Sonetto Insonne

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Dove si mostra che sovente si dedicano alla metrica persone che, non riuscendo a dormire, per non contare pecore, contano sillabe, versi, strofe e accenti.

manoscritto di "sonetto insonne" di gaetano aitan vergara (c)(c) 2014

Stanco di contare pecore sugli
steccati o di produrre intrugli
mal assortiti, salgo sull’altare
antico del sacro versificare

e mi metto una ad una tutte
le sillabe a computare per poi
vedere e discriminare se coi
versi si può dormire e le brutte

cose tener lontano dalla testa
e far della notte un dì di festa
o almen qualcosa lasciare scritto
per ricordare il giorno invitto

in cui non potendo chiudere occhio
misi insieme cotanto pastrocchio.

Postilla:
Quella stessa notte, dopo aver scritto codesto sonetto insonne, l’autore compose altri 196 endecasillabi e una ballata incompiuta. Poi, per fortuna, scoccò la sveglia e l’alba di un nuovo giorno.

 

Fuochi a terra e aria in fumo

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Intercettazione telefonica in versione bilingue

[Versione originale]
Masanié, chiste c’hanno proprio rutto ‘e palle. Pare che ‘o vonno sempe a nuje, comme si tutte ‘ e colpe ‘e chistu munno fossero ‘e noste. Ma ‘o sanno comme s’e magnassero vive ‘e zanzare, si nuje a nu mumento a n’ato ‘a fernessemo ‘e appicià tutto ‘stu fuoco? Cè, voglio dicere, ma tu ‘e capito quante zanzare ce stessero pa’ c’attuorno si all’intrasatto nuje e tutte ‘sti fabbrichette ‘e scarpe e borze faveze ‘a fernessemo ‘e fa cennere e fummo?
Niente di meno ‘a semmana passata so’ juto a piglià ‘nu carico ‘e munnezza int’a ‘na fabbrica vicino Milano e m’hanno rignuto ‘e muzzeche; cosa ca me stongo ancora rattanno comme si tenesse ‘e zecche. N’atu poco me muzzecavano pure ‘a ponta d’o cazzo. E invece, quanno appicciammo ‘sta rrobba nuje, nun vola manco ‘na mosca e pe’ terra s’arricettano pure scarrafune, vierme e furmicole. Ate ca storie, Masanié, chille a nuje c’avessero fa ‘na statua, ‘na statua r’oro…

[Versione in lingua italiana]
Masanié, questi ci hanno proprio rotto le scatole. Sembra che vogliano sempre tutto da noi, come se tutte le colpe di questo mondo fossero nostre. Ma lo sanno che le zanzare se li mangerebbero vivi, se da un momento all’altro la smettessimo di accendere tutto questo fuoco? Cioè, voglio dire, ma tu hai capito quante zanzare ci sarebbero qui intorno, se all’improvviso noi e tutte queste fabbrichette di scarpe e borse false la finissimo di fare cenere e fumo?
Pensa che la settimana scorsa sono andato a prendere un carico di immondizia in una fabbrica vicino Milano e mi hanno riempito di morsi, tanto che mi sto ancora grattando come se avessi le zecche. Ci mancava poco che mi mordessero anche la punta del c…. E invece, quando noi inceneriamo questa roba, non vola nemmeno una mosca e per terra crepano pure scarafaggi, vermi e formiche. Altro che storie, Masanié, quelli a noi ci dovrebbero fare una statua, una statua d’oro…

 

In un bar, nei pressi della base NATO di Bagnoli

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(Breve monologo che si vorrebbe letto dall’imperiosa voce di Edward Nicolae Luttwak.)

