusta e desolata

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Chi pensa solo a se stesso e solo se stesso vede;
chi dedica tutto il suo tempo e una vita intera
a imbrodarsi e parlare di sé;
chi non fa che prendersi cura del suo piccolo orto,
lamentandosi e inebriandosi del proprio vino e dell’aceto proprio;
chi conosce solo il suo dio ed è incapace di vedere con gli occhi di un altro;
costui, costoro, hanno davanti a sé ed a loro sempre lo stesso squallido panorama
e, qualsiasi cosa gli succeda intorno, vivono sempre e comunque una vita molto noiosa,
di quelle che ti scocci anche sulle montagne russe
o tra le cosce di chi ti vuole bene.

 

L’incantesimo della Strega Puzzona (capitoli V, VI e VII)

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E qui finisce l’anteprima della storia di Cucettina e Sicomoro. Il resto… è tutto da inventare.

- V -

Camminarono un bel po’ Cuccettina e Sicomoro.
Attraversarono tutto il centro del paese, Sicomoro e Cuccettina, e quando arrivarono nei pressi della villa comunale s’era già fatta ora di mangiare.

- Hai fame? – chiese Sicomoro.
Lei fece cenno di sì con la testa.
- Abbiamo camminato tanto che, sì, m’è venuto un certo appetito.
- Va bene, aspettami qui, Cuccetta.
E la fece accomodare su una panchina sotto un enorme e profumatissimo tiglio, di quelli che a me danno anche un po’ fastidio, tanto sono odorosi, ma a Cuccettina Cuccetta piacque tanto quell’odore di primavera che per un momento si sentì anche felice.
Dopo un po’, però, cominciò a preoccuparsi, Cuccetta Cuccettina. Si sentì sola e abbandonata e non faceva che strusciarsi i piedi di sotto l’uno sull’altro e battere tra loro i piedi di sopra nervosamente.

Ora che Sicomoro non era più accanto a lei, tutto le sembrava estraneo ed ostile, anche perché Cuccettina c’era stata sì e no due o tre volte in quella parte del paese. Ricordava, infatti, di essere venuta in villa con suo padre e con sua madre…
Oddio, mamma e papà… tutto d’un tratto fu assalita da un forte senso di nostalgia e si sentì ancora più sola e sconsolata.

Ma dove cavolo era andato a finire Sicomoro? Perché l’aveva lasciata sola sola su quella panchina ed era sparito?

In realtà, erano trascorsi solo dieci o quindici minuti, ma a Cuccettina sembrò un’eternità.
(Fa così il tempo, ché dieci minuti possono passare in un’ora, un’ora in dieci minuti e un solo minuto può non passare mai. Ma questo lo sapete anche voi se comparate le ore di gioia alle ore di noia o a quelle di naia.)

- VI -

Sia come sia, il bello della storia è che, quando lo vide arrivare, tutti quei brutti pensieri si dissolsero nell’aria e la nostra Cuccettina tornò a sorridere come se niente fosse o fosse stato. In mezzo a quel sorriso, dimenticò di nuovo i suoi genitori e quelle maledette mani piedose, Cuccetta Cuccettina.

Sicomoro, dal canto suo, trascinava un carrello di legno traballante stracolmo di cose da mangiare. Cuccettina voleva chiedergli dove diavolo aveva preso tutto quel bendidio, ma lui cominciò a spacchettare e la travolse col suo entusiasmo come un imbonitore in fiera, senza lasciarle il tempo di pensare ad altro che a quelle leccornie tutte colorate e profumate.
C’erano fragole, ciliegie, patate fritte, panini farciti, barrette di cioccolata bianca e nera, barattolini di nutella e marmellata, uva a volontà, cornetti di ogni tipo e dimensione, pop corn e pistacchi, biscotti, salatini, bibite colorate e pizze, tante pizze di tanti gusti e tipi differenti che il problema più grande era da dove cominciare.