“Ah, bro’, the beautiful days, i bei tempi che si andava in una di quelle Banana Republics vicino casa e si pagava qualcuno della rivoluzione o della controrivoluzione e in un botto avevi un altro paese under your control, sotto i tuoi piedi, as you say. Now, oh, ora non si capisce niente; nothing, nothing… Tutti rogue people, tutti fottuti popoli canaglia! You help them, gli dai le armi per combattere e loro ti sparano addosso and slaughter your sons, sgozzano i tuoi figli. Bastards!
Non si può andare avanti così. The world is spinning up. Non c’è più religione, as you say. Or… perhaps there is too much religion. Forse c’è troppa religione. I don’t know. I don’t understand. Questi sono pazzi, crazy, crazy, absolutely crazy! We want to bring them democracy, coke, whiskey and cigarettes; vogliamo portargli tecnologia e libertà, freedom, freedom, e loro buttano bombe dappertutto, everywhere. Fuck off, bastard motherfuckers! We are America and if we want, we wipe you from the face of the Earth, ti cancelliamo dalla faccia della terra, brutto muslim di merda; ti buttiamo in una riserva as we did with Indians; ti mettiamo in una striscia di terra come a Gaza, ti torturiamo come a Guantanamo e ci prendiamo tutto il tuo fucked petrolio di merda! Shit, shit! We are America and you are nothing. All the world is nothing di fronte all’America. Tutto il mondo è niente… It’s better that you understand this simple reality, before it’s too late, prima che sia troppo tardi…”

Interludio tecnologico ma non troppo

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Quelli che, quando leggono “premi un tasto qualsiasi per continuare”, premono il tasto di spegnimento e si fermano ore ed ore ad aspettare che succeda qualcosa. Gli stessi che, mentre aspettano davanti al computer spento, imprecano contro i falsi progressi delle nuove tecnologie e dicono che prima si faceva prima e la gente aveva più tempo per fottere, farsi fottere e comunicare.

X Agosto 2014

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Stanotte ho visto il cielo
in un velo di fumo.
Era pieno di stelle,
ma non ne ho visto
nessuna cadere.

Stanotte,
ho ripreso
a fumare e a desiderare,
ma non era per me
il desiderio
che mi sono fermato
a guardare.

Stanotte (mi si perdoni
l’anafora),
ho detto a me stesso che,
anche se non ho visto
stelle cadere,
farò di tutto, di tutto
perché il mio desiderio
si venga a realizzare.

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P.s. Dopo aver scritto questi versi sciatti, sono tornato a guardare il cielo e, in mezzo a tante stelle ferme o pulsanti, ne ho vista una cadere. La più distinta e ravvicinata che mi sia mai capitato di ammirare nella mia vita di scrutatore della volte celeste, azzurra, grigia, nera o blu notte. E questo è un fatto, un fatto che non scalfisce per nulla il mio scetticismo della ragione, ma rafforza assai la mia determinazione. Perché io farò di tutto, di tutto perché il mio desiderio si possa pienamente realizzare.

All’ombra dello sterminator Vesevo

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Ogni giorno roghi tossici e fuochi d’artificio.
A volte penso che la nostra terra sia percorsa da una sorta di cupio dissolvi, da un desiderio di autodistruggersi e scomparire. Come se stessimo mettendo in scena una rituale evocazione delle catastrofi che ci aspettiamo da un’imminente eruzione del Vesuvio. Come se volessimo farci noi stessi vulcano e perpetrare un lento, quotidiano suicidio di massa.

Poi mi tengo più aderente ai fatti e considero che roghi e botti sono solo malefiche scorciatoie per fare soldi in una terra disperata che diventa a ogni fuoco più disperata e sola. E non ci sono vie di uscite facili. O cambiamo il nostro modello di sviluppo o siamo destinati a soccombere; molto prima che il Vesuvio compia la sua missione di sterminio e risuonino per terra e per mare le trombe della prossima apocalissi.


 

Sull’argomento, vi invito a leggere questo vecchio post che citava un paio di miei testi dello scorso millennio. Negli anni ’90 sembravano visioni apocalittiche, catastrofistiche…; pura fantascienza in tinta noir

 

Gli ebrei erranti di Israele

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Culturalmente sono molto più vicino agli ebrei israeliani che ai palestinesi ed al mondo arabo.