Cuccettina, dopo aver fatto per un po’ il pari e il dispari, si lanciò sui pistacchi e le patate fritte, poi passò alle fragole e alla cioccolata bianca e da lì si precipitò su una pizza capricciosa. Era bello mangiare senza un ordine preciso, mischiando a volontà dolce e salato. L’unico problema è che, non avendo a disposizione le sue belle dita degli arti superiori, Sicomoro la doveva imbeccare come si fa coi neonati e coi bambini piccini piccini. Ma questo non le dava granché fastidio, visto che le mani di Sicomoro erano belle e i suoi gesti delicati e pazienti.
Intanto, con la sua sinistra, Sicomoro dagli occhi belli sgranocchiava una pannocchia di mais abbrustolito che aveva tirato fuori da una tasca del giubbotto. Il tutto, senza mai toglierle lo sguardo di dosso. Poi, d’un tratto, gettò via la pannocchia già tutta sgranocchiata e disse:
- Ti va di raccontarmi un po’ di te, dirmi che ti è successo stamattina? Perché io lo so che ti è successo qualcosa, stamattina…

A Cuccettina bastò guardalo negli occhi per capire che di lui si poteva fidare, ma non sapeva cosa dire. Per lei quello che le era successo al mattino e anche quello che le stava succedendo ora era tutto un mistero.

- VII -

- Sicomoro caro, io non so che dirti. Io sono solo una bambina di otto anni che stamattina è salita su un pullman senza dire niente a mamma e a papà. E quando sono scesa, non avevo più le mie mani. Prima ce le avevo, ce le avevo, ed erano belle…

Scoppiò a piangere, Cuccettina, a questo punto della storia, e Sicomoro le asciugò le lacrime ad una ad una.
- Dimmi, Cuccetta, hai notato qualche persona strana sul pullman? Oppure hai fatto tu qualcosa? Offeso qualcuno…, pestato un piede…, fissato a lungo negli occhi qualche ometto che era lì con te?
- Non lo so… non so che dirti. C’era tanta gente e un puzzo terribile…

L’incantesimo della Strega Puzzona (capitoli III e IV)

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A richiesta grande ma non troppo continuano le avventure di Cuccettina. 
(Per chi non l’avesse ancora fatto, è possibile leggere qui il I e II capitolo.)

- III -

Cuccettina se li guardava continuamente, quei piedi che le spuntavano dalle braccia e, nel guardarseli e riguardarseli, cominciò anche a provare una certa vergogna, tanto che si allungò il maglione stringendo i polsini tra i denti per cercare di nasconderli. Ma quei maledetti ditoni, ad ogni piccolo movimento, tornavano a spuntare dalle maniche.

Fu proprio mentre era tutta intenta in questa azione di nascondimento dei suoi piedi di sopra (per così dire) che sentì quella voce:

- Se vuoi, ti aiuto…
Era un ragazzino, poco più alto di lei, piuttosto trasandato, con uno sguardo sfottente e due occhi neri neri, molto belli e luminosi.
- Ma che vuoi? Fatti i fatti tuoi! – sbottò lei, mentre lo squadrava dal capo ai piedi.
- Se vuoi…, ti do una mano…, vedo che stai un po’ in difficoltà – sorrise malizioso.
- Ma non hai proprio niente da fare, stamattina?
- Certo, certo che ho da fare. Ma non capita mica tutti i giorni di trovarsi di fronte una ragazzetta così carina. Su, dai, fatti aiutare…

Nel dire queste parole le si avvicinò lentamente e le accomodò i polsini del maglione senza toglierle lo sguardo dal volto.
Cuccettina arrossì e si chiese se lui se ne fosse accorto di quei piedoni che aveva al posto delle mani e si preoccupò anche che puzzassero come puzzavano i suoi piedi quando metteva per ore e ore scarpe da ginnastica in giorni di sole. Ma lui non le diede il tempo di annusarseli o pensare ad altro…

- IV -

Con sorprendente rapidità, il ragazzetto si tirò via dal collo una bandana bianca e rossa, prese dalla tasca un temperino, si inginocchiò, piegò al suolo la bandana e la divise in due parti che parevano identiche. Cuccettina seguiva i suoi movimenti con pari curiosità e ansia. Si chiedeva cosa stesse facendo quel ragazzo dallo sguardo sfottente, gli occhi belli e neri e le mani svelte e sapienti.
Ma lui non le diede molto tempo per continuare a pensare: si alzò, le si parò di fronte e ad uno ad uno mise i due pezzi di bandana nei polsini di Cuccettina, aggiustandoli con cura, in modo che non fossero più visibili i ditoni delle sue mani piedose.
Cuccettina lo lasciò fare, poi si osservò le sue nuove maniche, che ora sembravano anche più eleganti di prima, come un merletto di una dama dell’ottocento o una cantante americana di quelle che piacevano tanto a Mariselda, la sua cugina più grande e più trendy. Cuccettina nostra si osservò le nuove maniche merlettate di rosso e bianco, dicevo, ed accennò un sorriso, poi alzò lo sguardo verso gli occhi belli di quel ragazzetto e continuò a sorridere, colma di gratitudine.
- Io sono Cuccettina e… non capisco cosa mi stia succedendo… Tu come ti chiami?
- Io, modestamente, sono l’unica persona che ti può aiutare e mi chiamo Sicomoro.
- Sicoché? Ma che cavolo di nome è?
- Sicomoro…. Si-co-mo-ro. Mi chiamo così da che sono nato, Sicomoro, e combatto le forze del male.
- Le forze del male? Sicomoro? Non ci capisco più niente. E io che cavolo c’entro con le forze del male?
- Sì, brava, Sicomoro… Dai vieni con me, Cuccetta, e raccontami per filo e per segno cosa ti è successo.
Lei stava per correggerlo, voleva dirgli che si chiamava Cuccettina, non Cuccetta, e voleva dirgli anche che non l’avrebbe mai seguito, che lei non se ne andava in giro col primo arrivato, ma disse solo:
- E dove andiamo, ora?
Sicomoro la prese per mano e se la portò via, senza aggiungere una parola. Fu così delicato e convincente, Sicomoro, che Cuccettina nemmeno si ricordò che il braccio che gli porse aveva alla sua estremità una di quelle sue mani piedose.

Un’anteprima della Strega Puzzona (capitoli I e II)

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Nei giorni in cui Stefania stava per arrivare su questa terra e tra queste braccia ho cominciato a scrivere un romanzetto per ragazzi, con l’idea che appena avesse imparato a leggere storie un po’ più lunghe di un paio di paginette, glielo avrei regalato come una cosa sua; magari anche come una favola da leggersi da sola, immaginando di sentire ancora la mia voce a conciliarle il sonno e risvegliarle interessi.
Per ora ho scritto solo cinque o sei capitoli, meno di dieci pagine. Assorbito da altri impegni ed altre urgenze, ho trascurato gli episodi della Strega Puzzona; ma man mano che la vedo crescere, mi torna il desiderio di ricominciare.
Vi posto qui un’anteprima; con l’intento di sapere se credete che valga la pena andare avanti.
Per favore, siate spietati, siate sinceri.

L’incantesimo della Strega Puzzona

- I -

Cuccettina aveva otto anni, otto cugini e ottomila capricci che le passavano per la testa.
Quel giorno scese da sola in strada, Cuccettina, senza dire niente a nessuno, e prese il primo pullman che le passò davanti.
L’autobus era molto affollato. Meno male che alla terza fermata si liberò un posto sui sedili di fondo e la nostra Cuccettina riuscì a sedersi correndo come una furia, senza fregarsene di tutta quella gente che sembrava essere lì in piedi da ore, forse perfino da giorni, da mesi. C’è da dire che normalmente non era tanto avventata, Cuccettina, ma questa volta la paura di restare tanto tempo impalata in quella calca la fece correre così forte che non si rese nemmeno conto di aver pestato il piede a una vecchina; e c’è da dire anche che la vecchina stava pure lei adocchiando quell’unico posto libero per riposare un po’ da un suo lungo viaggio in mondi lontani, molto più lontani di quanto voi possiate immaginare.

Quella vecchina, infatti, non era una vecchina qualsiasi. Quella vecchina era nientedimeno che la Strega Puzzona, stanca di cavalcare la sua scopa volante.
In verità, le scope volanti sono un mezzo di locomozione rapido, ma piuttosto scomodo. Anche se non trovi il traffico delle ore di punta, devi comunque sforzarti tutto il tempo per mantenerti in equilibrio.
Così, proprio quel mattino, la Strega Puzzona aveva deciso di far sparire per un po’ la sua magica scopa e prendersi un pullman per far riposare le gambe e il culo. E proprio quel mattino, giusto mentre stava per raggiungere l’unico posto libero del pullman, Cuccettina le aveva pestato il piede, e lei si era arrabbiata, si era molto arrabbiata, tanto da decidere lì per lì di dare una bella punizione a quella bimbetta frettolosa.