Adoro la musica klezmer; ho riso con i fratelli Marx, Danny Kaye, Peter Sellers e Woody Allen; ho letto con gusto e piacere romanzi di Philip Roth, Saul Bellow, Paul Auster e David Grossman; ho cercato tracce di ebraismo in Kafka, Marx, Einstein, Löwith e Chomsky; come tanti, mi sono commosso leggendo Celan, Ginsberg e Primo Levi; sono restato ammirato a pensare che avessero ascendenti ebrei artisti tanto diversi come Gustav Mahler, George Gershwin, Benny Goodman, Fritz Lang, Ernst Lubitsch, Billy Wilder e Stanley Kubrick; ho visitato la casa di Anna Frank, il lager di Dachau, il Jüdisches Museum di Berlino e la judería di Girona; conosco sinagoghe di Praga, Roma, Cordova e Toledo; ho studiato la cultura e la lingua sefardita; ho ammirato i quadri di Chagall e le illustrazioni di Emanuele Luzzati; mi sono beato a leggere le raccolte di storielle ebraiche di Marc-Alain Ouaknin e quelle di Ferruccio Fölkel; ho visto ogni volta che ho potuto gli spettacoli di Moni Ovadia e consumato dischi di Giora Feidman, David Krakauer, Don Byron, Uri Caine, Avishai Cohen e, soprattutto, della Tzadik di John Zorn; come Chaplin ho perfino immaginato di avere antenati ebrei (anche se la mia lunga barba e il naso semitico hanno fatto pensare a quelli che mi conoscevano in giro per l’Europa che, più che ebreo, fossi arabo o, perfino, talebano; cosa che mi ha creato qualche problema negli aeroporti di Hannover e di Parigi).
A rischio di essere assimilato a quegli omofobi che dicono di non-avere-niente-contro-gli-omosessuali,-tanto-da avere-anche-un-amico-frocio, aggiungerò che ho avuto ed ho ancora qualche amico ebreo e vanto anche una relazione con la figlia di un rabbino che sosteneva che, per la mia maniera sghemba di pensare, dovevo per forza avere un po’ di sangue giudeo nelle vene (e io la tacciavo di razzismo e di ebreocentrismo; ma, intanto, non mi dispiaceva affatto la sua ipotesi e cercavo origini ebraiche nei cognomi dei miei avi; trovandole, perfino, sia nel ramo paterno che in quello materno).
Insomma, nella mia formazione scorrono litri di inchiostro ebraico. Ma tutto questo non mi impedisce di vedere la sproporzione della risposta israeliana agli attacchi di Hamas e la profonda ingiustizia di un popolo che sta riducendo un altro popolo a riserva indiana, senza alcuna considerazione per la popolazione civile e il valore della vita.

Il buon rabbino Marc-Alain Ouaknin raccomandava in un suo testo non sacro che ho già citato in questo blog: “Faites l’humour, pas la guerre”. Sì, per Jeovah e per Allah, infervorati cugini israeliani, fate l’umorismo, o l’amore (come dicevasi alla vecchia maniera), non la guerra (come si fa ormai pallosamente da secoli e secoli)! Lo dico a rischio di suonare naif e inconcludente come un richiamo del papa o una risoluzione dell’ONU.

 

Qualcosa a che fare con la musica e pure con il cinema

Oggi pomeriggio mi sono preso finalmente un po’ di tempo per ascoltare “Qualcosa a che fare con la domenica”, il nuovo cd di Francesco Di Giuseppe: 25 brani, 25 colonne sonore in cerca di immagini da accompagnare, 25 composizioni che disegnano nella mente dell’ascoltatore altrettante scene di film da realizzare.