Al principio, pensò di trasformarla in una rana o in un coniglio, ma poi immaginò che una trasformazione tanto clamorosa e repentina avrebbe creato troppo scompiglio tra la gente del pullman. Non voleva dare nell’occhio, la Strega Puzzona, perché sapeva che in paese non erano molto ben viste le streghe e gli stregoni. Così decise di punire Cuccettina nostra con un incantesimo meno vistoso.

 

- II -

Cuccettina cominciò a sentire uno strano prurito alle mani. Provò a grattarsele, ma le dita erano come immobilizzate. Il pollice, soprattutto, sembrava essere incollato all’indice e tutte le dita parevano essere diventate più corte e meno mobili. Impaurita scese di corsa dal pullman. La Strega Puzzona se ne approfittò e si sedette al suo posto ridendo perfida, mentre la gente le si scostava. Non per niente la chiamavano “puzzona”, a quella brutta strega cattiva.

Cuccettina ora piangeva e si guardava le mani che ormai non erano più le sue mani. Il palmo si era molto allungato; le dita, pressoché dimezzate, partivano tutte dalla stessa linea ed erano diventate molto simili in lunghezza; il pollice, però, era ancora più grassoccio di prima. Oddio, le erano diventate come i piedi, le sue belle manine. Quella puzzona della strega, ormai lo avrete bello e capito, le aveva fatto diventare le mani come i piedi e i piedi come le mani, uguali ai piedi… Va be’, mi sto ingarbugliando come un paio di matasse di fili elettrici, ma sono certo che voi avete afferrato il senso di quel malefico incantesimo puzzolone e stregoso.

La povera Cuccettina cercò di prendere un fazzoletto dalla tasca per asciugarsi le lacrime che scendevano come da una fontana rotta; ma quei ditoni, hai voglia di sforzarti, non c’entravano nelle tasche dei suoi pantaloni, e poi, muovendosi con molta difficoltà, non riuscivano a piegarsi come prima.
I piedi sono buoni a camminare e a dare calci, ma non le sanno prendere mica bene come le mani, le cose.

Tutto d’un tratto, nella testolina della povera Cuccettina passarono in rassegna come un trailer in tivvù decine di movimenti che non poteva più fare con quei piedoni al posto delle mani: togliersi di dosso e rimettersi vestiti, afferrare una forchetta o un cucchiaio, tagliarsi il pane, portare un bicchiere alla bocca (dio mio, che fame e che sete che le stava venendo!), accarezzare il gatto, disegnare e scrivere…, perfino di scrivere cominciò a provare nostalgia, lei che si annoiava sempre tanto, quando doveva fare i suoi compitini. Ma ora le sembrava una tragedia anche non poter più prendere una penna in mano o digitare lettere e numeri sulla tastiera del computer. E poi non avrebbe potuto dare più la mano per salutare né sarebbe stata più capace di mettersi un anello o indossare quel suo bel paio di guanti rossi e grossi che le aveva regalato la nonna Rosina.

Accidenti, ma come era potuta succedere una cosa così? Che razza di malattia era mai quella?
Cuccettina non aveva mai sentito nessuno che, all’improvviso, si fosse trovato le mani come i piedi; e scommetto che neanche voi che la sapete lunga avete mai visto una cosa del genere; anche se voi lo avete sentito chi aveva combinato quel pasticcio, mentre la povera Cuccettina si trovava a dimenare i suoi piedi disperata senza capire cosa le fosse successo e di chi fosse la responsabilità di quel pastrocchio che le aveva fatto diventare le mani come i piedi e i piedi… va be’, già sapete…

L’amore riempie gli abissi e poi li svuota come sacchi a perdere in una discarica di periferia

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L’amore riempie gli abissi, mi disse: il primo, il primo abisso, è quello tra te e le persona amata, disse; il secondo, il secondo abisso, quello più profondo, disse, è dentro di te e fino a ieri sembrava incolmabile, disse; e mentre parlava mi stringeva la mano e mi strizzava il cuore che ora sento ancor più svuotato, lacerato e solo, come un suicidio in una discarica di periferia.

Un posto al sole senza coloni e senza colonie

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Stefania ha ormai compiuto sedici mesi e, dopo aver rallegrato la casa coi suoi primi passi in posizione eretta, ci sorprende ogni giorno con qualche parola nuova.

A me, che è tutta una vita che mi occupo di lingue e linguaggi, sembra sempre un miracolo sentirle dire qualcosa che il giorno prima non faceva parte del suo repertorio.

Stefania, by Gaetano "Aitan" Vergara (c)(c) 2013

All’insegna dell’idea che le cose più belle, quando si condividono, diventano doppiamente belle, passo in rassegna (a futura memoria) le frasi di senso compiuto che ripete più spesso.
Dunque, ecco il gioioso elenco dei primi mesi di Stefania, cercando di riportare le sue paroline in ordine di apparizione ed escludendo i più ovvi mamma, papà, nonn@ ed i nomi propri di parenti, amici e cartoni animati:

“Ecco qua”,
“Ecco fatto”,
“Di là”,
“Grazie”,
“Fai presto”,
“Aspetta”,
“Prendi, prendi”,
“Bongionno, ciao ciao”
“Glu glu”,
“Ancora”,
“Pappa”,
“Tutto tutto”,
“Allora” (che scandisce a ogni pagina che sfoglia, mentre ‘legge’ i suoi libri),
“Frutta”,
“Yo yo!”,
“Due, tre, cinque”,
“Caro, caro”,
“Applausi”,
“Ap(r)i…” (che fino a qualche giorno fa era “Pai”),
“Pizza”,
“Puzza”,
“Cucù” (che indica sia che è sparito o ha nascosto qualcosa, sia una conclusione, la fine di un piatto di pastina, di una canzone o di uno spettacolo televisivo…),
“In braccio”,
“Dai”,
“Ndum ndum” (che ripete mentre si avvicina a qualche strumento a percussione),
“Cacca e pipì”,
“Chia-ttòòòò”,
“Bau bau” (ed altri versi),
“Dindi” (che solo dopo molto tempo abbiamo capito che significa “Scendi” ed è una sorta di metonimia della richiesta: “Fammi scendere che voglio camminare da sola”),
“Ninna nanna, Bomba” (per la sua bambola preferita)
“Scusa”,
“Bimbi”,
“Pappette” (scarpette),
“Ndin ndon”
“A aaa” (detto, mentre si accomoda sul divano con Bomba),
e “Nana-nà” detto intonando una semplice melodia, per farci capire che vuole ascoltare della musica…

Ma Stefania, oltre a parlare, canta spesso e volentieri; le piacciono soprattutto i finali delle sigle televisive. La sua frase canora preferita è il “Ci sarà” che conclude la sigla di “Un posto al sole”.

E un posto al sole di certo ci sarà, anche per lei!

Auspicio d’Amore (quasi un’invettiva)

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Dopo quello che mi hai fatto, spero che tu te ne vada per sempre e che incontri in men che non si dica un altro uomo che ti faccia perdere veramente la testa. E che poi la ritrovino in qualche discarica abusiva quando io l’avrò già dimenticata, la tua fottuta testa, senza più quegli occhi in cui mi perdevo e le labbra che mi facevano impazzire anche quando la bocca mi diceva tutto il tuo disprezzo per me, che ti ho sempre amato e forse t’amerò anche decapitata e tutta lorda e laida.
Maledetto putto che mi trafisse le cervella e il cuore, mentre a te ti colpì di striscio, illudendoci che fosse amore, amore e amore!

Fuor di conto

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Fin da quando non avevo ancora sviluppato la malizia degli adulti, m’hanno insegnato a scegliere le vie che mi sembravano più giuste, piuttosto che imboccare i cammini larghi delle convenienze. E ho deciso di continuare per queste strade più strette anche dopo, quando m’erano cresciuti i peli sulla faccia e nel cuore e portavo dentro di me le guide che mi avevano fin lì indirizzato.
Per questo, nella vita come nella politica, guardo con sospetto e cerco di evitare in ogni modo le persone che fanno troppi calcoli. Anche perché, a ben vedere, la vita è quasi sempre molto più complicata dei conticini di questi infidi calcolatori da quattro soldi e, grazie a dio, tante volte sono loro i primi a trovarsi intrappolati nelle loro piccole strategie e nelle loro trame da mercanti imbroglioni e imbrigliati. 

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