cover III cd di fdg

Il primo brano, “Accompagnamento di un finale struggente”, rende tutto lo struggimento descritto nel titolo. La stessa atmosfera la ritroviamo nella traccia 6 (“Oltre la boa”) e nella traccia 12 (“Asfalto”). Il pianoforte funziona alla perfezione per rendere certi stati di animo malinconici e nostalgici che sono da sempre nelle corde di Francesco (questo “Accompagnamento di un finale struggente”, in particolare, lo avevamo già ascoltato nel suo secondo album, ma lì era arrangiato per chitarra classica, chitarra elettrica e violoncello).
“Una donna alla specchio” (traccia 2) è un brano per sola chitarra che gioca sapientemente con sincopi e pause.
La terza e la nona traccia (“Il gioco delle tre campanelle” e “I gatti di Trastevere”) sono due divertimenti che sfruttano le qualità timbriche ed evocative del fagotto e del trombone, suonati, rispettivamente, da Giuseppe Brancaccio e Stefano Centini.
Molto bello l’intreccio di chitarra e violoncello del quarto tema (“Buona fortuna”) e l’arrangiamento del quinto (“Il lungo addio”); ma in entrambi i casi non mi piace il fatto che i brani chiudano ex abrupto. Salvo rare eccezioni, sono poco favorevole alle interruzioni improvvise. Allo stesso modo trovo poco gradevole la chiusura sfumata del settimo brano (“Dopo tutto quello che mi hai fatto, hai ancora il coraggio di chiedermi scusa?”) che ci lascia con la curiosità di sapere come va a finire quell’intreccio di voci strumentali che si era intavolato tra tastiera, violoncello e chitarra elettrica.
“Gli amanti clandestini del Castel dell’Ovo” (traccia 8) ci riporta alle atmosfere struggenti e malinconiche dell’apertura del CD. Qui al piano si unisce il violoncello di Angelo Maria Santisi. La composizione è una delle più belle dell’album insieme con “La lunga gonna bianca” (traccia 11 per chitarra, violoncello e clarinetto) e “Lungo il fiume” (traccia 14 per chitarra e flauto, meravigliosamente suonato da Elisa Boschi). Tre chicche che da sole valgono l’acquisto del terzo cd di Francesco Di Giuseppe.
“Vacanze all’italiana” (traccia 10) è un brano fresco e ironico suonato alla chitarra elettrica con accompagnamento di piccole percussioni ed altri strumenti a corde pizzicate.
La tredicesima e la quindicesima traccia (“Anche se mi odi, io ti amo e ti amerò sempre” e “Guarda dove metti i piedi”) sono due gradevoli componimenti che immagino che Francesco si sia suonato tutto da solo intrecciando vari strumenti a plettro, melodica e percussioni.
Così come da solo avrà suonato alle chitarre la traccia 16 (“Il viaggio di una formica”), il più morriconiano dei temi dell’album, una composizione che piacerebbe molto anche a John Zorn e a Marc Ribot.
Il brano successivo (“Vertigine”, traccia 17) è una suite pianistica in cui si intrecciano gli arpeggi suadenti tessuti dalla mano destra con le linee di basso fosche e cariche di suspense percosse dalla sinistra (qui, come in tutto il disco, la pianista Annie Corrado fa un ottimo lavoro, sfruttando tutte le potenzialità dinamiche dello strumento).
“L’emigrante” (traccia 18) è un delicato valzer musette à la Yann Tiersen (anche se le corde suonano un tipico trillato da mandolino napoletano).
Subito dopo, arriva “Espresso notte” (traccia 19), una composizione complessa che ricorda certi viaggi sonori di Egberto Gismonti.
“L’aeroplanino rosso” (traccia 20) mostra un sapiente uso della tavolozza di colori offerti dai vari strumenti della famiglia degli strumenti a corde pizzicate (Francesco suona in questo album chitarra classica, chitarra elettrica, guitalele e ukulele; oltre a tastiere, melodica e percussioni).
Il ventunesimo (“Nel mezzo… divago”) è il pezzo più rock dell’album. Un altro dei miei temi preferiti che vedrei benissimo in un film di Quentin Tarantino o di Robert Rodríguez.
Con “Chiaro/Scuro” (traccia 22) torniamo al pianoforte: come nella traccia 17, la mano sinistra fa la parte dello scuro e la sinistra, con un’agile melodia, si preoccupa di rendere la chiarezza. L’intreccio delle due voci è gradevole, eppure siamo al limite della dissonanza.
La traccia 23 (“Suite per matrimonio”) è un divertente ballo con un curioso arrangiamento per tre melodiche, che, a loro volta, sembrano imitare il suono di una fisarmonica o di un organetto.
Gli ultimi due brani dell’album (“Les Corts – Clot” e “Qualcosa a che fare con la domenica”) sono due preziosi componimenti in cui Francesco torna al suo strumento principe: la chitarra classica solista.

Oltre ai musicisti già citati, accompagnano Francesco in questa bella avventura Valeria Manai all’oboe e Claudio Cavallaro al clarinetto.

Se siete arrivati a leggere fino a qui, mo’ ve lo dovete assolutamente sentire questo bel disco.
Potete trovarlo qui.

Vale sicuramente molto più di ogni centesimo speso e vi offre l’occasione di girarvi in testa decine di film di accompagnamento alla buona musica che ascolterete.

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